Segnalazione di incontri sugli archivi

L’IBC, Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, organizza l’8 e 9 maggio a Bologna un grosso Convegno dal titolo “Standard e formati di scambio per l’interoperabilità dei sistemi archivistici

Riporto l’inizio della presentazione:

Standard, condivisione, interoperabilità sono parole d’ordine sempre più diffuse anche nel mondo degli archivi, caratterizzato da una complessità che fino ad un decennio fa sembrava impossibile da governare con strumenti partecipati a livello nazionale e internazionale. Ma nell’epoca delle risorse digitali gli archivi, come le biblioteche e i musei, necessitano di soluzioni interoperabili per la condivisione delle risorse informative, senza con ciò penalizzare la qualità, la specialità e la ricchezza dell’analisi e del lavoro descrittivo dei diversi settori.
Agli standard di comunicazione delle descrizioni archivistiche, aspetti teorici e loro applicazione all’estero e in Italia è dedicato il Convegno internazionale Standard e formati di scambio per l’interoperabilità dei sistemi archivistici organizzato, presso l’Oratorio di San Filippo Neri l’8 e 9 maggio dall’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna, con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Bologna e il contributo delle Fondazioni del Monte di Bologna e Ravenna e Cassa di Risparmio in Bologna.

Il seguito lo trovate sul web

Segnalo inoltre l’incontro organizzato a Firenze dalla Fondazione Rinascimento digitale, sul tema della conservazione degli archivi sonori.

C’è anche a Roma il 26 maggio un convegno che mi interessa molto: cercherò di andarci.

Intanto vi riporto qui le indicazioni:

Osservatorio Tecnologico per i Beni e le Attività Culturali

Archivi, biblioteche e Web

Roma, 26 maggio 2008
Biblioteca nazionale centrale, Sala Conferenze
Viale Castro Pretorio 105
00185 Roma

Seminario a cura di
Ministero per i beni e le attività culturali
Direzione generale per gli archivi
Direzione generale per i beni librari
Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche
Osservatorio tecnologico per i beni e le attività culturali
Progetto MINERVA EC

con il patrocinio dell’Associazione italiana biblioteche

ingresso gratuito, iscrizione obbligatoria, cedola da inviare entro il 20 maggio 2008

Info: sara.moretto@beniculturali.it
Tel. 06 49210425

versione stampabile
Programma (PROVVISORIO)

9,00 Registrazione

9,30 Inizio dei lavori

9,30-10
Antonia Pasqua Recchia (Direttore generale per gli archivi)
Maurizio Fallace (Direttore generale per i beni librari)

10-10,30
Rossella Caffo
CulturaItalia: un accesso integrato al patrimonio culturale italiano
Campagna “Aderisci al portale”

10,30-10,50
Antonio De Vanna (CNIPA)
Accessibilità dei siti web pubblici: stato dell’arte a tre anni dalla legge 4/2004

10,50-11,10
Consuelo Battistelli (Consulente per l’accessibilità)
Il web culturale “visto” da un utente particolare

11,10-11,30
Maria Teresa Natale (OTEBAC)
Minerva EC: dal Manuale della qualità dei siti web culturali al Manuale sui bisogni degli utenti del web

11,30-12,00
Giovanni Solimine (Università di Roma La Sapienza)
Susanna Giaccai (Regione Toscana)
Biblioteca & Web

12,00-12,30
Pierluigi Feliciati (Università di Macerata)
Daniela Grana (Istituto Centrale per gli Archivi)
Archivio & Web

12,30-12,50
Vanni Bertini (Associazione italiana biblioteche)
AIB-WEB: l’esperienza dell’AIB dalla fase eroica alla difficile maturità

13,00-14,00
Pausa pranzo

14,00-17,00
Siti web di archivi e biblioteche: presentazione di buone pratiche

Biblioteca nazionale Marciana, Venezia (Maurizio Vittoria)
Archivio di Stato di Siena (Carla Zarrilli, Federico Valacchi)
Biblioteca civica di Cologno Monzese (Annalisa Cichella)
Archivio del MART
Biblioteca Sala Borsa, Bologna (Simona Brighetti)
Archivio di Stato di Udine (Roberta Corbellini)
Sistema bibliotecario di ateneo, Università di Trento (Monica Agostini)
Archivio di Stato di Prato (Diana Toccafondi)
Biblioteca di storia moderna e contemporanea, Roma (Gisella Bochicchio)

Dibattito

Archivi di qua e di là dell’Atlantico

Oggi ho letto il blog di Kate T., attivissima archivista nordamericana, che oltre il ben noto ArchivesNext ora ha creato anche Archives Issues. Ho già citato Kate più volte e leggo regolarmente i suoi interessantissimi posts.

Bene, in Archives Issues, blog in cui le notizie sugli archivi hanno un taglio più informativo e sintetico che in Archives Next, leggo il seguente: “Saa and ACA Issue Joint Statement on Iraqui Records “, che comincia così: “The Society of American Archivists (SAA) and the Association of Canadian Archivists (ACA) today issued a joint statement on “records captured or otherwise obtained by the United States of America, and those removed by private parties, during the first and second Gulf Wars.”

Le maggiori associazioni degli archivisti americani e canadesi prendono posizione con un documento congiunto contro la sottrazione ad opera del Governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati, e di privati, di documenti spettanti all’Irak. Fanno pressione perchè il governo USA si impegni a una celere restituzione…eccetera. Leggete la dichiarazione congiunta.

Tenete conto che gli Stati Uniti (il Canada non mi ricordo, mi pare che abbia mandato truppe in Irak ma non so se le ha ritirate) sono in guerra con l’Irak. Ogni giorno muoiono soldati americani, iracheni militari, miliziani e soprattutto civili. Ancora, dopo anni di guerra. E non se ne vede la fine.

Forse anche per questo, ma non solo, i temi etici sono in primo piano nelle preoccupazioni di molti archivisti americani, e/o di lingua inglese. Segnalo anche questo interessante post, “Archivists as Activists“, sempre di Kate T.

Kate riporta un commento di un lettore, Lauren, che, apprezzando il blog di Kate per il suo impegno, lo collega all’attività di una associazione di Storici contro la Guerra. Kate rimanda anche alla lettura di articoli su The American Archivist (l’organo ufficiale dell’Associazione degli Archivisti Americani), in particolare:

(…) I read Rand Jimerson’s article, “Archives for All: Professional Responsibility and Social Justice” in the latest issue of American Archivist.

