Archivi tag: emigrazione

Il sito del progetto BABE, Bodies across Borders, oral and visual memories in Europe and beyond

http://blogbabeproject.eu/welcome/
progetto della Università Europea coordinato da Luisa Passerini e Liliana Ellena. E’ un blog ricco e complesso, da esplorare con calma, che fornisce informazioni su eventi e protagonisti dell’attuale scenario multiculturale di studio e attivismo (Itinerari della soggettività mobile…) e approfondimenti nel campo degli studi trans e interculturali.

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Archiviato in archivi, cultural studies

Rovegno, nuove anzi vecchie fotografie

1-House at Staten Island 1

1-House at Staten Island 1

My Great Grandmother Luigia De Barbieri, wife of Domenico Rovegno

My Great Grandmother Luigia De Barbieri, wife of Domenico Rovegno

3-Tino De Ferrari and Edmund Meagher, son of Kate Rovegno, 1918, Staten Island

Tino De Ferrari and Edmund Meagher, son of Kate Rovegno, 1918, Staten Island

4-Rose Rovegno with Tino De Ferrari (my father) at Staten Island,

Rose Rovegno with Tino De Ferrari (my father) at Staten Island,

7-Frank Rovegno

Frank Rovegno

6-Jenny Rovegno, 17 years old, 1904

Jenny Rovegno, 17 years old, 1904

5-Frank Rovegno and Edmund Meagher

Frank Rovegno and Edmund Meagher

14-Uda Rovegno with sons Josie and Albert

Uda Rovegno with sons Josie and Albert

9-Albert Rovegno with Rose and Grace 1957

Albert Rovegno with Rose and Grace 1957

13-Lizzie Rovegno wife of Pompeo Coppini

Lizzie Rovegno wife of Pompeo Coppini

8-Albert Rovegno with Rose Santore, 1

Albert Rovegno with Rose Santore, 1

11-Floyd Rovegno

Floyd Rovegno

12-Floyd Rovegno 1946

Floyd Rovegno 1946

10-Edmund Meagher, son of Kate Rovegno, 1947

Edmund Meagher, son of Kate Rovegno, 1947

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Addio, Caterina

No, Torino per me non sarà più la stessa, ora che so che non potrò più vederti, telefonarti, chiacchierare, scambiare idee, frammenti di progetti, discorsi su cose nuove o vecchie che riguardano la nostra comune passione per gli archivi, per la memoria delle donne…
Abbiamo condiviso un bel pezzo di strada, dagli anni 90 a oggi: con la rete Lilith e i centri delle donne, i primi abbozzi di un progetto per convogliare quella grande e sommersa ricchezza in un unico luogo (virtuale, un grande database al femminile), da cui poi tornare nei nostri specifici archivi con in più il sapere condiviso con le altre… abbiamo realizzato, combattuto, guadagnato tanto e anche perso parecchio, non ci siamo mai però perse di vista e ancora negli anni recenti, al Salone del libro, c’era un appuntamento irrinunciabile, con te e le  altre compagne e amiche torinesi di tante associazioni. Hai avuto un grandissimo amore per il tuo lavoro, negli anni in cui sembrava che dall’ “ente pubblico” potesse venire innovazione e inclusione per le realtà disperse, archivi e biblioteche piccole e magari prive di risorse, ma così importanti per costruire una mappa della storia delle donne, e in generale del territorio, del paese. Senza mai dimenticare di intrecciare i saperi ufficiali con le scoperte e innovazioni che maturavano nella sperimentazione di confine, nell’uso creativo degli strumenti tecnologici , possibile talvolta solo se non vincolati da protocolli standardizzati…abbiamo provato e qualcosa, forse, rimarrà. Intanto, gli archivi femminili, le “piccole navi fiammeggianti”, così mi ricordo che li abbiamo chiamati, sono ormai una realtà diffusa e sempre meno sommersa,  grazie al lavoro tuo e di altre donne… E facevi tante cose, in tanti campi diversi…  Eri curiosa e amica di persone di vari paesi, anche quelli più incasinati e poveri. Hai dato una mano, nessuno se lo scorderà mai, dal Libano alla Palestina, e poi l’Africa, e le donne migranti a Torino…

Mi manchi già tanto, Caterina, con la tua bella persona, gentile, forte e fragile, le tue belle collane, i tuoi scialli provenienti dai  mercatini di qualche paese lontano, o da sottocasa…addosso a te qualunque cosa ti faceva sembrare una principessa un po’ da fiaba…forse perché  amavi così tanto la bellezza e l’armonia. Eri tu la bellezza, la gentilezza e anche un po’ la fiaba…

Caterina Ronco

Caterina Ronco

Non sarà più la stessa ,Torino, anche se io non posso non amare questa città, come fosse la mia, perchè, anche, l’ho conosciuta un po’ attraverso di te.

