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“L’eredità Canepa. Il Sessantotto tra memoria e scrittura”, il nuovo libro di Manlio Calegari

E’ uscito pochi giorni fa, per le edizioni Impressioni Grafiche, al costo di 10 euro, l’ultimo libro di Manlio Calegari. L’ho letto, e, come commento da “dilettante”, devo dire che è il saggio che mi è piaciuto di più degli ultimi anni.

E’ un gran libro, frutto di un lavoro, e una tranche di vita di tanti e tanti anni: alcuni dei materiali, le interviste sono degli anni Settanta; la storia raccontata inizia nel 1967, ai cancelli dell’ASGEN, una delle grandi fabbriche meccaniche genovesi, e si dipana tra Società di mutuo soccorso, università in lotta, comitati operai-studenti, sezioni del PCI… ma poi va molto oltre, anzi, molto a ritroso, fino all’Ottocento, e dipinge un grande affresco, attaverso le voci di uomini e donne, contadini, portuali, operai, studenti, delle trasformazioni sociali, economiche, di costume e di cultura, e della nascita di nuovi ceti proletari, dell’integrazione dei mestieri della città e della campagna, delle “ville” , dei mercati, delle banchine e delle stive delle navi, delle fabbriche.

Vediamo nella parte iniziale, attraverso il racconto di Manlio, uno dei protagonisti, all’epoca ancora come attivista del PCI anche se nouvelle vague, (di lì a poco venne radiato, come si sa, con il gruppo del Manifesto genovese), la situazione degli operai “oltre i cancelli” della fabbrica, dentro le sezioni, nel dibattito e scontro interno al Partito comunista, nei dubbi e nelle diffidenze verso gli studenti, ma in alcuni (come Gino Canepa) nella curiosità che poi sfocia in interesse e simpatia, e poi in amicizia con lo storico e con le compagne e compagni universitari. C’è Franco Sartori, uno dei protagonisti operai  dell’incontro con il Sessantotto e animatore dell’autunno di lotta del ’69 e degli anni seguenti; ci sono altri, poco conosciuti, come Mario Sfrisi, e lo scontro sulla Commissione Interna all’Asgen, la “Sezione Teglia” del PCI di Rivarolo e la consapevolezza politica del gruppo di operai che la animavano, già dagli anni precenti. E poi, il “vento che gira”, l’esplodere del 68 non solo nelle lotte operaie (a Genova, la Chicago Bridge da il via) ma nelle scuole, nelle chiese, negli ospedali psichiatrici … l’estate del ’68 all’Asgen, finalmente scoppia la lotta: “nell’assemblea seguita allo sciopero si era vista una determinazione che aveva colpito gli stessi non troppo sotterranei organizzatori”. Il 17 luglio di nuovo lo stabilimento intero entra in sciopero: la CI, il sindacato (e il Partito) devono accettare le decisioni dell’assemblea, a cui da allora spetta la direzione della lotta: “la fine del mondo; l’azzeramento di pratiche sindacali consolidate da anni”.  Lotta operaia e lotta politica dentro il PCI, l’emergere di consapevolezza politica generale incarnata in figure di giovani e meno giovani operai (“Possibile che tutto quello che stavamo vivendo fosse interessante solo per dotare i metalmeccanici di un nuovo contratto di lavoro? La società aveva alzato la testa…”), lo scontro, le stategie del PCI per non perdere il controllo sul partito e sulle fabbriche…un racconto appassionante, dall’interno, che si chiude con la fine del ’69, con la bomba di Piazza Fontana e la firma del contratto dei metalmeccanici.