If you’re a member of SAA, you can have access to this article online; you’re not, here’s the abstract:

Archivists should use their power—in determining what records will be preserved for future generations and in interpreting this documentation for researchers—for the benefit of all members of society. By adopting a social conscience for the profession, they can commit themselves to active engagement in the public arena. Archivists can use the power of archives to promote accountability, open government, diversity, and social justice. In doing so, it is essential to distinguish objectivity from neutrality. Advocacy and activism can address social issues without abandoning professional standards of fairness, honesty, detachment, and transparency.

(I neretti sono miei)

Volete saper di cosa si dibatteva in alcuni messaggi recenti della lista degli Archivisti italiani, Archivi 23? Se non fosse meglio, per il sistema degli archivi pubblici, ritornare sotto il Ministero dell’Interno, invece che essere l’ultima ruota dello sgangherato carrozzone del Ministero dei beni culturali. “Oh, come venivamo ossequiati, quando ci presentavamo nelle commissioni di scarto con gli esponenti degli altri enti..” è più o meno il succo del melanconico messaggio di un archivista. Che forse ha sbagliato carriera. Chissà se è in tempo a cambiare mestiere. Una bella divisa avanzata da questurino magari gliela rimediano.

Un salto all’indietro di trenta anni e più (il Ministero dei beni culturali è del 74/75, ma la discussione sugli archivi come beni culturali nasce negli anni postbellici…)

Non viene in mente agli archivisti “nostalgici” degli Interni (ma sull’effettiva situazione degli archivi in quell’epoca, leggersi qualche buon libro di storia degli archivi italiani) che, contro lo sfascio degli Archivi, ci sia da fare appello, piuttosto, alla coscienza civile degli archivisti, di ogni ordine e grado, di ogni età e responsabilità. Perchè si mobilitino, ciascuno con gli strumenti suoi e dal suo posto di lavoro, mettendo all’opera denuncia, comunicazione creativa, solidarietà con gli utenti, solidarietà con le nuove leve di giovani che aspirerebbero a lavorare negli archivi…

E’ una faccenda di democrazia, di legalità, di cultura dei diritti. Altro che “ossequi, dottore!”

Se gli archivi pubblici sono allo stremo, la responsabilità non è solo dei governanti - tutti e ciascuno. E’ anche degli archivisti, tutti e ciascuno. Si è mai saputo di uno sciopero degli archivi? di qualche forma di lotta, di protesta, di mobilitazione? al massimo, i direttori e le direttrici (ma non tutti) hanno minacciato le dimissioni (verso la fine del precedente governo Berlusconi), hanno scritto lettere ai giornali…

lo sapete, quello che oggi viene pubblicato sulla carta stampata, domani serve per incartare il pesce…dice la saggezza popolare.

Se scioperano, o comunque se si mobilitano categorie come i medici, gli insegnanti, i vigili del fuoco, non possono farlo gli archivisti? E andiamo! oppure, inventarsi forme di lotta diverse, che non penalizzino gli utenti ma che colpiscano la pubblica immaginazione?

In America fanno la guerra; ma la società civile sta sviluppando forti anticorpi contro la politica militarista e imperialista. Speriamo che ce la facciano. E la categoria degli archivisti, o almeno, una sua componente attiva e visibile, “presidia” i pilastri democratici della professione.

In Italia? Bah!

Luisa Passerini a Genova: Autoritratto di gruppo, 2008

foto Gianni AnsaldiVi voglio fare un regalo, a quelle e quelli che per avventura passano di qui. La trascrizione dell’incontro che venerdì 18 si è tenuto a Genova, sala di Palazzo Tursi, per la presentazione della riedizione, a distanza di venti anni dalla prima, di Autoritratto di gruppo (Giunti Astrea) di Luisa Passerini. In questa nuova edizione l’autrice, che è una delle più importanti storiche a livello internazionale, e che insegna Storia culturale all’Università di Torino, con Emanuel Betta e Enrica Capussotti hanno firmato una postfazione, in cui fanno il punto (anzi, i contrappunti) su tematiche ispirate al quarantennale del ‘68, e alle vicende della memoria, della sua mancata trasmissione, delle memorie plurali e quelle di altri movimenti, della storia da costruire …temi cruciali per la comprensione della situazione attuale.

Come sempre Luisa, con il suo ragionare pacato che tiene insieme la ragione e la passione politica, è riuscita a mandare fasci di luce sulla oscura situazione attuale. Molte amiche presenti, e io tra loro, hanno manifestato la loro gratitudine, il senso di ri-apertura di possibilità di ricordare, pensare, lavorare, in una prospettiva che si riconosce nei valori del ‘68, che il suo libro, allora e oggi, e le sue parole hanno motivato. Ancora una volta, grazie a Luisa. E grazie a Emmanuel Betta, a Enrica Capussotti, a Silvia Neonato e agli altri che hanno organizzato e sono intervenuti all’incontro. Ce ne saranno altri anche in molti luoghi d’Italia, come la serie di appuntamenti genovesi chiamati appunto autoritratto-di-gruppo . Facciamone buon uso.
Luisa Passerini

Un ricordo personale. Venti anni fa avevo una libreria a Genova (l’ho già scritto ). Ho presentato la prima edizione di Autoritratto di gruppo, nel 1989. Di lì è nata la conoscenza e l’amicizia con Luisa - che è continuata in questi venti anni con incontri sporadici ma per me sempre importanti sui vari temi, della memoria, delle fonti e degli archivi delle donne, della storia, della politica. Senza Luisa, la mia vita sarebbe stata diversa, credo. E a me piace così come è stata ed è. Anche per questo le sono grata...

Venerdì 18 Aprile, Genova, Palazzo Tursi, ore 17, 30

Incontro organizzato dal Comune di Genova e dalla Fondazione Palazzo Ducale

(Avvertenza: ho trascritto letteralmente gli interventi di Luisa, in modo più sintetico gli altri. Non me ne vogliate: anche i mega byte di WordPress prima o poi finiscono…)

Silvia Neonato introduce l’incontro, ricordando l’attività della casa editrice Giunti Astrea, che ha pubblicato negli anni 100 titoli di scrittrici internazionali sia nell’ambito della narrativa che memorialistica. Il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo tiene insieme memoria, saggistica e narrativa. Esce nel 1988, colpisce, lascia perplessi…anche Rossana Rossanda si stupisce della chiave personale del libro (in una recensione sull’Espresso). Libro complesso che intreccia il presente dell’autrice, i ricordi nelle memorie e interviste del 68, la sua storia del 68, la percezione esterna, mediatica. Incrocia questo materiale incandescente, con svariati registri di scrittura…La nuova edizione ha una postfazione a tre voci, con due storici altri ex allievi di Luisa, che esprimono i loro punti di vista.

