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EFFE, archivio virtuale sul web

Bellissima realizzazione!
effe, rivista femminista

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Incontro a Bologna 2. Continua dal post precedente

Sempre sperando in una messa in rete della registrazione video degli interventi, passo a quello di Paola Di Cori, non perché non siano stati belli e interessanti quelli di Annamaria Tagliavini e Serena Sapegno (autrici di Babyboomers ), e quello di Marzia Vaccari, che ha illustrato come attraverso la ricerca in rete, con Cercatrice, a differenza che con altri browser, si possa “raccontare la storia del femminismo” senza incappare  in “falsi positivi”, quando non veri e propri siti pieni di bufale menzogne e anche insulti…

L’intervento di Paola Di Cori è una specie di controcanto rispetto a quello di Anna Rossi Doria, e perciò mi sembra importante cercare di ricordare i concetti principali. Almeno, quelli che sono riuscita ad annotare.

“Nel tempo, cambiano i significati attribuiti alle parole (vedi Femministe a parole ). E’ importante raccontare e trasmettere, contro la narrazione egemonica che si presenta come un edificio autoreferenziale. Parole chiave: asincronia e archivio. Abbiamo  bisogno di una grande narrazione del femminismo, ma non come negli anni Settanta, Ottanta, chiusa e autoreferenziale. Bisogna trovare gli intrecci con sessualità, razza e razzismo, politica, donne non-femministe…esperienze corporali, visuali…ciò che subito appare chiaro e nitido, poi si offusca…ordine e disordine si scambiano le parti. Per rendere riconoscibili le esperienze, non dobbiamo lasciare le cose in stato di quiete…

Asincronia: “femminismo” non ha una continuità immediata con il presente. Dissidio, frizione, trasformazione. Asimmetria della memoria. Diversa disposizione nello spazio e nel tempo. (Fattori di cambiamento) come media, informatica, crisi economica… nomi come Freud, Benjamin, Nicole Loraux , Joan Scott; opere letterarie come Calvino in Palomar …

Archivi: costruzioni irregolari, fatte di testimonianze ingombranti e di silenzi. Archivi come luoghi di affettività  (cita: Arlette Farge , Nathalie Léger, Jean Luc Nancy). Conflitto tra memoria e archivio…”

Questo quello che ho capito, ma forse mi è sfuggito altro. Naturalmente, Anna Rossi Doria ha subito dichiarato di non essere daccordo sulla non-continuità del femminismo  con il grande movimento che inizia nel Settecento e continua con l’Otto e Novecento. Purtroppo poi si sono messe a parlare tra loro a bassa voce, evidentemente per chiarire meglio i punti di disaccordo o di accordo.

Quindi, siamo rimaste così. Ci tocca ragionarci su, cercando di usare i loro suggerimenti, i tanti autori e autrici citate, e poi perché no, la nostra testa…

Il convegno è continuato con altri interventi, bello e intenso come sempre quello di Emma Baeri, poi una giovane e bravissima Antonia Cosentino, autrice del libro Al posto della dote ( sulle Case delle donne in Italia) . Mi ha colpito, e me lo voglio leggere, anche perché mi ricordo bene le lunghe lotte per avere un Luogo, una Casa. In tante città, compresa Genova. Lotte che continuano anche adesso…

I miei appunti finiscono qui, ma il convegno è continuato. Bene, al prossimo!  abbiamo di che pensare.

 

 

 

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Femminismo anni Settanta, incontro a Bologna di storia delle donne

seminario 22 nov. (1)

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10 novembre 2014 · 6:19 pm

“L’eredità Canepa. Il Sessantotto tra memoria e scrittura”, il nuovo libro di Manlio Calegari

E’ uscito pochi giorni fa, per le edizioni Impressioni Grafiche, al costo di 10 euro, l’ultimo libro di Manlio Calegari. L’ho letto, e, come commento da “dilettante”, devo dire che è il saggio che mi è piaciuto di più degli ultimi anni.

