Archivi tag: Sardegna

Nostalghia

Periodicamente, quasi alla fine dell’inverno (ma è annunciato ancora freddo per i prossimi giorni) mi viene nostalgia di estate, vacanze, caldo e luce mediterranea. In questo senso il blog funziona davvero come un diario, rileggendo i post dei mesi invernali degli anni passati, ce la ritrovo, la nostalgia, la noia di stare al chiuso, di aggirarmi per casa scrutando da ogni finestra sperando in un panoramam diverso. Niente, grigio, grigio, sempre grigio e freddo. Ho cambiato la testatina del blog, è una foto presa a Cabras due estati fa (piccola consolazione). Cani all’ombra di un fico, stagno luccicante, vento caldo.

Poi, una straordinaria abbuffata di pesce e frutti di mare in una locanda della zona, in bella compagnia di amici sardi…

Nostalgia, nostalgia.

Conto i giorni  per l’estate.

Lascia un commento

Archiviato in memoria

Spiaggia di giugno

Spiaggia vicino a Santa Teresa di Gallura, in giugno, un pò sgranata perchè l’immagine che la mia amica Adriana mi ha spedito era più piccola. Ma così si capisce che c’era vento, il mare mosso, nessuno in giro…

Arrivo, tra pochi giorni. Almeno spero. Non vedo l’ora…

Poi faremo anche un giro nei luoghi natali di Antonio Gramsci – quest’anno le “memorie patrie” (cominciate con la “Casa bianca” di Garibaldi a Caprera l’anno scorso) continuano sulla stessa linea di sinistra. Anzi, che più di sinistra francamente non si può. Speriamo di trovare il luogo (la casa natale di Gramsci) in una situazione più accessibile di quella di Garibaldi: che è certamente aperta e visitabile, a patto di correre come dannati e vedere tutto in dieci minuti…chissà se ora la situazione è cambiata.
Consultando il sito internet della Casa museo gramsciana sembrerebbe che ci siano buone premesse: mi pare curato con vero interesse e dedizione. Vedremo…

4 commenti

Archiviato in memoria

Libri e tulipani

Libro e tulipani Uno dei film che mi è piaciuto di più e che ho visto e rivisto molte volte, in molti passaggi televisivi, è certamente “Pane e tulipani”, di Soldini, con Licia Miglietta e il grandissimo Bruno Ganz. Sono in compagnia di tanta gente, credo. Perciò i tulipani sono uno dei miei fiori di culto. Questi tre fanno parte di una schiera di bulbi che ho piantato e curato e che ora mi danno molta soddisfazione, sulle finestre e in giardino. Sul davanzale, che fa anche da comodino, si stanno accumulando un po’ di libri e riviste, recentemente molti che riguardano il ’68. Proprio ieri ho finito di leggere un libro appena uscito per i Fratelli Frilli Editori, dal titolo “Genova, il ’68. Una città negli anni della contestazione“. Le interviste sono raccolte da Donatella Alfonso, giornalista de La Repubblica, il testo è di Luca Borzani, storico, ora direttore della Fondazione Palazzo Ducale. Il libro è corposo, sono duecentotrentotto pagine dense di avvenimenti, personaggi, analisi sociali e politiche. Il sessantotto entra, giustamente, a far parte di un flusso di eventi e trasformazioni su molti livelli, che parte da lontano e che naturalmente va oltre. E’ però l’acme, il momento dove ciò che stava maturando viene tumultuosamente alla luce, non solo nelle Università occupate (già dall’autunno 1967) e nelle piazze, ma anche nel porto e nelle fabbriche, nelle scuole medie e in alcune Chiese e comunità ecclesiali. Senza dimenticare le società di cultura e le gallerie d’arte, i teatri e i musicisti…protagonisti e scenari di una città che, volente o nolente, come mille altre nel mondo, viene presa nell’ondata della grande Storia.