La stessa cosa cheha voluto fare Silvia invitando persone di generazioni diverse, Valeria Ottonelli, Alberto Leiss, Simona Bondanza, perché raccontassero come lo hanno letto. Segnala due temi: la grande presenza delle donne anche nel ‘67, presenza oscurata nelle varie celebrazioni; e una riflessione coraggiosissima sulla violenza nel ‘68, a cui Luisa non sfugge mai, senza banalizzare e ridurre tutto a uno dei filoni del terrorismo…
Nel 1978 vengono uccisi Moro e la sua scorta, ma anche promulgata la legge 194 e la legge 180, che chiude i manicomi…i doppi segni di quello che è stato quel decennio.

Luisa Passerini. Parlerò poco per sentire quello che dicono gli altri. Questo libro ha già parlato molto, direi che è andato per la sua strada, è stato conosciuto e tradotto all’estero, ha vissuto una vita propria. Mi ero quasi dimenticata di questo libro, perché ero tornata a scrivere di saggistica, tranne un intervallo, dieci anni più tardi, per scrivere “La fontana della giovinezza”. Il saggio in fondo al libro non costituisce propriamente un ripensamento anche se è in chiave saggistica. E’ incentrato sul fatto che del ‘68 esiste così poco storicamente, e anche per questo diventa preda dei media, è oggetto di mitizzazione e di denigrazione, abbiamo sentito il presidente francese Sarkozy parlarne molto male prima di essere eletto, anzi raccomandare la sua elezione come modo per distruggere definitivamente la memoria del ‘68. E’ una memoria ancora estremamente calda, ma, dal un punto di vista storico, ho chiamato il ‘68 luogo dell’oblio, perché è poco studiato, proprio da un punto di vista strettamente storico: ci sono archivi, ci sono fonti, e queste fonti non vengono esplorate.

Quello che esiste maggiormente è la memorialistica, che ha tutte le caratteristiche della memoria, non riesce a sottrarsi pienamente a questi due opposti, il rimpianto e il pentimento. Devo dire che sono cominciati a uscire soprattutto all’estero molti testi, e quindi quest’anno usciranno forse anche in Italia, che operano una comparazione. Quello che è mancato moltissimo, ed è veramente il luogo dell’oblio, è il quadro internazionale e globale del ‘68. In questi giorni sto preparando una relazione per un convegno ad Atene sulle conseguenze e le ripercussioni intellettuali del ‘68. Ho cercato di leggere delle cose sui ‘68 anche molto lontani da noi nello spazio, come quello messicano e quello giapponese, è straordinaria la corrispondenza, le stesse parole d’ordine, la stessa accentuazione della soggettività, le stesse forme di lotta, e anche, dopo, in molti casi, le stesse forme di oblio. E’ come se fosse un oggetto troppo difficile da ricordare, in quella forma. Io non so se qualcuno di voi ha visto il film “Across the Universe” di Julie Taymor, che è un modo di raccontare il ‘68 un po’ diverso, usa soprattutto la musica dei Beatles, un misto tra romanzo e realtà che è molto accattivante. So che il film è stato molto criticato, io credo sia un tentativo molto utile perché dobbiamo trovare i modi di interpretare il ‘68.

Credo che appunto questo mio tentativo di farlo fosse un modo di mettere sul primo fronte quello che Fachinelli chiamava la caratteristica del ‘68, cioè il desiderio, le emozioni. E’ un libro molto emozionale, direi, è stato scritto grazie al fatto che era in corso una psicoanalisi, che io facevo a quel tempo. Facendo una analisi i propri sentimenti sono scoperti, a fior di pelle, il rapporto tra conscio e inconscio è molto più vivace, più continuo, i sogni sono più presenti. Tutto questo probabilmente è servito a restituire quella atmosfera di immaginazione al potere.

Credo che in questo quarantennale possiamo misurare tutta la distanza da allora. C’è stata un’altra ondata della storia, adesso stiamo toccando uno dei punti in cui la restaurazione è massima, e d’altronde, così va la storia, se noi non cerchiamo di comprendere tutto questo, ci schiaccia. Effettivamente anche riuscire a misurare appieno la distanza dal ‘68 ad oggi è un modo di capire cosa ci sta succedendo, perché siamo arrivati a questo punto. Evidentemente qui c’entrano i limiti, gli errori del ‘68…anch’io per ‘68 intendo un lungo ‘68, i dieci anni che vanno dal ‘67 al ‘77, per quanto riguarda l’Italia, per altri paesi è diverso, per questo paese è certamente così, e quindi c’è stato un accavallarsi di movimenti di varia natura, studenti, operai, tecnici, le donne e poi i movimenti sul territorio, le case, le carceri, i manicomi, l’esercito.

Tutta questa straordinaria stagione è come se fosse finita in una sconfitta, e la sconfitta è reale sul piano politico: non credo sia una consolazione sufficiente quello che tutti ormai dicono, che il ‘68 è stato vittorioso sul piano culturale, cultura quotidiana, modi di comportarsi, atteggiamenti, idee, rapporti tra le generazioni, rapporti di autorità. Però dire questo di un movimento che pensava che cultura e politica fossero inseparabili è come condannarlo. Resta da esplorare questa sconfitta del ‘68. Anch’io, come molti altri interpreti, non penso che sia definitiva, che il ‘68 sia anche da vedere a lungo termine, che a lungo termine possa ancora dare dei risultati, solo che si ripresenterà in maniera totalmente diversa.

Chi siano gli eredi del ‘68…può anche darsi che alcuni aspetti del movimento neoglobal abbiano ripreso l’eredità del ‘68, pure con scarsa consapevolezza oppure non esplicitandolo, però non abbiamo ancora visto tutti questi frutti. Quello che ci insegna il ‘68, che è stato straordinariamente inaspettato in un certo senso, è che bisogna tenere gli occhi ben aperti perché qualcosa potrebbe arrivare, anche in questo momento che sembra così buio; potrebbe arrivare che sconvolge gli equilibri costituiti, non sono mai costituiti una volta per tutte… Passerei la parola.

Valeria Ottonelli (docente di filosofia politica all’Università di Genova) Temi dell’intervento.
Nata nel ‘68, ha avuto complessi di inferiorità verso quelli che lo avevano vissuto… Sul libro, esprime la sua enorme meraviglia di fronte all’abilità narrativa, i piani narrativi che si intrecciano restituiscono la memoria come memoria collettiva.
Passato indisponibile alla coscienza di chi non lo ha vissuto, rischio di memoria possessiva. Con lo stratagemma narrativo il libro dà l’immediatezza e la perfetta immedesimazione nell’esperienza e nella memoria. Viaggio per la continuità della memoria, recuperare la continuità con il passato prima del ‘68, non i fatti ma la consapevolezza della memoria.