“Gino, ora tocca a te”, 4 gennaio 1975, Manlio comincia l’intervista a Gino Canepa. Per una storia della fabbrica tra il 68 e il 69, “anni speciali anche se trascorsi da poco”. L’idea era di Gino, che voleva dallo storico e dalla storia risposte a ciò che si capiva era stato importante, “non facile, perché era necessario dare ragione nello stesso tempo alla storia dei molti e dei singoli, come la sua”.  Caffe, Elio, Luigi, Remo, altre voci si aggiungono, quelle dei compagni del Comitato. E quella di Manlio che, nel rileggere e interpretare, offre una sintesi di fatti e soprattutto pensieri , che muovevano sia i suoi testimoni che lui stesso, insieme partecipe politico attivo e storico impegnato sul piano teorico. Il suo riferimento è  Montaldi (“Militanti politici di base”): “Quello che ci voleva: era la prova di come si potesse a un tempo fare politica e occuparsi di storia” “storie di vita a testimoniare il valore cruciale della discontinuità e della rottura nella battaglia intrapresa dalla classe per la sua emancipazione”. Ma i testimoni di queste interviste sono diversi dai militanti di Montaldi, sono meno “eroici”, il loro protagonismo è quello formatosi con i Comitati, con il noi più che con l’io…

Le interviste si fecero, e furono interessanti, ma il progetto si arenò, per tanti motivi di cui Manlio da conto, ma ora riemergono e riempiono le pagine di questo libro: ” a volte si ha tempo per correggersi. Nel nostro caso tempo ci fu, dopo le interviste continuammo a frequentarci” anzi, diventarono amici, e confinanti di terra, un piccolo vigneto acquistato da Manlio col collega Moreno, fino alla morte di Gino, nel 1991.
Gino comincia parlando della “villa”, e non poteva essere diversamente: “Muratori, villani, camalli, operai: storia di Gino Canepa raccontata da lui stesso”, così si intitola la sua lunga autobiografia: dal nonno al padre portuale a lui stesso, ma la villa è sempre lo sfondo delle loro vite: “se andavi a lavorare in porto o a fare l’operaio, era un mestiere che si aggiungeva”, una fatica, che però dava una certa soddisfazione. Grazie alla villa, e al lavoro e all’inventiva della madre Felicina, che va sul mercato a vendere i prodotti, la famiglia riesce a superare i lunghi periodi di crisi (durante il fascismo, in porto dove lavora il padre Dria). La sua  è la storia della trasformazione della città proletaria e contadina, delle strategie di vita, dei modi di relazionarsi in famiglia, tra le generazioni, e fuori, con i compagni di lavoro, con le donne. Di un protagonista consapevole, che riflette sul mondo e che non accetta mai lo status quo. Che in certi casi precorre i tempi, nel suo rifiuto verso il consumismo, verso il lavoro come fine invece che mezzo per la una vita più felice… non è stato casuale il suo incontro con i temi del ’68 e il suo accoglimento di alcuni dei suoi esponenti, gli studenti che andavano ai cancelli della fabbrica per conoscere di persona gli operai.

Anche per noi lettori questo libro è un incontro, con Gino Canepa, con Felicina, (intervistata anche anni dopo, nel 1981, da Isabella Traverso ), con il padre Dria, con il portuale Malinverni e  la folla di personaggi che popola queste pagine. E anche, di riflesso, con gli studenti  che animarono i “seminari” universitari tra il 1974 e il 1976, del loro entusiasmo  e delle scoperte, di cui l’autore, docente dell’epoca, da conto. Un reincontro, un ritrovarsi, con Claudio Costantini, che tra i primi aveva colto il valore di questi documenti nel suo sito “Quaderni.net”.

E’ anche un nuovo incontro con la città, che va ben al di là della storia locale, ma ha, come altri libri di Manlio, un valore esemplare. E ciò attraverso uno sguardo storico che integra storie individuali e collettive, di uomini e di donne, storia politica e sociale, storia del lavoro e del territorio… un grande libro, una lunga ricerca, che parla a molti di noi, e di molti di noi.

 

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Trailer del film “Donne in movimento”

Si avvicina la data della presentazione del film “Donne in movimento”.