E’ un gran libro, frutto di un lavoro, e una tranche di vita di tanti e tanti anni: alcuni dei materiali, le interviste sono degli anni Settanta; la storia raccontata inizia nel 1967, ai cancelli dell’ASGEN, una delle grandi fabbriche meccaniche genovesi, e si dipana tra Società di mutuo soccorso, università in lotta, comitati operai-studenti, sezioni del PCI… ma poi va molto oltre, anzi, molto a ritroso, fino all’Ottocento, e dipinge un grande affresco, attaverso le voci di uomini e donne, contadini, portuali, operai, studenti, delle trasformazioni sociali, economiche, di costume e di cultura, e della nascita di nuovi ceti proletari, dell’integrazione dei mestieri della città e della campagna, delle “ville” , dei mercati, delle banchine e delle stive delle navi, delle fabbriche.

Vediamo nella parte iniziale, attraverso il racconto di Manlio, uno dei protagonisti, all’epoca ancora come attivista del PCI anche se nouvelle vague, (di lì a poco venne radiato, come si sa, con il gruppo del Manifesto genovese), la situazione degli operai “oltre i cancelli” della fabbrica, dentro le sezioni, nel dibattito e scontro interno al Partito comunista, nei dubbi e nelle diffidenze verso gli studenti, ma in alcuni (come Gino Canepa) nella curiosità che poi sfocia in interesse e simpatia, e poi in amicizia con lo storico e con le compagne e compagni universitari. C’è Franco Sartori, uno dei protagonisti operai  dell’incontro con il Sessantotto e animatore dell’autunno di lotta del ’69 e degli anni seguenti; ci sono altri, poco conosciuti, come Mario Sfrisi, e lo scontro sulla Commissione Interna all’Asgen, la “Sezione Teglia” del PCI di Rivarolo e la consapevolezza politica del gruppo di operai che la animavano, già dagli anni precenti. E poi, il “vento che gira”, l’esplodere del 68 non solo nelle lotte operaie (a Genova, la Chicago Bridge da il via) ma nelle scuole, nelle chiese, negli ospedali psichiatrici … l’estate del ’68 all’Asgen, finalmente scoppia la lotta: “nell’assemblea seguita allo sciopero si era vista una determinazione che aveva colpito gli stessi non troppo sotterranei organizzatori”. Il 17 luglio di nuovo lo stabilimento intero entra in sciopero: la CI, il sindacato (e il Partito) devono accettare le decisioni dell’assemblea, a cui da allora spetta la direzione della lotta: “la fine del mondo; l’azzeramento di pratiche sindacali consolidate da anni”.  Lotta operaia e lotta politica dentro il PCI, l’emergere di consapevolezza politica generale incarnata in figure di giovani e meno giovani operai (“Possibile che tutto quello che stavamo vivendo fosse interessante solo per dotare i metalmeccanici di un nuovo contratto di lavoro? La società aveva alzato la testa…”), lo scontro, le stategie del PCI per non perdere il controllo sul partito e sulle fabbriche…un racconto appassionante, dall’interno, che si chiude con la fine del ’69, con la bomba di Piazza Fontana e la firma del contratto dei metalmeccanici.

“Gino, ora tocca a te”, 4 gennaio 1975, Manlio comincia l’intervista a Gino Canepa. Per una storia della fabbrica tra il 68 e il 69, “anni speciali anche se trascorsi da poco”. L’idea era di Gino, che voleva dallo storico e dalla storia risposte a ciò che si capiva era stato importante, “non facile, perché era necessario dare ragione nello stesso tempo alla storia dei molti e dei singoli, come la sua”.  Caffe, Elio, Luigi, Remo, altre voci si aggiungono, quelle dei compagni del Comitato. E quella di Manlio che, nel rileggere e interpretare, offre una sintesi di fatti e soprattutto pensieri , che muovevano sia i suoi testimoni che lui stesso, insieme partecipe politico attivo e storico impegnato sul piano teorico. Il suo riferimento è  Montaldi (“Militanti politici di base”): “Quello che ci voleva: era la prova di come si potesse a un tempo fare politica e occuparsi di storia” “storie di vita a testimoniare il valore cruciale della discontinuità e della rottura nella battaglia intrapresa dalla classe per la sua emancipazione”. Ma i testimoni di queste interviste sono diversi dai militanti di Montaldi, sono meno “eroici”, il loro protagonismo è quello formatosi con i Comitati, con il noi più che con l’io…

