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E da Genova il Sirio partivano…

Due facciate del passaporto di mia nonna, Giovanna (Jenny) Rovegno, Nata a New York nel 1885, figlia di Domenico e Luigia De Barbieri, emigrati dalla Liguria (dal piccolo paese di Tribogna) in America negli ultimi decenni dell’800. Come ho gia scritto in un vecchio post, Domenico (qui in una fotografia da anziano, faccia da contadino ligure – chissà se aveva la mimica di Gilberto Govi!) fece fortuna con la produzione e il commercio di marshmellows, confetti, canditi, arrivando a possedere una fabbrica a Manhattan e una grande casa a Staten Island, e nel frattempo mise in piedi, con il contributo di sua moglie, una notevole famiglia (11 figli tra maschi e femmine!). Le ragazze, o almeno mia nonna, narrano le cronache di famiglia, tornarono verso gli inizi del secolo scorso al paese in visita (o meglio, per trovare marito)…non è stato difficile, almeno per Jenny, che era bruna con grandi occhi azzurri e un naso importante (che aimè ho ereditato). Fatto sta che, in una di queste occasioni, incontrò Mario, un giovane avvocato, figlio di una famiglia molto nota della zona, professionisti e ricchi propietari terrieri.
Bello, alto, biondo, elegante e galante, e con due stupendi baffi arricciati. Scriveva dei sonetti perfetti – Jenny parlava solo il dialetto genovese e l’americano, ma aveva studiato cucito, cucina, poesia, (molti anni dopo mi recitava dei brani di “Evangeline” e “The song of Hiawatha”, di Longfellow, a memoria. Per non parlare delle scorpacciate di pancakes che abbiamo fatto a casa sua, conditi di burro e zucchero: vero menù ipercalorico per noi bambine italiane postbelliche).

Torniamo in argomento: tra Jenny e Mario fu amore a prima vista. La famiglia di lui fece una opposizione ferocissima: sposare la figlia di emigrati ex contadini! ooorrrore! Lo diseredarono, o almeno, minacciarono di farlo. Ma i due innamorati si sposarono, andarono in America in viaggio di nozze, (forse – di questo non sono sicura: c’è una foto di entrambi sul ponte di una nave…) e poi, al ritorno cominciarono a mettere su famiglia, e nacque poi mio padre Clementino (Tino)

Ma l’opposizione dei parenti, tra cui in particolare una zia rapallese molto snob, però continuava, e alla fine Jenny, una ragazza gagliarda e intraprendente, e una sincera democratica, si scocciò, prese il figlo, (l’erede maschio!!!) e se ne tornò da sola in America, minacciando di non farsi più vedere se non la smettevano di rompere. E’ questo il viaggio documentato dal passaporto: 1919, con mio padre che aveva 3 anni. La storia poi ovviamente continua (se no io non sarei qui a scriverla, molti e molti decenni dopo…). La continuerò anche io, in qualche altro post. Ma perchè mi è venuta in mente? e a chi mai potrebbe interessare, a parte la mia famiglia di qui e di là dell’oceano?

La risposta è la visita alla Mostra “La Merica. Da Genova a Ellis Island“, appena inaugurata al Galata, Museo del mare di Genova, di cui ho fatto cenno precedentemente. Sono stata a visitarla e la consiglio caldamente: è una mostra non enorme, ma molto interessante, gli oggetti e le ricostruzioni d’ambiente sono fatte molto bene, i documenti originali sono presentati con sistemi virtuali molto comunicativi (ad esempio, una parte del tavolaccio della mensa per i viaggiatori dei ponti inferiori si illumina al tocco, e si può leggere la riproduzione di una lettera molto commovente di un emigrato, che parla dell’orribile viaggio fatto e delle sofferenze patite). C’è poi il “trucco” di dotare ogni visitatore-viaggiatore di un passaporto (quasi uguale a quello riprodotto qui sopra), che ha un codice a barre. Inserendolo in apposite fessure vicino a certi schermi, si iniziano dei dialoghi reali/virtuali con personaggi che sottopongono il visitatore o visitatrice (che ha assunto anche l’identità di una reale emigrato/a) a domande (a cui bisogna rispondere) che riproducono fedelmente un interrogatorio degli ispettori a Ellis Island, all’arrivo del viaggio in America … tutto in varie lingue. Mi piace il mix tra nuove tecnologie digitali, ricostruzioni d’ambiente fedelissime, uso dei documenti, fotografie, manifesti e quadri originali. Il tutto è coinvolgente, e in certi momenti, anche commovente. Io mi commuovo abbastanza di rado – ma le parole, i visi delle fotografie, e anche la grandiosa simulazione dell’arrivo lentissimo della nave nel porto di New York sono veramente efficaci…