Abbiamo fatto anche un piccolo trailer, ospitato sul canale Youtube della Casa di Quartiere dell’ex ghetto genovese, un quartiere del centro storico bellissimo e fino a poco tempo tempo fa oggetto alternativamente di mire speculative e del più orrendo degrado. Anzi, entrambe le cose insieme. Il Ghettup, che è anche la struttura dove abbiamo in parte lavorato e revisionato il video, è sostenuta da un consorzio di varie associazioni, capofila San Benedetto di don Gallo, e ospita una gran quantità di iniziative, specialmente rivolte agli abitanti del quartiere, tantissimi immigrati e le storiche trans. Fino a poco tempo fa non ci andavo mai, non c’era nulla che potessi fare, vedere, trovare in quel posto. Ora no, ci si passa anche per abbreviare la strada, ci sono piazzette recuperate, volte, vicoli, scorci di palazzi quattrocenteschi, l’abside di una chiesa romanica sconosciuta (Santa Sabina?) visi di residenti e passanti provenienti dai 4 angoli del mediterraneo, odori di cibi dall’America latina al Medio Oriente, piccoli bar e quasi-ristoranti dall’improbabile arredamento…

Il nostro regista Gian Pangrazio è  una “colonna” del Ghettup, dove tiene anche corsi per giovani aspiranti filmaker, e lì abbiamo ambientato anche alcuni incontri e interviste alle donne del nostro video, il quartiere è rimasto abbastanza lo stesso di quaranta anni fa, solo i nomi dei bambini che fanno casino nel vicolo sono diversi.

Anche io, all’epoca del femminismo e dei movimenti, abitavo poco lontano con i miei bambini. Era la ex sede del Manifesto, ristrutturata, in un bel palazzo antico. Ora in via del Campo oltre alle varie targhe e cimeli di Faber, è sopravvissuta un’unica bottega, il cui proprietario è lo stesso di allora. Vende caffe’, cioccolatini, caramelle…il caffè verde è in sacchi sul pavimento…i miei nipotini, oggi a gironzolare con me e il nonno in centrostorico, erano stupefatti: sono abituati ai supermercati, non conoscono le botteghe  come erano una volta. L’hanno soprannominata “Il paradiso dei grandi” appunto per questa opulenza caffeinica. A quel punto, abbiamo completato il tour didattico nostalgico portandoli nel negozio di frutta secca di Armanino in Sottoripa (altre meraviglie: bottino, i fruttini di cotognata solida, un barattolo di dulce de leche argentino, uno di sugo al nero di seppia siciliano) e finito con un’abbuffata di patatine fritte, pinolini (pesciolini fritti), baccalà, frisceu di verdura e altre prelibatezze nella vicina friggitoria  (sempre la stessa, ora c’è il figlio, ai miei tempi il padre e lo zio). Ringrazio il dio Giano, protettore di Genova, che ci sia ancora qualcosa di molto bello da far conoscere ai pargoli – che gli dia un po’ il senso del tempo, delle generazioni, degli strati della cultura e dei diversi modi di vita che li hanno preceduti. Dopo di che, pattinaggio sul ghiaccio!!! due ore di macarene e lambade a duecento decibel sotto il tendone delle feste del Porto Antico li vicino. Be’, i sabati della nonna devono mantenere il piede in due scarpe…anzi in due pattini.

Il Centro storico è stato il teatro, ma più che uno scenario, un elemento essenziale, direi, degli anni Settanta, della stagione delle lotte, dei movimenti, compreso quello delle donne. Non sarebbe stato lo stesso senza le sue trattorie a poco, i bar di Sottoripa aperti all’alba per i portuali, le sedi dei “gruppi” intasate di fumo, di carta, di manifesti e di discussioni, le case delle compagne e dei compagni, tutte simili e diverse, sui tetti, scalini infiniti e balconcini, librerie fatte di assi e mattoni, the, caffè e spesso….piatti da lavare. Quasi tutto è andato. Ma qualche brandello lo abbiamo scovato, dove ambientare le riprese del nostro video. Il Circolo Belleville…giovane anche come nome, e gestione, ma così simile nell’essenziale ai nostri…l’Hop Altrove, teatro, locale, bar, trattoria…non so cos’altro…la terrazza sui tetti di Francesca e Bruno, la sede delle Archinaute vicino al Duomo… Poco, ma anche molto. Ma forse, è lo spirito del tempo che soffia in questi vicoli. Basta lasciarsi portare…