Con le amiche, vicine e lontane, ti ricordiamo e ti teniamo con noi, stretta e vicina.

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Genealogie

Emily e Greg: una cugina (di secondo grado) e suo marito ci sono venuti a trovare dalla ‘Merica. Abbiamo passato

cousins

family tree: Emily e Giovanna

alcune ore guardando una stupenda genealogia, completa di decine di fotografie, di tutti i rami del clan ligure di Domenico Rovegno (padre della mia nonna paterna Jenny Rovegno). Ai Rovegno’s ho gia dedicato un paio di post, qui, qui.

Anche Emily ha dedicato molto tempo alla ricostruzione dei legami genealogici (e affettivi) tra le varie componenti di questo sterminato clan. Il bisnonno Rovegno ha avuto infatti qualcosa come 14 figli, di cui sono vissuti almeno in 11…Emily  ha messo insieme una commovente serie di immagini, mariti e spose, bambini, zie, ragazzi,

family tree, Emily

soldati…di schiatta ligure/americana con innesti di molte altre genti. Naturalmente le fotografie sono frutto di legami mantenuti e rinnovati tra tutti quanti: ora Emily, dopo una visita al paesello degli ancestors (Tribogna) si recherà a Napoli per visitare un’altro ramo della sua famiglia (i parenti della madre). Ma la sorpresa e la bellezza dell’incontro è stata anche di sapere che Emily, che è ostetrica, è di ritorno da un soggiorno di tre mesi in Palestina, dove, come volontaria, ha tenuto un corso di aggiornamento in una locale università. Anche il marito Greg è un attivista antiapartheid e nel pacifismo internazionale. Peccato che il mio inglese basico non mi abbia permesso di approfondire meglio – in ogni caso, è stato un bell’incontro, con scambio di mail e la promessa di contribuire reciprocamente a completare con le foto dei figli e dei nipoti il “family tree”. Ho “toccato con mano”, attraverso il paziente lavoro genealogico di Emily, quanto sia importante il “sapere” chi si è, da dove si viene. E che ciò non è affato legato a una ideologia “sangue e suolo”, comunitaristica in senso deteriore. Anzi, proprio il contrario: come anche l’attività solidale di Emily dimostra.

family tree, pictures

Proprio in questi giorni  sto leggendo un libro, “Traveling Heritages”, frutto di un convegno e di un progetto sulla memoria delle comunità emigrate portato avanti dallo IIAV, storico Centro delle donne olandese, con donne marocchine, surinamesi e delle Indie orientali. Molto interessante; mi è venuta voglia di studiare anche qui da noi come iniziare a fare qualcosa sull’argomento. Ne ho cominciato a parlare in giro e ho avuto l’impressione che sia come una fiammella in una prateria: potrebbe divampare un bel fuoco…

Emily and Mimma (93)

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1° marzo, sciopero degli stranieri: “Il cambiamento comincia da noi!”

Striscione Archinaute

Sciopero stranieri, Archinaute

Un bellissimo primo marzo in giallo, una grande manifestazione di almeno diecimila persone nelle stade di Genova. Come nel resto d’Italia. L’idea viene dall’Europa, quella dei popoli – che ci fa capire che ne esiste un’altra che ci sta a cuore, alla quale è bello appartenere, come diceva Rosi Braidotti, oltre quella dei banchieri o degli OGM. Chi la anima sono uomini e donne di ogni colore e di ogni età.  Italiani che hanno organizzato per mesi la manifestazione insieme alle comunità degli immigrati. Stranieri che hanno attraversato molte frontiere, e che spesso vivono qui da molti anni. Come le donne e ragazze marocchine che ci hanno raccontato momenti della loro vita, mentre insieme portavamo lo striscione

1 marzo stranieri, striscione Archinaute

dell’Associazione “Archinaute”.  Con le quali e i quali abbiamo parlato di politica e di vita quotidiana,  mentre ci si allargava il cuore nel vedere quante persone partecipavano e quanti si univano man mano al corteo. Come ha gridato un ragazzo “Il cambiamento comincia da noi!”.