Il quadro è mosso e complicato. Le cose narrate non sono nuove, ma mancava un libro che tentasse di organizzare in modo coerente la materia, rendendola più intelleggibile anche per il solo fatto di raccontare con ordine, con sistematicità. I titoli dei capitoli possono dare un’idea (non tento nemmeno di riassumere alcunchè): Una città al bivio. Scuola e università, decide l’assemblea. La fabbrica e il porto: un nuovo protagonismo operaio. Si rompe il silenzio: il dissenso cattolico. La cultura: tra avanguardia e conformismo. Sessantotto nero. In cerca della rivoluzione. Ci sono poi delle sintetiche biografie dei “testimoni”, gli intervistati. Nonchè una spessa bibliografia.

Leggendo il primo capitolo, “una città al bivio”, in cui si traccia, dati alla mano, una quadro della situazione economica, sociale e politica della città negli anni sessanta, che crea una cornice agli eventi se non una serie di antecedenti causali, mi rendo conto di quanto poco noi ventenni del ’68 (io di sicuro, ma anche molti altri con me) conoscessimo la realtà che volevamo a tutti i costi cambiare. Io non sapevo veramente niente del posto dove ero nata e vissuta vent’anni, quasi sempre nella stessa zona se non quartiere. Eppure, questo non significa molto, noi siamo stati vissuti dagli eventi – dalla guerra in Vietnam alla repressione in Cecoslovacchia, dalla guerra dei sei giorni al Maggio, qualcosa di più grande di noi ci ha scossi e trascinati fuori dai binari ( prevedibili) delle nostre vite. Poi più niente è stato come prima: tutto è cambiato, come se una gigantesco frullatore avesse rimescolato corpi e menti, provenienze geografiche e classi, passato e futuro…

Sono partita per la Sardegna, nel 1969, con incoscienza, entusiasmo e curiosità, come se partissi per un continente sconosciuto. E infatti, era un continente straniero e affascinante (anche se per un pelo non ci sopravvivevo): rivoluzionari maschi e femmine, veri e fasulli, e contadini, pastori, giovani operai, banditi e mogli di banditi…Un padrone di casa , carabiniere, ottima e generosa persona; un vecchio stalinista che ogni sera si sintonizzava su radio Albania aspettando il segnale della rivoluzione…pastori comunisti e pastori banditi – faide, sequestri, morti ammazzati, vendette barbaricine. Ma anche lotte di fabbrica, militanza, infinite riunioni politiche o quasi, comizi e giri nelle torride campagne con macchine scassate e altoparlanti ancora più scalerci. Repressione, denunce, processi quasi farseschi. Notti passate ad attaccare manifesti con la colla fatta di soda caustica e farina, manifesti e volantini tirati uno a uno a mano con il telaio di seta e il rullo inchiostratore (la tecnica della serigrafia: mai visti volantini così perfetti, ne bastavano poche centinaia!). Fame, abbastanza, si divideva quello che avevamo, ma era sempre poco, e tra i “compagni ” c’erano anche dei solenni mangiatori a sbafo. Violente crisi dei rapporti uomo-donna, grandi e feroci litigate, problematiche insolubili, rotture e ricomposizioni, drammi, e farse – ma col senno di poi. E la politica sempre e ovunque…

Mi accorgo che sono passata dal libro sul ’68 a un mio individuale ’68 -anzi, a quattro anni abbastanza sconvolti della mia vita. Non che quelli successivi siano stati più tranquilli…

Ma è stato il ’68 che ha raccolto le trasformazioni del decennio e le ha sparate con l’energia di mille soli nel mondo. E’ straordinario che un libro, un piccolo grumo di parole e storie, mi faccia ancora questo effetto – mi susciti una bella sbornia di ricordi ed emozioni. E questo è solo un momento, c’è stato il prima (il ’67, le occupazioni, il “gruppo dei pari”, mai più nella vita questa aurorale felicità dell’amicizia, delle discussioni, della libertà) e il dopo, ma più complicato,  faticoso, una invenzione continua della vita, del lavoro, dei figli, delle storie d’amore e disamore.