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Un blog trascurato

Questo. Ma è in buona, anzi cattiva, compagnia. Noto che molti dei blog che sono linkati nel blogroll vengono aggiornati sempre più radamente…

Non accamperò scuse, anche se in effetti è un periodo di intenso impegno archivistico. Come ho raccontato qui, e meglio detto nel sito omonimo, sta nascendo concretamente l’Archivio dei movimenti a Genova e in Liguria. Nel senso che, dopo un anno e mezzo di lavoro organizzativo, ora stiamo portando fisicamente i fondi di documenti nella loro nuova sede.

Quindi qui si tratta di scaricare, spolverare, ripulire, ancora spolverare, ancora ripulire…il tutto nelle giornate più calde dell’anno, ovvio. Ma che soddisfazione, veder nascere un nuovo, anche se piccolo, archivio! tirare fuori dalle scatole, alcune perfette, altre scalcagnate, ammassi di carta della più variopinta tipologia, corredata da tutta la gamma degli odori/profumi cartacei provenienti dai molteplici luoghi, ovviamente del tutto impropri, della conservazione! Cantine e soppalchi, ripostigli e box, ma anche polverosi stanzoni di centri sociali: questi documenti hanno attraversato la storia tumultuosa di almeno cinque decenni dei movimenti della sinistra (di ogni possibile e, agli occhi di oggi – stravagantissima, originalissima provenienza: quanta fantasia politica nell’inventare il proprio nome, che proprio potesse distinguere e differenziare dagli affini e distanti compagni/concorrenti!) Ma mi sto lasciando trasportare, e invece in questo post volevo solo giustificarmi nei confronti di quei o quelle tre che ogni tanto leggono il blog (vero: lo vedo dalle statistiche). E’ una casa dalla porta aperta, anche se non ci sono, la gente entra. Mi ricorda un anno lontano (il 1969), abitavo in Sardegna, e durante l’estate – tornati in continente – avevamo lasciato la porta di casa aperta, perchè gli amici e compagni che venivano a trovarci potessero avere ospitalità anche in nostra assenza. Me lo ha raccontato in questi giorni una amica-ritrovata, una compagna di quei tempi e di questa attuale impresa di memoria. Francesca in effetti ha passato qualche tempo in quella casa, in cui però avevano tagliato la luce- nessuno si era ovviamente proccupato di pagarla – e quindi l’ospitalità si svolgeva a lume di candela. Non mi ricordavo più questo minimo episodio, molto legato all’epoca. Me lo ricordano le carte che sto estraendo dai loro polverosi giacigli: anche se non posso leggerle, adesso, solo una scorsa veloce, ma, santo dio, molte sono ancora vive, sono ancora lì, strepitanti, tumultuanti… alcune ironiche, creative, stizzose, altre sono così pallose che credo che nessuno avrà mai più il coraggio di leggerle, altre funeree…ma sarà giusto chiuderle in un archivio? non so, mi sembra così strano…

Insoma, non riesco a fare altro che fantasticare. Perdono.

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Nuovo Archivio dei Movimenti

Si chiamerà “Archivio dei movimenti a Genova e in Liguria“. Ne ho fatto cenno in un post di qualche mese fa, ora mi pare giunto il momento di fare un breve resoconto sullo stato delle cose.

