Archivi tag: social tagging

Traduzione del paper di Richard Lehane, completa.

Ecco qui la traduzione del paper di Lehane Richard Lehane. Permettere di parlare nella sala di lettura virtuale
Si tratta di una traduzione senza requisiti di scientificità, si intende (ho tradotto letteralmente: collections = collezioni; fonds = fondi; archives= archivi; record= documento o record; item l’ho lasciato così come è, sarebbe da tradurre con “unità documentaria”, ma cerchiamo di abbreviare…. Insomma, chi vuole può andare a leggere la letteratura sull’argomento, a partire dalla introduzione agli standard Isad(G) – Può solo consentire di farsi una prima idea dei problemi inerenti la creazione di siti archivistici basati su strumenti Web2.0. Poi, nei prossimi post, si ritornerà, credo sull’argomento.

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Social archives, seconda

Allora, per tirare un attimo le provvisorie conclusioni di tutta questa faccenda degli archivi 2.0:
1) Si è visto nell’esempio della Polar Bear Collection che una collezione (ma potrebbe benissimo essere un archivio) digitalizzato e disponibile online non patisce nulla dall’uso di codesti strumenti e servizi detti 2.0, anzi. Innanzitutto, le provenienze sono preservate, cosa che dovrebbe fare felici tutti gli archivisti di ogni credo e paese. L’archivio fisico giace ben riposto e protetto, ma sempre di più accessibile e disponibile. Gli utenti sembrano soddisfatti di collaborare, qualcuno ha addirittura donato i suoi propri documenti, ad integrazione di quelli già raccolti. La collaborazione tra utenti non è un fatto nuovo, avviene spontaneamente in tutte le sale studio degli archivi. Qui, è istituita e supportata dalla tecnologia. E con ciò resa visibile, più facile e trendy. Il social tagging, se e quando ci sarà, andrà a creare un’ altro strato, diverso e autonomo, di descrizione degli items archivistici. Non si confonderà, credo, con la soggettazione già predisposta, a meno che non inserisca descrittori più appropriati (nomi, luoghi…) e che che possono essere riutilizzati dall’Archivista in una revisione delle basi dati. Insomma, mi pare che tutto potrebbe funzionare anche molto, molto bene. Integrando il lavoro di manutenzione dei siti archivistici con quello che viene suggerito “dal basso”, dall’interazione con gli utenti.

2) Questo è forse il punto più difficile: la manutenzione. Qui si, che ci vogliono risorse e competenze. Non è difficile avere risorse per fare i prototipi. Difficile è mantenerli e aggiornarli nel corso degli anni. Gli studenti e gli stagisti se ne vanno…gli archivisti, come le mamme, si imbiancano… i governi e i sottosegretari passano…vedi ora la situazione italiana, sempre sospesa tra conservazione e catastrofe. Non parlo, non mi sembra dignitoso, della mentalità media degli archivisti – non voglio fare lagne. In realtà ogni forma di innovazione è sempre inizialmente osteggiata, in nome di una “specificità italiana” che pure esiste, ma che non ha impedito, dopo alcuni anni di menate, che anche gli archivi italiani cominciassero ad essere digitalizzati… é così per tutto o quasi. Quindi lo sarà anche per gli Archives 2.0

Ma io, grazie al cielo, sono una libera professionista, quindi (entro certi archivistici limiti) faccio quello che mi pare! devo solo (solo!) convincere i miei o le mie committenti!

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