Alberto Leiss (giornalista) temi dell’intervento.
18 anni nel 68. Nella postfazione: ‘68 come luogo oblio, temi della durata, degli eredi. E’ stato un sommovimento profondo e globale, il primo che ha prodotto una rottura globalizzante. Abbiamo un problema a ricordarlo perché la dinamica opera tuttora, importanti leader continuano a combatterlo. Fantasma o qualcosa che continua a operare: rottura che non si è chiusa. Confronto elettorale che non ci ha fatto piacere. Abbiamo paura della reazione. Strano intrecciarsi dalla presenza femminile. Rapporto colle donne nel lungo ‘68: presa di distanza, anzi separazione. Taglio operante, non recuperato. Nel Parlamento eletto non arrivano al 18 %. La nostra democrazia non da conto che il mondo è fatto di due sessi. Libro di Luca Borzani, tratta di storia locale e globale. Lotta tra reazione e rivoluzione, e rivoluzione femminile, è ancora aperta, ma la politica non la legge così, va incontro a consunzione sempre più grave. Partita aperta.

Oriana Cartaregia. Sintesi intervento: ha vissuto gli anni subito dopo il ‘68. Problema della indicibilità. Nel libro di Luisa trova la capacità di dirlo. Parte emotiva che faceva storia per la prima volta

Luisa. [In riferimento a] Valeria e quello che hai detto tu [Oriana]: la memoria possessiva effettivamente c’è stata. Per ciò d’accordo con Roberta Mazzanti, abbiamo chiesto a Emanuel Betta ed Enrica Capussotti di aggiungere le loro notazioni, che hanno chiamato Contrappunti. Entrambi hanno quaranta anni. Già in un articolo precedente, che avevamo scritto a più mani, avevano protestato contro questa memoria di cui noi ci siamo appropriati. Tra l’altro questo riprende un tema di un altro mio allievo (mi fa molto piacere parlare dei miei allievi, credo di aver insegnato loro un modo di essere critici anche nei miei confronti) Peter Bernstein, che aveva per primo coniato questa espressione: memoria possessiva, possessive memory, negli Stati Uniti.

Questo è accaduto veramente, cioè la trasmissione -anche da parte delle femministe- non c’è stata- la ragione di fondo, secondo me, la ragione veramente sostanziale è che era una generazione autocentrata, in cui c’è stato quello che Alberoni chiamava l’innamoramento collettivo, tutti travolti da una forma di erotismo collettivo, per cui tutti gli altri non erano importanti, anche quelli che venivano dopo. Errore fatale, questo, certamente. Combinazione ho letto proprio in treno venendo qui il libro di Valerie Linard, che è la figlia di uno dei grandi protagonisti del ‘68 francese. Lei ha raccolto le interviste a più di venti figli di sessantottini francesi. Tutti dicono - è veramente interessante questo libro: i miei genitori mi hanno dato l’impressione che io non fossi la cosa più importante nella loro vita, perché era la politica, e il rapporto tra loro, e non ci raccontavano niente, neanche ai loro figli. Questa è una cosa sconvolgente, dice assolutamente la verità: questa generazione non ha visto altri interlocutori se non quelli interni. Così anche le donne. Per le donne penso sia stato soprattutto il fatto che era la prima volta che ci consideravamo l’un l’altra soggetti in senso pieno, e quindi eravamo soprattutto ingaggiate l’una con l’altra… credo che questo sia stato un errore, però non penso che si potesse fare diversamente. Ha avuto conseguenze anche tragiche, anche perché poi, quando abbiamo provato a fare questa trasmissione e l’abbiamo fatta in maniera unilaterale, si è dato origine al reducismo; cioè a dire in qualche modo “ma tu non puoi capire”. Questa impressione, che quelli più giovani hanno, che non possono capire l’esperienza, in primo luogo è stata trasmessa da questo discorso, che chi non c’è stato non può capire. Bisogna partire dal punto di vista opposto, che è possibile invece un dialogo e che la gente capisce benissimo, i più giovani, gli studenti capiscono quando insegno cose a questo proposito, se gli insegno nel modo giusto.

La trasmissione non può essere unilaterale, deve essere appunto uno scambio. Aggiungo che Betta e Capussotti introducono dei temi molto importanti, come il fatto che la memoria del ‘68 e quella degli anni ‘70 sono appiattite una sull’altra, in modo che si confonde il ‘68 con il terrorismo, aggiungono il tema del cinema, non soltanto considerano, come ho fatto io, alcuni romanzi ma anche la presenza del ricordo nel cinema, che di nuovo è il ricordo degli anni 70,e poi parlano di una memoria, che loro chiamano “alterglobale”, di questi nuovi movimenti…Giustamente rivendicano la molteplicità delle memorie del ‘68, non è necessario aver vissuto il ‘68 per averne memoria, perché il ‘68 suscita forti passioni anche in chi non l’ha vissuto, anche in chi ne sa veramente poco, o come rifiuto, o come glorificazione.

Ci sono delle cose molto importanti in ciò che ha detto Alberto, sul piano storico, anch’io sono d’accordo sull’assoluta importanza della storia locale. E’ la mancanza di questo che ha fatto sì che ci sia l’oblio del ‘68, senza questo non si fanno le storie: la storia del fascismo, la storia del movimento operaio esistono perché ci sono state tante storie locali. E poi sono completamente d’accordo, anche se è misterioso, questo dire che il ‘68 non è ancora finito, la partita è aperta. E’ misterioso perché non conosciamo il futuro, però abbiamo un importante precedente, cioè il collegamento che hanno fatto gli storici tra il ‘68 e l’89, non soltanto a Praga, dove questo è esemplare, ma in tutta l’Europa dell’Est. Ecco dove nasce una delle cattive interpretazioni del ‘68, Sarkozy ha detto che il ‘68 è all’origine del liberalismo come laisser faire, come lasciare andare, come non porre regole. Quello che è vero è che c’è una linea di continuità nella storia anche se sotterranea, certo non facilmente comprensibile, tra le parole d’ordine del ‘68 e quelle dell’89, le grandi rivoluzioni non cruente dell’Europa. Quindi è già accaduto che c’è stato un prolungamento. Sono stati soprattutto gli storici americani che hanno analizzato questo, perché sono partiti da una prospettiva globale, in cui diventa più evidente.

Dunque se c’è stato l’89 in un certo senso c’è speranza che ci sarà ancora qualche altra data! e che quindi effettivamente la partita non sia chiusa.

Silvia. Memoria possessiva. Non voglio colpevolizzarmi…la trasmissione non può essere unilaterale…se no assume modi autoritari.

Simona Bondanza, nata nel ‘78. Vari temi sollevati dalla lettura del libro. Memoria possessiva, mancanza di una storia unitaria a livello nazionale. I mondi interiori, la pulsione alla violenza, la libertà sessuale, la sofferenza, con strappi e lacerazioni, il vuoto, la solitudine in contraddizione con una vulgata sull’epoca.