Il progetto è partito un anno fa: creare anche a Genova, come ne esistono in molte città grandi e piccole, un Archivio dei movimenti sociali e politici della seconda metà del ‘900. Raccogliere i propri e altrui fondi documentari, prima che il tempo, i casi della vita e della morte li disperdano in maniera irrecuperabile. Trovare per questo archivio una sede presso un Ente pubblico che assicuri la conservazione e la messa in consultazione “per sempre” e a chiunque, ma non solo, che consenta alle donatrici e donatori dei documenti una partecipazione attiva, che dia senso e contesto al lavoro sulla memoria. Lavorare in modo collettivo, ricercando il contributo sia dei protagonisti/e e dei testimoni dei movimenti come degli studiosi/e  e specialisti/e che ne hanno fatto oggetto di studio da molti anni. Naturalmente chiedere collaborazione e tutela alla Soprintendenza per gli archivi. Sollecitare e creare le condizioni per una collaborazione trasversale a Enti pubblici e soggetti privati, non perdere di vista l’obbiettivo di entrare in rete, reale/virtuale, con i sistemi informativi che rendono accessibili le risorse archivistiche fino al massimo livello…potrei continuare per molto, perchè il progetto ha molte sfaccettature, ma mi impongo la sintesi.

Dopo la creazione dell’Associazione (di cui sono presidente), un anno di lavoro, la raccolta dei primi fondi documentari e molti incontri e discussioni appassionate, innumerevoli contatti e messaggistica su tutti i tipi di personal network  (ho contato qualcosa come 800 email spedite e ricevute solo da me in un anno…) alla fine quasi ci siamo: il Comune di Genova ha accettato la nostra proposta con delibera della Giunta, la sede dell’Archivio sarà la civica Biblioteca Berio, in una sua dependance allo scopo attrezzata con il contributo della Fondazione per la Cultura e della Compagnia Portuale Pietro Chiesa, i fondi documentari raccolti saranno donati alla Berio, cioè al Comune di Genova, saranno pubblici e consultabili… L’associazione continuerà ad avere avrà un ruolo importantissimo, oltre che di recuperare i documenti e di contribuire al loro trattamento archivistico, anche di promozione, valorizzazione, lavoro culturale… Per saperne di più, visitate il sito (in costruzione) dell’Associazione per un archivio dei movimenti,  e se volete lasciate un messaggio sul Forum…

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Le ragioni degli anni ’70. Un libro di Giovanni De Luna

“Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria.” Feltrinelli, 2009, Euro.17

Un nuovo libro di storia del decennio ’70. Lo sto leggendo, mi interessa da diversi punti di vista. E’ un libro che usa le fonti disponibili, archivi, documenti, media (musica, film ecc.). Si allontana cioè dal genere “memorialistico”, pur utilizzando (ma in modo consapevole) anche la posizione e il punto di vista del testimone. Coniuga passione politica e lavoro storico, con la considerazione del “senno di poi”, il quale “senno” è un tenere conto criticamente degli studi ad ampio raggio che sono stati fatti non solo sul decennio ’70, ma su tutta la storia della Repubblica dal dopoguerra a oggi. Insomma, un lavoro storico approfondito e serio, come del resto è noto essere l’autore. Ci sarà mercoledì 4 28 ottobre a Milano il Convegno di presentazione e discussione sul libro e sul periodo storico alla Fondazione Feltrinelli. Copio qui il programma:

In occasione dell’uscita del libro di Giovanni De Luna Le ragioni di un decennio, Giangiacomo Feltrinelli Editore

1969-1979. DIECI ANNI CHE NON CI HANNO DIMENTICATO

PROGRAMMA

Ore 10

STORIA, MEMORIA, FONTI

Introduce Carlo Feltrinelli

Miguel Gotor – “Tra speranze e tempeste: problemi e interpretazioni storiografiche”
David Bidussa – “La memoria degli anni settanta come memoria immediata”
Linda Giuva – “Arcipelago archivi: le fonti per gli anni settanta”
Coordina Antonio Carioti

ore 15.30
RACCONTARE GLI ANNI SETTANTA
Intervengono Silvia Ballestra, Massimo Cirri, Uliano Lucas, Alberto Rollo, Domenico Starnone, Riccardo Tozzi