Le interviste si fecero, e furono interessanti, ma il progetto si arenò, per tanti motivi di cui Manlio da conto, ma ora riemergono e riempiono le pagine di questo libro: ” a volte si ha tempo per correggersi. Nel nostro caso tempo ci fu, dopo le interviste continuammo a frequentarci” anzi, diventarono amici, e confinanti di terra, un piccolo vigneto acquistato da Manlio col collega Moreno, fino alla morte di Gino, nel 1991.
Gino comincia parlando della “villa”, e non poteva essere diversamente: “Muratori, villani, camalli, operai: storia di Gino Canepa raccontata da lui stesso”, così si intitola la sua lunga autobiografia: dal nonno al padre portuale a lui stesso, ma la villa è sempre lo sfondo delle loro vite: “se andavi a lavorare in porto o a fare l’operaio, era un mestiere che si aggiungeva”, una fatica, che però dava una certa soddisfazione. Grazie alla villa, e al lavoro e all’inventiva della madre Felicina, che va sul mercato a vendere i prodotti, la famiglia riesce a superare i lunghi periodi di crisi (durante il fascismo, in porto dove lavora il padre Dria). La sua  è la storia della trasformazione della città proletaria e contadina, delle strategie di vita, dei modi di relazionarsi in famiglia, tra le generazioni, e fuori, con i compagni di lavoro, con le donne. Di un protagonista consapevole, che riflette sul mondo e che non accetta mai lo status quo. Che in certi casi precorre i tempi, nel suo rifiuto verso il consumismo, verso il lavoro come fine invece che mezzo per la una vita più felice… non è stato casuale il suo incontro con i temi del ’68 e il suo accoglimento di alcuni dei suoi esponenti, gli studenti che andavano ai cancelli della fabbrica per conoscere di persona gli operai.

Anche per noi lettori questo libro è un incontro, con Gino Canepa, con Felicina, (intervistata anche anni dopo, nel 1981, da Isabella Traverso ), con il padre Dria, con il portuale Malinverni e  la folla di personaggi che popola queste pagine. E anche, di riflesso, con gli studenti  che animarono i “seminari” universitari tra il 1974 e il 1976, del loro entusiasmo  e delle scoperte, di cui l’autore, docente dell’epoca, da conto. Un reincontro, un ritrovarsi, con Claudio Costantini, che tra i primi aveva colto il valore di questi documenti nel suo sito “Quaderni.net”.

E’ anche un nuovo incontro con la città, che va ben al di là della storia locale, ma ha, come altri libri di Manlio, un valore esemplare. E ciò attraverso uno sguardo storico che integra storie individuali e collettive, di uomini e di donne, storia politica e sociale, storia del lavoro e del territorio… un grande libro, una lunga ricerca, che parla a molti di noi, e di molti di noi.

 

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I nodi della storia orale: un intervento di Manlio Calegari

Volevo segnalare un bell’intervento, analitico e problematico , di uno dei maestri della storia orale, e non solo.

Lo trovate qui

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SAN, Portale del Mediterraneo, Aymard (rivisitato) e …

Mi sa che stavolta faccio incazzare qualcuno!

L’Archivio Storico Multimediale del Mediterraneo è il primo dei portali tematici che sono accessibili dalla relativa pagina del SAN. Una bella posizione, molto visibile.
E’ quasi una carta da visita dell’intera sezione. Leggendo i vari testi che illustrano il portale, non riesco a sottrarmi a un leggero senso di fastidio per i toni pomposi e trionfalistici: “Esso ha una grande valenza culturale ed è strutturato su un complesso sistema informatico di estensione internazionale “…”L’ @SMM propone e promuove la rilettura della Storia del Mediterraneo …” (nientepopodimeno!)…”Le funzionalità di interoperabilità di @SMM con fonti esterne sono realizzate per mezzo di un approccio basato su ontologie, questo fornisce nativamente le caratteristiche che consentono di gestire un qualunque modello dati, garantendo così la possibilità di integrazione con qualsiasi fonte esterna…”. …(evvai!) “tale approccio offre ad @SMM un’apertura a sviluppi futuri di tipo semantico non solo sui propri dati, ma anche su quelli relativi alle fonti esterne federate.” …e continua con una sventagliata tecnologica che dovrebbe di per sè lasciare a bocca aperta il lettore o la lettrice non edotti.