Vari interventi del pubblico toccano i temi della sofferenza psichica e delle cliniche psichiatriche, dell’attività culturale e politica che precedette il ‘68. L’attività politica femminile che ha visto la legge 194, nominando le donne. Attualmente sono presenti varie tematiche (art. 51 cost. azioni positive,Udi 50&50)

Luca Borzani: sintesi dell’intervento.
Ho letto la prima edizione, intensità emotiva, fuori da ogni retorica urtava la cultura epoca, molto coraggio.
Periodizzazione. Altri tipi di rimozione. Vero il carattere auto centrato generazionale. Entrati collettivamente, usciti singolarmente. Oblio memoria collettiva, poco trasmettibile, poco razionalizzabile. Difficoltà alla trasmissione anche per cambiamento di cornice sociale, sparizione classe operaia, non operai, ma valori e cultura, modello organizzativo, rappresentanza. Destini giovanili mai più hanno trovato auto identificazione anche narcisistica. Vero lungo ‘68. Motivazioni? Positiva o negativa? Domande…

Rimozione: generazione successiva ‘68, fase libertaria sparita velocemente e sostituita dalla ideologia emmeelle, dalla ossificazione. Nella rimozione quindi valgono due elementi: cambiamento quadro sociale, presenza nel ‘68 e anni ‘70 di una ideologia costrittiva, nonché sconfitta dalla storia. (L’occupazione fu tristissima)

Altri interventi del pubblico. ‘68 come esperienza fondativa. Dolore e rimozione, lutto non elaborato, incapacità di stare ancora insieme e solitudine. Non riusciamo a raccontare una molitudine, mentre ora siamo soli.

Altro intevento: femminismo a Piacenza, ricordi di tanta gioia anche con contraddizioni. Rimane solidarietà e amicizia. Ricordo fantastico e cambiamento della vita in meglio.

Silvia:la sinistra sapeva fare due cose, stare con la gente semplice e studiare. Ora bisogna ricominciare a studiare. La politica non è cambiata, il punto di vista delle donne (il personale è politico) non è ancora entrato in politica. Le donne fanno politica, ma non mi pare che abbiano passione per la politica dei partiti.

Leiss: ricorda sua attività e rapporto con la politica e con il PCI negli anni ‘70.

Luisa: E’ una bellissima occasione per me perché si è ripetuto quello che ha dato origine a questo libro, cioè io ho ascoltato da voi i ricordi. Io lo scrissi in questo libro, che ero riuscita a parlare di me stessa, di trovare il coraggio che spesso mi hanno voluto riconoscere con questa scrittura, perché avevo ascoltato le storie degli altri. Questa sera è stato proprio così, venivano poste domande e le risposte venivano date dai ricordi di altri, è questa coralità delle memorie che da origine esattamente al dibattito che ci serve oggi.

Che cosa ci serve oggi, però, effettivamente. Abbiamo questa sensazione, che manchi qualche cosa, che ad esempio la critica della politica che abbiamo fatto in passato e che viene fatta in parte anche oggi, non raggiunga la politica. Ecco, c’è questo senso che la politica continui come mondo separato e che noi non riusciamo a raggiungerla. In questo senso ha ragione chi dice: ma il taglio non è più lo stesso perché non incidiamo. Io continuo ad essere molto attiva con il Cirsde, Centro di ricerche e studi delle donne di Torino, ma è un’attività prevalentemente culturale, anche se poi andiamo anche alle manifestazioni, ma ci andiamo singolarmente, i gruppi politici sono altri. Questo però, certo mi dispiace, vorrei di nuovo vivere prima di morire una grande stagione, non vorrei morire col governo…però, mi ricordo bene la prima metà degli anni 60, e qui, quello che qualcun altro ha detto, cioè la continuità e la preparazione precedente…in tutti gli anni 60 abbiamo fatto piccoli e piccolissimi gruppi, attività antimperialista, attività di protesta…ecco tutte queste cose, anche adesso le stiamo un po’ facendo…a un certo punto alcuni di noi erano disperati…anch’io sono stata terzomondista, infatti sono andata in Africa. Abbiamo pensato che qui la classe operaia non si sarebbe mai più mossa, e che invece c’erano i movimenti di liberazione…sì, prima del ‘68.

Voglio dire: se noi stiamo vivendo questa fase, è inutile rimpiangere altre fasi, è meglio fare tutto ciò che si può in questa fase. Forse , è anche bene ripensare, però effettivamente, se non sia importante in qualche modo abbandonare il disdegno della politica tradizionale… capisco bene che qualcuno abbia ripreso in mano le cose e abbia detto: beh’ adesso basta, io provo a entrare in un partito, anche se non c’è nessun partito…ci sono alcune poche persone che lo stanno facendo. Non esiste nessun partito in cui mi identifico, ma voglio provare… Oppure, e questo mi sembra il caso più frequente, la politica locale. Nella politica locale si vede che qualche cosa si può fare. Pero, io credo fermamente delle conseguenze e delle ripercussioni politiche a lungo termine del lavoro culturale che stiamo facendo. Di questo ne sono convinta: lavoro culturale anche in senso lato, appunto. gruppi di donne, gruppi di lettura, lavoro di insegnamento. In un certo modo, portare, in tutte le cose che facciamo, e questo ha veramente un sapore dei primi anni sessanta, un’ispirazione, un discorso, anche una memoria appunto.

Questa memoria è una memoria multipla: è molto giusto il discorso sul lutto e sul dolore, forse anche quello che spiega questo momento, che non si è elaborato a sufficienza il lutto, e che l’elaborazione di questo lutto è importante per capire che cosa è stato perso, che cosa è stato sospeso e anche gli errori che sono stati fatti. Delle cose che diceva Luca Borzani, che erano tutte molto interessanti, quella che ha suscitato anche giuste proteste è che fosse tristissima l’attività di gruppi politici ispirati a forme di dogmatismo, o emmeelle o operaiste eccetera. In quel periodo ho vissuto profondamente il rapporto con gli operai, che era una cosa di grandissima scoperta quotidiana, quindi non era triste…ma già allora qualcosa era andato perduto, i limiti, gli errori sono stati tanti, quel dubbio, quel dilemma che aveva il movimento studentesco quando cercava di decidere, nel ‘68 e 69, se andare davanti alle fabbriche o stare nelle istituzioni, lì è l’origine di tante cose. Non si può dire: è stato un errore andare davanti alle fabbriche, però sicuramente è stato abbandonato un terreno, dei terreni…

Però questa riconsiderazione del passato che dobbiamo assolutamente fare nel modo più lucido, più critico possibile, non è nel senso di proiettare questo passato sul futuro.