Credo di si, ho la percezione di un evento di quelli che poi si ricorderanno nei libri di storia. Piccolo all’inizio, ma che mette in moto, libera una enorme quantità di energie, di desideri, di creatività, di sentimenti. Da tutto questo, dai giovani e meno giovani italiani e stranieri che hanno iniziato questo percorso, forse può venire quel cambiamento della politica che è necessario oggi in maniera così urgente, così drammatica, come testimonia la cronaca quotidiana di questi mesi e giorni.

Aggiungo link a altre belle immagini della manifestazione genovese: fotografie del Popolo Viola, video di Sergio Gibellini

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Archiviato in politica, ribellarsi è giusto

Ellis Island, 1912: quando a puzzare eravamo noi

Questo post mi è così piaciuto che lo rubo al blog l’Altronline e lo copio qui sotto. Merita veramente. Ecco un bell’esempio di memoria storica. Che ovviamente non cambierà affatto il modo di pensare e di comportarsi di quelli che applaudono i “respingimenti” dei “clandestini”, giù fino ai lager libici. Non sposterà un voto, non farà ricredere nessuno. Ma tant’è, bisogna continuare, se non vogliamo diventare complici con il nostro silenzio.

Colpevoli di viaggio

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. Proponiamo di privilegiare i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invitiamo a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, Ottobre 1912.

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my way

Una domenica di maggio. Abbastanza calda, quasi afosa. Il mare, qui in Liguria, è calmo.

Quanta gente oggi ha rimandato indietro Maroni in Libia? Quante persone affogheranno oggi nel Canale di Sicilia? quanti si imbarcheranno con ogni mezzo dalle coste dell’Africa e del Medio oriente, senza sapere che non riusciranno ad arrivare, che rischiano la vita, anche quella dei neonati e bambini che le madri non possono abbandonare?

migranti per la Merica, 1900

migranti per la Merica, 1900

Leggo dei commenti di lettori del “Corriere” ai proclami di Berlusconi: “l’Italia non sarà multietnica…non accetteremo chiunque come la sinistra…”

Alcuni approvano. Bene bravi, buttateli a mare. Delinquenza, sicurezza ecc. E poi il colmo: bisogna far rispettare le leggi. Penso siano gli stessi che assumono badanti e colf in nero. Che non pagano le tasse. Che portano i loro capitali a San Marino, oppure alle Barbados. Oppure non hanno capitali, magari sono operai in cassa integrazione. Ma la colpa è dei “clandestini”.

C’è ancora qualcuno che parli e pensi di capitalismo, di multinazionali (anche italiane) che prosciugano l’Africa delle sue risorse (il motivo principale per cui ci sono i migranti) e chiudono le fabbriche in Europa? che è un sistema integrato e globale in cui la vita umana, di qualunque colore sia la pelle, vale solo se produce profitto? non illudiamoci che essere bianchi ed europei ci metta al riparo: non ha salvato i 7 operai della Thyssen, non salverà nessuno.

Si, qualcuno c’è: lo leggo nei blog, su alcuni giornali, in alcune forze politiche che se smettessero di litigare forse potrebbero mettersi a ricostruire qualcosa da queste macerie.

Altro che barconi di clandestini. Siamo noi, i clandestini,  in questo paese che sta tornando indietro o andando verso una nuova barbarie. Allegramente, a colpi di spot, reality, tette-e-culi, pettegolezzi, barzellette razziste, capelli trapiantati e posti a sedere per i lombardi.

Anche io, come Roberta, voglio scendere

Oggi le rose in giardino e il caldo che finalmente sta arrivando non mi sollevano dalla depressione. E anche Mina, in questa meravigliosa esecuzione di My Way, mi fa quasi piangere. Come riusciremo ancora a far qualcosa “a modo nostro”?

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