La sezione “Etica” accresce il disagio, non perchè non sia daccordo sui contenuti, in astratto: “Il progetto, oltre a quella scientifica, ha anche una valenza etica in quanto può fortemente contribuire ad un importante ruolo di promozione, di cooperazione culturale internazionale e di pace tra le genti del Mediterraneo…” . Sono un po’ allergica alla “convivialità delle differenze” , specie nella presentazione di un archivio sia pure digitalizzato, e mi pare esagerato che possa portare  al ” …dispiegarsi di un dialogo proficuo per costruire un cammino di tolleranza reciproca, realistica e rispettosa delle peculiarità di ciascuno.”. Comunque , andiamo avanti… verso i famosi partner internazionali mediterranei…d’altra parte, sulla home page fanno bella figura di sé i tasti di sei lingue, compreso arabo ed ebraico. Leggo la lista delle tre pagine degli enti aderenti, che dovrebbero appunto concorrere a riscrivere la storia del Mediterraneo. Sorpresa: oltre gli Archivi di stato italiani, compaiono solo tre enti stranieri, Fondazione Ducale Medinaceli di Siviglia -Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, Otto-Friedrich-Universität Bamberg, l’ Oxford University – The Khalili Research Centre for the Art & Material Culture of the Middle East.  Sicuramente prestigiosi, mi pare di capire. Ma sono un po’ delusa: la pace tra i popoli del Mediterraneo la costruiamo con gli inglesi e i tedeschi? Non avevamo qualche istituto turco, armeno, egiziano, tunisino, libico, palestinese, marocchino con cui interloquire? da cosa si misura se un progetto vuole veramente tenere fede alle sue altisonanti premesse? anche (non solo, certo) dal fatto di andarsi a confrontare con partner un po’ più complicati di quelli che si trovano nei verdi praticelli oxfordiani. “Visitare luoghi diffici” era il nome di una serie di progetti, che alcune  organizzazioni di donne hanno creato e perseguito negli anni ’80 e ’90. E questi luoghi erano Libano, Palestina, Israele, Serbia, Croazia…e ci si andava, non virtualmente ma fisicamente…

Ma andiamo avanti. Nel menù di sinistra della home page, noto che “Servizi forniti” e “Answers-Question” non hanno contenuti, e che  “News ed Eventi” non vanno oltre la presentazione del progetto ed alcuni convegni del 2008-2009. Ahia! il portale non è stato più aggiornato oltre quella data? nessuna domanda in quattro anni, nessun nuovo evento…ma chi c’è dall’altra parte, chi gestisce queste pagine? Sembrerebbe l’Archivio di Stato di Catania, a leggere il “Come contattarci”. Non ditemi che tutto questo enorme marchingegno è stato caricato sulle spalle di un Archivio, che come tutti gli altri avrà già le sue gatte di sopravvivenza da pelare…non si può, NON SI PUO’ non prevedere anche un servizio di aggiornamento di un portale. Questo è grave, anche perché, mi pare, tutta la faccenda deve essere costata tempo e fatica a decine di archivi e archivisti sparpagliati per la penisola. E denaro. Quanto denaro, e di chi? Europa? Ministero? Contribuenti italiani? mi piacerebbe saperlo. Come mi piacerebbe sapere chi e come utilizza questa banca dati.