Dobbiamo veramente tutti aprire gli occhi, o aprirli sulle manifestazioni culturali, il teatro, l’arte. Per esempio, l’arte parla moltissimo oggi di protesta politica, quasi come se prendesse la parola per dire quello che la politica non dice. Proprio a livello europeo,il discorso che fa l’arte, ad esempio la videoart, è molto più avanzato di quello della Europa istituzionale, un’Europa aperta, che non costringe i migranti a essere clandestini e a rischiare la vita nel canale di Sicilia o a Gibilterra. L’arte sta ponendo tutti questi problemi. Quindi non è impensabile che una ricongiunzione avvenga. Adesso è di nuovo tutto separato, è separato di nuovo il pubblico e il privato, anche se in forma diversa…è separata l’arte dalla politica…io non vedo perché non debba accadere di nuovo.

“La unica lucha que se pierde es la que se abandona!”

se lo dicono loro, le Madres de Plaza de Mayo…

Teniamolo a mente anche noi. Soprattutto adesso

Segreto di Stato: nuova disciplina?

Trovo questa notizia sulle pagine online della Repubblica di oggi, in un frettoloso sfogliare di giornali prima di andare, di pessimo umore, a votare (ma chi voto? non ho ancora deciso…). Mi precipito a linkarla, non sia mai che nel frattempo le cose cambino! e cito anche i primi paragrafi:

“Il governo Prodi lo annuncia con un taglio decisamente low profile. Ma dopo anni di battaglie durissime e di scontri tra i magistrati, gli 007 e la politica, finalmente è caduto il muro del segreto di Stato. Non sarà più eterno, com’è stato finora. Durerà al massimo 15 anni rinnovabili con altri 15 con un decreto del presidente del Consiglio. Trenta in tutto, non uno di più
In un’intervista radiofonica, al Gr1 di Radio Rai, il prodiano Enrico Micheli, sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi segreti, rivela che il regolamento sul segreto di Stato, previsto dalla legge di riforma dell’intelligence, ha avuto il via libera. E poiché tutti, andando indietro di trent’anni, pensano subito al sequestro Moro, lui puntualizza: “Il decreto non riguarda esplicitamente quel caso, ma tutti i segreti di Stato che abbiano superato i trent’anni”.
Aggiunge che, di persona, ha pregato “tutti”, i servizi Dis (ex Cesis), Aise (ex Sismi) e Aisi (ex Sisde) e le forze di polizia, “di organizzare le consultazioni per quanti lo richiedano”. Anche se Micheli non lo dice ufficialmente, si sa che la sua raccomandazione più calda ha riguardato in special modo tutte le carte del caso Moro che, giusto nel trentennale dell’assassinio dello statista, saranno sicuramente le più richieste.” L’articolo continua con varie interessanti interviste.

Perchè questo mio interesse? non perchè ritenga di poter fare, in futuro, indagini sugli archivi dei servizi…
Ma mi pare un atto di civiltà, che aspettavamo da decenni. Io, come tanti, faccio parte delle generazioni per cui Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, Bologna, per non citare che i nomi più eclatanti, non sono solo parole. Hanno cambiato la mia vita e quella di tanti amici, amiche. Hanno veramente trasformato, per almeno un decennio, il mio modo di pensare, di parlare, di sognare - di avere paura…Forse un giorno ci racconteremo come. La giustizia la aspettano non solo i familiari delle vittime.
Anche i “misteri” che sono venuti dopo, dei quali ora le carte potranno venire “desegretate” (e bisognerà vedere quali e quante se ne ritroveranno), hanno lasciato il loro strascico di lutti e disillusioni sulla credibilità dello Stato. La bassa qualità della democrazia italiana ha le sue radici proprio lì. Vedremo. Oggi è giorno di elezioni. Chissà cosa succederà domani. CHISSA’? Veramente, ho paura che lo sappiamo fin troppo bene cosa succederà domani. Abbiamo già visto, abbiamo già dato…dopo la tragedia, la farsa continua.

16 aprile. Aggiornamento.

Ho letto anche questo articolo sul Corriere, di Giovanni Bianconi. Mi sembra più preciso del precedente, perciò lo linko e ne raccomando la lettura. Certo, si può entrare anche di più nei dettagli della legislazione e delle prospettive. Ma aspetto che qualche storico e archivista specializzato faccia sapere la sua opinione. Non è una materia di cui si può improvvisare la competenza.

Roma, iniziativa di Archivia, archivio e biblioteca delle donne

Sono molto felice di segnalare questa bella iniziativa di Archivia. Colgo l’occasione per salutare e abbracciare le amiche che con il loro lavoro di anni hanno organizzato l’archivio e la biblioteca della Casa internazionale delle donne - con le preziose memorie di anni di lotte e trasformazioni, di pensieri e di immagini di migliaia di donne…
Mercoledì 23 Aprile 2008 ore 18,00
Casa Internazionale delle Donne - Via della Lungara, 19 - Roma

ARCHIVIA invita alla presentazione dell’opera multimediale

1945–2005 ROMA, CITTÀ DELLE DONNE - LA TRASFORMAZIONE DELLA SOCIETÀ CIVILE A ROMA E NEL LAZIO IN 60 ANNI DI IMMAGINI

Intervengono:
Ines Valanzuolo, Presidente di Archivia
Fiorenza Taricone, Docente Università di Cassino
Linda Giuva, Docente Università di Siena
Giovanna Olivieri, Ideatrice e curatrice del progetto multimediale
Serena Ghisalberti, Responsabile Ufficio Attività Istituzionali Fondazione Roma
Donato Tamblé, Soprintendente Archivistico del Lazio

Poco rappresentate, piccole storie nella Storia, ma comunque presenti nelle tappe della modernizzazione del Paese dal dopoguerra ad oggi, le donne hanno via via conquistato un’orgogliosa rivalutazione di sé - che fa nascere l’idea che
possono decidere da sole - e una forte visibilità come soggetto sociale.
Fra le piccole storie - in attesa di un riposizionamento della storiografia attuale, accademica o no, - abbiamo voluto raccontare, a partire dal materiale fotografico e dalle riviste conservate in Archivia, la storia delle donne a Roma dal 1945.
Il prodotto multimediale che ne è scaturito - realizzato grazie al contributo finanziario della Fondazione Roma - sarà presentato il 23 aprile 2008 alle ore 18
alla Casa Internazionale delle Donne,
Via della Lungara 19 - Roma.

IL PRODOTTO MULTIMEDIALE, DESTINATO IN PRIMIS A BIBLIOTECHE, SCUOLE E ISTITUZIONI CULTURALI SARA’ DISTRIBUITO AL TERMINE DEL’INCONTRO.