L’ultima fotografia qui vicino è una casa della piazza del piccolissimo paese di Ogno, in Val Fontanabuona, provincia di Genova. Fino a pochi anni fa semideserto: tutti partiti, in America del Nord e del Sud. Questa casa disabitata, con le finestre adorne di fiori, è una specie di monumento agli emigrati, in attesa del ritorno dei loro discendenti…
Infatti molti ritornano, in visita: non è raro vedere le domeniche belle tavolate nell’ottimo ristorante del paese – sentire parlare inglese o spagnolo o un misto di vari linguaggi e dialetti. Sono intriganti le facce dei discendenti degli emigrati: le mescolanze di genti che hanno prodotto questi visi e corpi, in parte nordici in parte mediteranei, in parte latini…Mi viene sempre voglia di fermarli, di farmi raccontare da dove vengono, cosa si aspettano di trovare, cosa sanno delle storie dei loro “ancestors”…hanno fatto migliaia di chilometri, e speso certe volte molti soldi per andare a vedere un paesino di poche case, sepolto nei boschi di castagni dell’entroterra della Liguria…
Rimango ogni volta ammirata della forza della memoria, ma soprattutto della forza di quella che non c’è, di quella che deve essere ricostruita: una mancanza che chiama, attraverso il tempo e lo spazio. E la gente risponde.

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Memoria della memoria: vita quotidiana, fotografie, musei virtuali

Ovvero: seppure brevissima, si può già cominciare a tracciare un embrione di storia, in Italia, di quei siti o musei virtuali che hanno cominciato alcuni anni fa a raccogliere fotografie, filmati, registrazioni sonore e altri tipi di documenti, forniti da utenti privati o anche da collezionisti, fotografi, biblioteche, radio, e a pubblicarli su web.

Credo che il primo, o uno dei primi sia MU.VI

MUVI è un progetto elaborato dalla gloriosa redazione di Sonar/TiConUno alla fine del 1998 e iniziato nel 1999.
Una prima fase, conclusasi nel giugno 2003, ha visto la partecipazione di Radio Popolare. Una trasmissione si rivolgeva agli ascoltatori, chiedendo di collaborare con le loro storie e ricordi alla creazione del museo.
Un museo molto innovativo, che si basa su un’idea molto semplice: raccogliere il materiale fotografico posseduto dalla gente, ovvero il patrimonio iconografico più disperso che esista. Raccoglierlo e renderlo disponibile on line, in un Museo Virtuale“… Qui gli utenti fornivano fotografie scansionate via mail, oppure le portavano a luoghi e persone di riferimento (la rete degli scanner!) oppure ancora su supporto fisico, via snailmail. Ma non solo immagini: attraverso la radio, sono state raccolte anche registrazioni di storie e racconti di vita degli utenti. Credo che sia da sottolineare la creatività e la lungimiranza degli ideatori, in epoca Web 1.0, con la mescolanza di media diversi (internet, radio, fotografie ecc.) e il rapporto diretto con l’utenza, sia della radio che del web.

Il Cineca MU.VI bolognese è abbastanza diverso: si rivolge a un pubblico di utenti web, ma con un progetto essenzialmente didattico, non a caso nasce in ambiente universitario. Non mi sembra prevista una partecipazione e un coinvolgimento attivo dell’utente. “Le nuove tecnologie applicate alla storia permettono un’infinità di realizzazioni. Per quel che riguarda MU.VI., le opportunità sono legate principalmente alle possibilità di fruizione. I musei della ‘Vita quotidiana’, realizzati concretamente e molto diffusi nei paesi anglosassoni, in Italia sono inesistenti. Nonostante la loro indubbia utilità didattica, la ricchezza del patrimonio culturale italiano pone inevitabilmente delle priorità di spesa che rendono proibitivi i costi per l’allestimento di nuovi musei ed, in specifico, musei di questo genere. Attraverso la modellazione digitale, invece, si superano tutti i problemi legati alle esigenze di spazio, alla disponibilità di una collezione di mobili e oggetti, e permettono una multimedialità ad alto livello di coinvolgimento grazie ad una gestione semplificata di musiche, voci e suoni...”

L’Album di Roma. Fotografie private del Novecento nasce anch’esso in ambito pubblico, il circuito delle Biblioteche capitoline.
E’ un progetto di conservazione della memoria storica e dell’identità della città di Roma attraverso le fotografie delle raccolte private che vengono messe in comune dai cittadini nell’ambito delle seguenti aree tematiche:
– Immagini di vita quotidiana;
– Immagini di persone all’interno del paesaggio urbano di Roma;
– Relazione tra la vita quotidiana e gli eventi pubblici storici”.

Come impostazione è quindi più simile al MU.VI lombardo, perchè richiede il coinvolgimento attivo dell’utenza.

Ho trovato su web altri piccoli MU.VI, di paesi, di vallate ecc. ma alcuni non sono andati al di là del progetto o della proposta. Spero di non aver trascurato niente di importante, ma non si sa mai…
Tenendo conto che queste realizzazionui sono molto recenti, (gli ultimi aggiornamenti risalgono a due o tre anni fa), si evidenzia in modo lampante il salto qualitativo che le tecnologie web 2.0 consentono nei siti web di questo genere, nel creare un rapporto molto più diretto e partecipativo con l’utente (vedi la già stracitata Polar bear expedition). Speriamo che gli organizzatori decidano di farne uso…
Staremo a vedere.

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