E’ fatta per essere utilizzata, o per “mettere in sicurezza” decine di migliaia di documenti, digitalizzandoli e schedandoli? (più digitalizzati che schedati, sembrerebbe). Lodevole proposito, del tutto coerente con gli scopi per cui esistono gli archivi. Ma perchè costuirci sopra questa cattedrale gotica? ho provato a usare la banca dati, e lo confesso, non ci capisco un tubo. Non riesco a fare una ricerca che non sia elementare (trovare la mappa di Malta…un documento che parli di Rapallo…cose così). Certo non sono una medievista. Ma non doveva essere un lavoro proprio rivolto a chi specialista non è? Vuol dire che appartengo a una categoria di super-svantaggiati. Anche se apprezzo e trovo carini i “Convertitori di unità di misura” e gli altri strumenti, quelli che ci sono però, perchè qualcuno è enunciato ma non costruito, e quelli che esistono ci sono anche in altri siti (monete, indizioni ecc).  L’ultima cosa che vorrei dire (in cauda venenum) è che però è inaccettabile che, dopo tutta la roboante premessa del progetto, venga pubblicata una sezione, “Rivista scientifica n. 1”, sempre 2009 beninteso perché il n. 2 non ha ancora visto la luce, con un testo di Maurice Aymard tradotto dal francese, suppongo, in un modo altamente balordo. E’ ovvio che nessuno l’ha mai letto, da quando è stato pubblicato. O se è stato letto, che ci voleva a correggerlo? l’ho fatto in dieci minuti, in Aymard rivisitato: molti errori, qualcuno anche segnalato dal correttore automatico! (in verde le cose proprio strane, in giallo i “refusi”).

Cosa trarre da questa storia? che nemmeno quello che dice Aymard è stato recepito (e allora perchè metterlo in testa al proprio lavoro?). “…i documenti, ma tutti i documenti…” Ma quali? la prima cosa da capire è proprio quella di sapere in che percentuale la parte compresa nella banca dati si pone rispetto al posseduto  dei vari enti, o almeno di quelle serie che si ritengono interessanti (ma perché quelle e non altre? perché qualcuno/a non ce lo spiega?). C’è tutto di tutte le serie elencate? o tutto quello che si è riusciti a fare? e cosa manca? e quando e come verrà portato avanti il progetto? ecc ecc.

E non era meglio fare una cosa (una banca dati, una digitalizzazione) più delimitata nel tempo e nello spazio (la storia di un territorio, di un evento: l’esempio della “Polar Bear Expedition” può ancora oggi insegnare qualcosa ), ma farla tutta, e farla completa, e soprattutto, portarla avanti, gestire gli utenti, gestire gli aggiornamenti del portale e completarlo e stilare in italiano (almeno) il povero Maurice Aymard?

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Un film sul femminismo a Genova negli anni Settanta

Donne in movimento. Prima del film a Genova il 26 gennaio 2012

"Donne in movimento. Il femmnismo a Genova negli anni Settanta". Prima del film a Genova il 26 gennaio 2012

Nuova produzione dell’Associazione per un Archivio dei movimenti di Genova

Giovedì 26 gennaio, alle ore 18, nella Sala Sivori in Salita santa Caterina 12 a Genova ci sarà la presentazione del film “Donne in movimento. Il femminismo a Genova negli anni Settanta”

Si conclude così il lavoro di un anno.

Una dozzina di interviste individuali  e tre a gruppi di sette persone ciascuna,  a donne protagoniste del movimento, decine di ore di registrazione che poi rimarranno, integrali, all’ARCHIMOVI. E anche decine di immagini, e molti documenti consultati, recuperato un video del 1977, e fatto nuove conoscenze e lavorato tanto e anche tante discussioni (il gruppo di redazione essendo costituito da tre donne e un uomo, il regista Gian Pangrazio). Discussioni belle e comunque interessanti, qualunque sia l’esito del film, anche se ci seppelliranno sotto un camion di ortaggi… su problemi di contenuto e di forma, sul lessico e sulle canzoni, sui massimi sistemi e i minimi dettagli.  Insomma su tutto… però senza mai litigare, miracolo della saggezza della mezzetà…e fatto anche tante risate e bevuto tanti bicchieri dei buoni vini italiani…

Altra cosa bella: una collaborazione tra generi e generazioni, uomini, donne, giovani e meno giovani. Anna Frisone, autrice con noi della sceneggiatura, è una giovane storica -dottoranda – che si è laureata nel triennio proprio con una tesi sul movimento femminista genovese e specialmente sulle donne nella FLM, poi pubblicato col titolo “Non è un gioco da ragazze” Ed. Ediesse.

Per sapere qualcosa di meno impressionistico, i dati del video per esempio, pubblico qui la copertina del dvd (che sarà disponibile a 10 euro a partire dalla presentazione, poi nella sede di Archimovi e in alcune librerie. Per chi è fuori Genova, scrivere un messaggio qui! o alla mail archiviomovimenti@archiviomovimenti.org )

Bene, incrociamo le dita!

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