Archivia tel 06 6833180 - 06 68401720
www.casainternazionaledelledonne.org


“La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne”: un incontro all’Archivio di Stato di Arezzo

Ricevo l’invito a questo incontro, a cui purtroppo non potrò assistere, perchè l’ho saputo solo ieri. Arezzo è lontana come NYC per una tapina che vive a Genova e che gli tocca accompagnare anche i nipoti all’asilo - proprio il giovedì mattina causa turni di lavoro dei legittimi genitori. Però lo segnalo volentieri, allegando anche l’ Invito

Settimana della Cultura

Giovedì 3 aprile 2008 ore 16,30

Archivio di Stato di Arezzo - Sala conferenze

Presentazione della collana di studi

La memoria restituita. Fonti per la storia delle donne

Diretta da Marina Caffiero e Manola Ida Venzo

Interverranno:

Carlo Caporossi

Italianista e curatore delle ristampe di Annie Vivanti

Patrizia Gabrielli

Università di Siena- Facoltà di lettere e filosofia di Arezzo

Linda Giuva

Università di Siena- Facoltà di lettere e filosofia di Arezzo

Rosalia Manno Tolu

Direttrice dell’Archivio di Stato di Firenze

Leggerà alcuni brani Annalia Bonella dell’Archivio di Stato di Roma

Libri e tulipani

Libro e tulipani Uno dei film che mi è piaciuto di più e che ho visto e rivisto molte volte, in molti passaggi televisivi, è certamente “Pane e tulipani”, di Soldini, con Licia Miglietta e il grandissimo Bruno Ganz. Sono in compagnia di tanta gente, credo. Perciò i tulipani sono uno dei miei fiori di culto. Questi tre fanno parte di una schiera di bulbi che ho piantato e curato e che ora mi danno molta soddisfazione, sulle finestre e in giardino. Sul davanzale, che fa anche da comodino, si stanno accumulando un po’ di libri e riviste, recentemente molti che riguardano il ‘68. Proprio ieri ho finito di leggere un libro appena uscito per i Fratelli Frilli Editori, dal titolo “Genova, il ‘68. Una città negli anni della contestazione“. Le interviste sono raccolte da Donatella Alfonso, giornalista de La Repubblica, il testo è di Luca Borzani, storico, ora direttore della Fondazione Palazzo Ducale. Il libro è corposo, sono duecentotrentotto pagine dense di avvenimenti, personaggi, analisi sociali e politiche. Il sessantotto entra, giustamente, a far parte di un flusso di eventi e trasformazioni su molti livelli, che parte da lontano e che naturalmente va oltre. E’ però l’acme, il momento dove ciò che stava maturando viene tumultuosamente alla luce, non solo nelle Università occupate (già dall’autunno 1967) e nelle piazze, ma anche nel porto e nelle fabbriche, nelle scuole medie e in alcune Chiese e comunità ecclesiali. Senza dimenticare le società di cultura e le gallerie d’arte, i teatri e i musicisti…protagonisti e scenari di una città che, volente o nolente, come mille altre nel mondo, viene presa nell’ondata della grande Storia.

Il quadro è mosso e complicato. Le cose narrate non sono nuove, ma mancava un libro che tentasse di organizzare in modo coerente la materia, rendendola più intelleggibile anche per il solo fatto di raccontare con ordine, con sistematicità. I titoli dei capitoli possono dare un’idea (non tento nemmeno di riassumere alcunchè): Una città al bivio. Scuola e università, decide l’assemblea. La fabbrica e il porto: un nuovo protagonismo operaio. Si rompe il silenzio: il dissenso cattolico. La cultura: tra avanguardia e conformismo. Sessantotto nero. In cerca della rivoluzione. Ci sono poi delle sintetiche biografie dei “testimoni”, gli intervistati. Nonchè una spessa bibliografia.

Leggendo il primo capitolo, “una città al bivio”, in cui si traccia, dati alla mano, una quadro della situazione economica, sociale e politica della città negli anni sessanta, che crea una cornice agli eventi se non una serie di antecedenti causali, mi rendo conto di quanto poco noi ventenni del ‘68 (io di sicuro, ma anche molti altri con me) conoscessimo la realtà che volevamo a tutti i costi cambiare. Io non sapevo veramente niente del posto dove ero nata e vissuta vent’anni, quasi sempre nella stessa zona se non quartiere. Eppure, questo non significa molto, noi siamo stati vissuti dagli eventi - dalla guerra in Vietnam alla repressione in Cecoslovacchia, dalla guerra dei sei giorni al Maggio, qualcosa di più grande di noi ci ha scossi e trascinati fuori dai binari ( prevedibili) delle nostre vite. Poi più niente è stato come prima: tutto è cambiato, come se una gigantesco frullatore avesse rimescolato corpi e menti, provenienze geografiche e classi, passato e futuro…

Sono partita per la Sardegna, nel 1969, con incoscienza, entusiasmo e curiosità, come se partissi per un continente sconosciuto. E infatti, era un continente straniero e affascinante (anche se per un pelo non ci sopravvivevo): rivoluzionari maschi e femmine, veri e fasulli, e contadini, pastori, giovani operai, banditi e mogli di banditi…Un padrone di casa , carabiniere, ottima e generosa persona; un vecchio stalinista che ogni sera si sintonizzava su radio Albania aspettando il segnale della rivoluzione…pastori comunisti e pastori banditi - faide, sequestri, morti ammazzati, vendette barbaricine. Ma anche lotte di fabbrica, militanza, infinite riunioni politiche o quasi, comizi e giri nelle torride campagne con macchine scassate e altoparlanti ancora più scalerci. Repressione, denunce, processi quasi farseschi. Notti passate ad attaccare manifesti con la colla fatta di soda caustica e farina, manifesti e volantini tirati uno a uno a mano con il telaio di seta e il rullo inchiostratore (la tecnica della serigrafia: mai visti volantini così perfetti, ne bastavano poche centinaia!). Fame, abbastanza, si divideva quello che avevamo, ma era sempre poco, e tra i “compagni ” c’erano anche dei solenni mangiatori a sbafo. Violente crisi dei rapporti uomo-donna, grandi e feroci litigate, problematiche insolubili, rotture e ricomposizioni, drammi, e farse - ma col senno di poi. E la politica sempre e ovunque…

Mi accorgo che sono passata dal libro sul ‘68 a un mio individuale ‘68 -anzi, a quattro anni abbastanza sconvolti della mia vita. Non che quelli successivi siano stati più tranquilli…

Ma è stato il ‘68 che ha raccolto le trasformazioni del decennio e le ha sparate con l’energia di mille soli nel mondo. E’ straordinario che un libro, un piccolo grumo di parole e storie, mi faccia ancora questo effetto - mi susciti una bella sbornia di ricordi ed emozioni. E questo è solo un momento, c’è stato il prima (il ‘67, le occupazioni, il “gruppo dei pari”, mai più nella vita questa aurorale felicità dell’amicizia, delle discussioni, della libertà) e il dopo, ma più complicato,  faticoso, una invenzione continua della vita, del lavoro, dei figli, delle storie d’amore e disamore.