Coordina Gianluca Foglia

ore 17.30

Oreste Pivetta intervista Giovanni De Luna

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Non c’è passato senza presente

8 marzo 1976, Genova

8 marzo 1976, Genova

La frase non è mia, naturalmente, ma di Pier Paolo Pasolini.
Per migliorare un poco questo presente molto grigio, e anche tragico, e penso naturalmente all’Abruzzo, e il dolore di aver perso tutto, compresi i propri oggetti di memoria. E perchè mi sembra un dovere, oltre che un diritto, fare il possibile per salvaguardare la propria, o quella di cui si conosce l’esistenza, da qualche mese sto lavorando, insieme a un piccolo gruppo di amici e amiche, alla costruzione di un Archivio del ’68 o dei movimenti, cioè un archivio di documenti prodotti o attinenti ai movimenti degli anni ’60 e ’70 del Novecento, a Genova e in Liguria. Infatti a Genova, a differenza di molte altre città, non esiste ancora un archivio dedicato a questo periodo storico.

Il lavoro di censimento fatto ormai dieci anni fa da Leonardo Musci e Marco Grispigni, che ha prodotto la Guida per le fonti dei movimenti e la basedati online (di cui ho gia parlato qui) ha evidenziato questa grave assenza – dovuta a motivi vari, che poi la ricerca storica potrà accertare.

Siamo ormai, parlo per la mia generazione, alle soglie del possibile rischio di dispersione definitiva  di questa memoria documentaria; molto è già andato perduto, ma rimangono ancora, custoditi privatamente, fondi documentari grandi e piccoli, comunque significativi.

Ne abbiamo avuto un buon riscontro dalle prime riunioni finalizzate a creare un’associazione che promuova l’attività di raccolta dei documenti.

Infatti si è costituita circa un mese fa l’Associazione per un archivio dei movimenti – ARdiMOVI, associazione culturale senza scopo di lucro. Il Comitato direttivo è composto da Paola De Ferrari, presidente, Giorgio Moroni, vicepresidente, Francesca Dagnino, segretaria, Giacomo Casarino e Marco Gandino. Si è costituito anche un Comitato scientifico di grande prestigio (Antonio Gibelli, Luisa Passerini, Stefano Vitali, Oscar Itzcovich, Nando Fasce, Pierpaolo Poggio).

Statutariamente lo scopo dell’Associazione è di raccogliere i fondi documentari per depositarli a una pubblica istituzione che li conservi definitivamente e li renda pubblicamente consultabili. Pensiamo naturalmente che possano essere inseriti in sistemi informativi online, e di questo ci occuperemo a suo tempo…

Scopo altresì della associazione è la valorizzazione di questo archivio con iniziative di vari tipi, dai convegni  alle borse di studio per giovani studiosi e studiose.

L’associazione sta lavorando intensamente per raggiungere il primo obbiettivo strategico, ottenere una sede dove sia possibile concentrare i fondi documentari e iniziare un primo lavoro di riordino e descrizione. Sono stati attivati molti contatti, e una trattativa con l’Ente pubblico è in corso. Ma pensiamo di cominciare l’attività di raccolta già tra un paio di settimane: il benemerito Circolo Zenzero ci ospiterà provvisoriamente, e ci sono già alcuni fondi documentari molto interessanti che possono essere depositati. Naturalmente abbiamo informato del progetto la Soprintendenza Archivistica per la Liguria, con la quale vogliamo attivare una stretta collaborazione.