Ma la maturità, quando arriva? Forse quando si scrivono i libri, invece di ri-raccontarsi le storie? Boh, non lo so. Comunque, questo libro a me ha fatto questo effetto. A voi? sappiatemelo dire…ci torneremo sopra, ci sono tante altre cose da raccontare.

4 commenti

Archiviato in libri, memoria

Mare, spiagge e memorie patrie

levante

E’ già nostalgia. Eppure sono tornata solo oggi da una piccola vacanza. Ieri l’ultimo saluto, alle otto di mattina, vento di ponente fresco, ma questa è una spiaggia di levante, riparata, in vista della Maddalena. Io e Giuliano siamo dei fabbricatori di riti: l’ultimo giorno si va prestissimo in questa spiaggia; si riesce a stare almeno due ore completamente soli, vento, uccellini, silenzio. Poi qualcuno sopraggiunge, ma l’esperienza del momento perfetto si è compiuta. Deve bastare per un anno intero, e ci fa dimenticare i momenti di delusione e incazzatura che ogni vacanza in uno dei posti più belli del Mediterraneo si porta dietro, nella stagione di punta. Non la faccio lunga, ma: sulla spiaggia di CapoTesta a levante, alla mattina verso le nove, mentre la spiaggia si sta riempiendo di mamme-e-bambini con enormi carichi di ombrelloni ecc., un tizio tutti i giorni piazza cinque o sei sdraio e ombrelloni, ben distanziati tra loro, prelevandoli da un rudere di barca capovolta. Alla domanda: ma lei ha una concessione per fare questo? come può pensare di tenere vuote queste sedie (che verranno occupate da quattro o cinque madame amiche del tizio, verso mezzogiorno passato) mentre chi si fa la carovana con un carico da mulo sotto il sole deve accontentarsi di un angolino? Risposta: io abito qui vicino (cenno vago alle ville lì intorno). Risposta: e allora cosa mi rappresenta?rabbia2.gif Segue litigata.

E’ un classico estivo. Consolazione: leggo su un quotidiano che a Valencia (ES) è stato vietato di cercare di tenersi un posto in spiaggia con sdraio, ombrelloni ecc. Viva la Spagna! faro di civiltà anche in questo caso.

Ma l’incazzatura più grossa avviene a Caprera. Visita al bellissimo Compendio Garibaldino (cioè alla casa museo di Garibaldi). A questo link si trovano molte informazioni, anche se nell’insieme è un po’… Tutti la conoscono, almeno a parole. E’ un posto che deve essere apprezzato con una visita che permetta pause di osservazione dei documenti e degli oggetti conservati, che sono di tipo diversissimo, dai documenti ufficiali al girarrosto a molla (che viene caricato, come un segnatempo, per non dover stare a girarlo manualmente. Piccola invenzione per alleviare il lavoro delle donne? mi piacerebbe crederlo…). Bisognerebbe meditare, guardare anche il paesaggio straordinario. Dicono che molto sia stato rubato da collezionisti di cimeli (i beneinformati dicono anche da Craxi). Ma ci sono videocamere ovunque. Niente giustifica una visita a rotta di collo, guidati, anzi, incalzati da un giovincello in occhiali scuri e codino, arrabbiato per fatti suoi, che ha blaterato alcune scemenze e via, fuori dagli zebedei. In mancanza di altro personale a cui rivolgerci, siamo andati dalla addetta alla biglietteria a protestare. Sorrisino di compatimento. adieuQuesto sarebbe il bicentenario del Padre della patria? quando si tratta di inventare qualche occasione per spillare quattrini al pubblico, le amministrazioni di qualsivoglia ente non si fanno pregare (guardare su internet il profluvio di siti garibaldini dell’ultima ora). Sono molto affezionata a Garibaldi, l’unico vero eroe-pop italiano. Vorrei che, almeno, si tenesse bene la sua casa, meravigliosa. Se la gente la visitasse come si deve, potrebbe meditare su di lui e sui suoi tempi, meglio che in tanti sciocchi convegni.

1 Commento

Archiviato in archivi, memoria, ribellarsi è giusto