Ma la maturità, quando arriva? Forse quando si scrivono i libri, invece di ri-raccontarsi le storie? Boh, non lo so. Comunque, questo libro a me ha fatto questo effetto. A voi? sappiatemelo dire…ci torneremo sopra, ci sono tante altre cose da raccontare.

Terribly emotional - una mostra a Bellinzona

Oggi siamo andati a Bellinzona, al Castello di Sasso Corbaro,Bellinzona, castello di Sasso Corbaro dove si inaugurava la mostra “Terribly emotional“, curata da Viana Conti, proveniente da Biella, dalla Galleria di Silvy Bassanese e organizzata con il patrocinio del Consolato della Svizzera di Genova. La mostra espone opere di 13 artisti europei.Manifesto mostra

Dati questi essenziali elementi di contesto, siccome non voglio e non so fare un resoconto critico, scrivo qualche breve impressione, sia del sito che di alcune opere.

Il castello è bello, pietre rinascimentali di una architettura militare severa ed essenziale, ben restaurata. La mostra si inseriva benissimo nel paesaggio circostante, aperto sulla valle e sulle montagne, ancora brulle Sasso Corbaro, cortile d’accessoin questa giornata di primavera incipiente.

Devo dire che nell’insieme la mostra mi è piaciuta, mi ha convinto, delle opere, quasi tutte interessanti e alcune veramente eccellenti, mi ha molto colpito la serie fotografica di Stefania Beretta, (che però non ho potuto fotografare, perchè c’era sempre un mucchio di gente). C’erano tre ritratti di una donna molto intensa e drammatica - e una serie di foto su una strage, anzi un genocidio, effettuato negli anni Quaranta in Lituania dai Russi. Montate in una maniera perturbante, come fossero fotografie di viaggio, turistiche o di ritratti di famiglia.

Ottimo Roberto De Luca, Roberto De Luca due grandi fotografie di una tavola da the allestita perfettamente in un interno borghese, abbastanza ricercato. Sulle tazze, teiera e altri oggetti, “decorazioni” con immagini di Abu Graib. Giuliano Galletta ha esposto due opere provenienti dalla mostra “La camera melodrammatica”, ambedue abbastanza inquietanti, specie le barbi affogate nelle conchette da bucato. Chantal Michel

Jean-Pierre GiovannelliJean-Pierre Giovannelli ha esposto un biberon “caricato” con un proiettile full metal jacket. Cesare Viel uno dei suoi grandi striscioni di tela da strada. Chantal Michel un video, proiettato su un muro di pietra nella “segreta” della torre, veramente efficace-espressioni di spavento e angoscia e sonoro a base di squittii e versi di animali terrorizzati…
E poi alcune grandi foto (bellissime!) di una stanza in cui si ammucchiavano in disordine mobili e supellettili, e una donna (lei) in un’equilibrio da artista circense su un vaso in cima a un tavolino…

Quest’opera mi pare descriva perfettamente la vita quotidiana di una donna qualunque, ai nostri giorni.

Meno male che c’è l’arte e ci sono gli artisti.

Una tragedia annunciata

Era un bravo medico, Ermanno Rossi, un bravo ginecologo. Le sue pazienti lo amavano e stanno scrivendo ai giornali decine di messaggi di cordoglio, di stima e di riconoscenza. Voleva forse fare carriera, nell’ambito di un grande ospedale pubblico, il Gaslini di Genova. Dove un giorno su due arriva qualche alto Prelato in visita. E, come da anni denunciano i medici che fanno aborti secondo la legge 194, se NON sei obiettore, non riesci a lavorare, figurarsi fare carriera, rimani confinato nel ghetto. Per reggere, ci vuole un’alta motivazione politica, la coscienza di essere indispensabile alle donne che decidono di abortire, non di morire. Forse questo medico non era attrezzato a reggere lo scontro culturale e politico che oggi si sta giocando sulla carne viva delle donne. E, questo suicidio lo dimostra, non solo sulle donne, ma anche su molti altri che sono a vario titolo coinvolti nei drammi degli aborti. Che le campagne ideologiche e politiche che Ratzinger, Ruini, Bertone, Ferrara e consorti lanciano tutti i giorni stanno scavando baratri e creando devastazioni. E questo disgraziato medico (si, un disgraziato, anche se era obiettore, e faceva aborti clandestini, forse, nel suo studio) mi pare diventato anche lui una vittima del clima di integralismo reazionario (ancora più vergognoso, perchè del tutto strumentale a fini elettorali). Una vittima, forse, anche di se stesso, comunque della cultura del perbenismo, della doppia morale, dell’ipocrisia…non tutti sono degli eroi. Non voglio ripetere un luogo comune, ma questa vicenda dell’attacco alla 194 sta diventando una vera trincea, con morti, inquisite/i, delazioni, scandali, drammi…

Rapallo è il teatro della tragedia, forse casualmente, (il ginecologo aveva uno studio anche a Genova) ma forse no: è una città dove da decenni questa cultura è maggioritaria, almeno sul piano politico: tutti democristiani, ora forzaitalioti, in lite anche tra di loro, grandi lottizzatori, grandi speculatori. L’ambiente e il mare, che erano e sono bellissimi, sempre sotto attacco. In un paesino vicino a Rapallo, San Maurizio ai Monti, cornice del Parco di Portofino, dove non puoi teoricamente nemmeno decidere il colore di una finestra, chi ha costruito una casa di riposo dalla spropositata volumetria, migliaia di metri cubi di cemento in cima a un monte - la vedi da tutto il Golfo? Ma un benemerito Ente religioso, ovvio. E chi mai gli avrà dato il permesso edilizio? e quanta ICI pagheranno alla città ? e quante domande…è per il bene della comunità, no? si, della loro.

Visualizzazione ingrandita della mappa

Diciamo che questa tragedia era annunciata - e che speriamo che i grandi moralizzatori si diano una regolata. Che ognuno rispetti la legge (anche i farmacisti che a Bologna si sono fatti beccare a fare “obiezione” alla pillola del giorno dopo, che è, ribadiamo, un anticoncezionale, non un farmaco abortivo! e hanno reagito spropositatamente) e che si intensifichi la prevenzione e l’uso di anticoncezionali sicuri.

E, prima di tutto, che ci lascino in pace!

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