Scrivo queste notizie nel mio blog personale, anche per giustificare il mio silenzio di molti giorni: sono molto occupata! Ma l’ARDIMOVI avrà presto un sito proprio – con cui comunicare e approfondire l’argomento. Siamo all’inizio, e l’impresa è nello stesso tempo difficile (molto, molto) e appassionante…

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Archivi dei movimenti: micro-cronaca dell’incontro

Genova, 5 marzo 1968, manifestazione in via XX Settembre (archivio del SecoloXIX)

Lunedì 26 maggio a Roma faceva molto caldo: finalmente l’estate, ma come al solito tutta all’improvviso. Io naturalmente mi ritrovo con vestiti inadeguati, calze, giacca, borsa piena di libri e depliant raccolti al convegno organizzato da OTEBAC su archivi, biblioteche e web (quindi pesantissima!)

Insomma, alla Fondazione Basso che aveva organizzato alle 17 l’incontro di presentazione della banca dati sugli archivi dei movimenti, ideata da Leonardo Musci e Marco Grispigni, sono arrivata in ritardo e semidistrutta, e me ne dispiace, perchè ho sentito solo una parte degli interventi, che erano molto interessanti. Comunque, per quel che può servire, scrivo due righe di quello che ho potuto seguire. Non gli interventi iniziali, di illustrazione della banca dati on line; ma si può esplorarla facilmente, seguendo le indicazioni degli strumenti di consultazione. Inoltre la “Guida alle fonti per la storia dei movimenti”, il volume uscito nel 2003 dal Mibac degli autori citati, sulla scorta del quale è stata costruita la banca dati, è scaricabile in .pdf dal sito della Direzione generale per gli archivi.

Quando sono arrivata, Giovanni Contini stava illustrando i limiti della storia del ’68, costruita nei decenni passati, fino ad anni recenti, quasi solo attraverso interviste a testimoni e protagonisti. Ma le interviste spesso non sono andate in profondità, non hanno consentito di rendere il testimone “filologo di se stesso”. Come esempi positivi vengono citati i lavori di Manlio Calegari (sulla Resistenza: gli ultimi sono “Comunisti e partigiani. Genova 1942-1945, uscito nel 2001, e “La sega di Hitler”, Selene, 2004, su una formazione partigiana attiva nei dintorni di Genova): l’esperienza originaria rimane inattingibile, ma attraverso l’intervista in profondità, spesso ripetuta, si “sciolgono i significati delle parole”, si riesce a far coincidere l’orizzonte ermeneutico dei due soggetti, testimone e storico. Si deve far tesoro degli errori compiuti con il lavoro sulla Resistenza: tantissime interviste a partigiani, ma poche approfondite, riprese a distanza di tempo…Sulla Resistenza ormai i testimoni sono quasi del tutto spariti; ma sui movimenti il lavoro si può fare, partendo anche da fatti “laterali” per far emergere il significato delle parole. Bisogna “raccontare”!

Marco Scavino ricorda i due libri principali usciti nel 1988: quello di Peppino Ortoleva, “Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America con un’antologia di materiali e documenti”, un piccolo classico, e lo straordinario “Autoritratto di gruppo” di Luisa Passerini. Ma all’epoca c’era uno squilibrio tra la memoria soggettiva dei protagonisti, e il lavoro storiografico effettivamente compiuto. Mancavano ancora gli strumenti del mestiere, che cominciarono a essere raccolti negli anni successivi, per prima dalla Fondazione Feltrinelli. Nel 1998 esce il libro di Robert Lumley, Giunti, col titolo italiano “Dal ’68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana”, titolo un po’ fuorviante…

Negli anni seguenti vengono raccolti i materiali documentari, ormai conservati in più di cento istituti, anche pubblici, come testimonia la Guida. Nel 2004 esce per Bompiani “Biografia del Sessantotto: utopie, conquiste, sbandamenti” , di Giuseppe Carlo Marino. Ormai i documenti sono disponibili, lo storico può confrontarsi con i problemi che pongono.
Che sono in sintesi: la vastità delle fonti, la ripetitività, il problema dell’autorialità. Quest’ultimo legato non solo alle caratteristiche intrinseche della documentazione (spesso anonima) ma anche alle modalità della raccolta, conservazione, versamento. Inoltre si nota un forte squilibrio territoriale, a favore delle regioni del Nord, dovuto alla disparità della produzione, forse, ma soprattutto della conservazione.

La documentazione dei movimenti è molto ricca nel decennio metà ’60-metà ’70; in seguito molto più dispersa e frammentaria; ci sono anche vistose lacune, soprattutto nell’area dei periodici, tenedo conto che c’è stato un periodo in cui uscivano tre quotidiani nazionali di estrema sinistra…

Come osservazione finale Scavino annota che comunque avere a disposizione migliaia di documenti non è sufficiente per fare una buona storiografia, ci sono ancora incertezze e fluttuazioni anche su concetti di fondo, come la periodizzazione. Bisogna auspicare un lavoro sui contesti, sui significati delle parole, come nel recente “Il mondo di Marcello operaio per scelta nella Torino del ’68“, in cui si lavora sui contesti culturali, con risultati significativi.

Francesca Socrate riprende il discorso sulla storiografia del ’68, facendo notare che Crainz (Guido Crainz,” Il paese mancato”, Donzelli, 2003, al link recensito da Sergio Luzzatto sul Corsera) e anche Marino hanno lavorato sulle fonti del Ministero degli Interni, sostanzialmente fonti di polizia, a differenza dei libri autobiografici del 1978 (Viale, Boato ecc. Sono anche essi interpretazioni storiche sul ’68, ma senza strumentazione storiografica, senza note) e delle interpretazioni politiche, sociologiche uscite intorno all”88.

genova, 1968, occupazione Università BalbiPoi cominciano a essere consultate le fonti, arriva la storia orale di Luisa Passerini e Ronald Fraser, si usano la stampa coeva, i volantini, ma in modo ancora “artigianale”. Ortoleva sceglie documenti “belli”, si pubblica soprattutto memorialistica: l'”Orda d’oro” di Balestrini e Moroni, Capanna, Scalzone

Altre tappe sono articoli e testi di De Luna, di Barbagallo… (qui link a una bibliografia sul ’68, per chi vuole approfondire); le tematiche si sono differenziate, tra storia locale e storia di singoli soggetti, con l’uso delle fonti orali. Nel 1998 esce il compendio di Marcello Flores e Alberto De Bernardi ” Il Sessantotto”, per il Mulino. Nel 2000 l’apertura degli archivi del Ministero dell’Interno. Poi il “Paese mancato” di Guido Crainz nel 2003, che rappresenta il un po’ il “canone”; sempre del 2003 è la Guida di Musci e Grispigni. Recentissimo il libro di Anna Bravo

Ma le fonti non dicono tutto: la quotidianità, la “felicità pubblica” testimoniata nelle memorie soggettive. Perciò è importante analizzare il lessico, sapendo che lì convergono culture diverse: i più adulti, che spesso sono coloro che parlano, scrivono e sono leader, ma anche la cultura dei più giovani, di cui è un esempio l’espressione “potere strudentesco”. Della scarsità di fonti sulla vita quotidiana del ’68 è un esempio la presenza, nell’Archivio diaristico di Pieve S. Stefano, di solo 5 diari del ’68, a fronte di centinaia degli anni ’70. Attraverso la storia orale, che rimane importantissima, si rendono possibili altre memorie del ’68, come, ad esempio, quella del ceto dei docenti e ricercatori universitari…

Francesca Socrate conclude auspicando la nascita di un portale sulla storia dei movimenti, dove far convergere l’accesso alle risorse di vario tipo che sono e saranno disponibili sul web.

Poi si passa al dibattito, ma io dopo poco devo andare via.

Comunque è stato un incontro molto interessante. Mi piacerebbe replicarlo qui a Genova. Vedremo…

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