Pubblico qui l’intervento di Graziella Gaballo* a commento del video “Donne in movimento”  ieri sera al Circolo Zenzero di Genova, dopo la proiezione del film.

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Mi è stato chiesto di “rompere il ghiaccio” e di aprire il dibattito con un mio breve intervento e immagino che questo sia dovuto a due motivi: da una parte, l’essermi  occupata nella mia attività di ricercatrice storica del femminismo degli anni Settanta del  quale sono anche stata protagonista, ma, dall’altra, e soprattutto – credo – per il fatto di non essere stata direttamente coinvolta nelle vicende genovesi di cui il filmato dà conto e quindi di poter avere uno sguardo sufficientemente distaccato.

Stiamo parlando di una stagione cronologicamente ancora vicina, ma lontana dalle esperienze di vita di chi oggi ha vent’anni. Si tratta di  un periodo di grandi cambiamenti,  importante per comprendere a fondo la società e la storia degli ultimi quarant’anni, visto che il movimento delle donne è quello che più ha inciso sulla trasformazione della mentalità e dei comportamenti quotidiani, oltre ad aver rappresentato un unicum nella storia politica, anche locale, perché in nessun’altra situazione si è mai  visto un coinvolgimento così importante sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo di donne (certamente molte di più di quante abbiano mai militato nei partiti) e in nessun’altra situazione le donne hanno esercitato una funzione politica così rilevante. E ritroviamo questa consapevolezza, nel video appena visto, ad esempio nelle parole di chi parla addirittura di  “senso di potenza” nel ricordare proprio quanto il movimento delle donne abbia “contato” e “spostato”.

Ma per entrare nel vivo e  parlare proprio del filmato, la prima cosa che mi viene da dire è che stupisce la capacità e la bravura dell’essere riusciti, nello spazio di una sola ora, a dar conto di così tante cose: a restituire un’atmosfera e  una identità collettiva,  la ricchezza delle tematiche, la “mappatura” del territorio e il racconto di quel periodo   – e abbracciando anche l’aspetto della  trasmissione e del  legame con l’oggi.

A  guidarci nella rilettura e ricostruzione  di quegli anni sono nel video coloro che ne sono state allora protagoniste;  e i visi di queste  donne sono –  prima ancora delle affermazioni fatte e dei temi trattati –  ciò che più mi ha colpito. Perché sono tutti  visi belli, non stereotipati,  intelligenti,   sorridenti, positivi, che testimoniano una ricchezza di esperienze e di crescita personale che ha dato loro una grande forza. In una delle ultime frasi del video si dice che il femminismo è  un modo radicalmente nuovo di guardare le cose e forse quello che questi visi ci restituiscono e comunicano è proprio questo sguardo consapevole sul mondo.

Poi, dicevo, la ricchezza dei temi trattati: li ritroviamo tutti, dall’antiautoritarismo e  la critica alla famiglia patriarcale alla  rivoluzione sessuale,  l’autocoscienza e  il partire da sé; dalla  politica e dalla consapevolezza  che  il personale è politico alla doppia militanza, la sorellanza, il  separatismo.

Forse val la pena ricordare come fosse infatti difficile allora – e forse non solo allora-  soprattutto per le donne,  intervenire all’interno dei partiti, che non prevedevano   e non permettevano   tempi individuali  di crescita e maturazione o  di acquisizione di strumenti e in cui non era certo pensabile parlare del personale, perché bisognava occuparsi dei problemi sociali e  della lotta di classe. Di qui, la scelta della separatezza degli spazi di riflessione all’interno di collettivi femministi, che, invece, davano  importanza all’esperienza personale e  al vissuto individuale –  che veniva ricucito con quello collettivo e sociale –    e in cui c’era lo spazio  per la crescita e il confronto. E in essi le donne riuscirono a mettere in parola la loro esperienza e  le loro emozioni,  operando una rottura radicale con le forme e i linguaggi tradizionali della politica – Lolli Ridolini nel video sottolinea proprio questo “riappropriarsi della parola e decidere di cosa parlare” –  e riuscirono, partendo da un ambito extra pubblico per antonomasia – quello della quotidianità e della domesticità – a costruire una lettura e una critica dell’ambito politico.

È una politica quindi  che non si affida a modelli già costruiti e  con la presunzione di valere universalmente, ma che si costruisce sulla base di esperienza vissuta, che parte da qualcosa di percepito come vitale e che lo fa in una presa di distanza fisica e simbolica dal maschile e trovando nell’alleanza con l’altra (la famosa sorellanza, appunto), forza e autorità e capacità di costruire processi e percorsi autonomi.

Tutto questo portando avanti una pratica non autoritaria (anche se non sempre, in realtà, le cose funzionarono poi davvero così) che teneva conto delle esigenze e dei tempi di tutte: ricordiamo che i lavori erano sempre “collettivi”, gli interventi sulla stampa locale fatti a nome di tutte; i ruoli intercambiabili.

Il video ci ha dato poi conto anche della miriade di esperienze fatte, testimoniate pure da manifesti,  volantini,  foto,  filmati: abbiamo visto raccontare la pluralità dei collettivi, l’esperienza della  Casa delle donne, il consultorio. A proposito di quest’ultimo, però, mi pare di aver colto che si sia trattato per il movimento di Genova di un’esperienza meno centrale e significativa di quanto non lo sia stata invece, per esempio,  per la realtà dalla quale io provengo, Novi Ligure,  dove  ha rappresentato il punto cruciale intorno a cui si è costruito, è cresciuto, e si è anche spaccato il collettivo.

E dico questo a riprova proprio delle differenze tra le varie realtà, per sottolineare ancora una volta – come già hanno fatto ad esempio fin dai primi anni Novanta, Luisa Passerini o, più recentemente, Anna Rossi Doria –  come sia importante lavorare in questo campo sulla dimensione locale, perché i caratteri del femminismo variarono molto da una città all’altra e solo questa attenzione al locale  permette  di studiare meglio le modalità di diffusione del movimento.

Certamente, tra i vari gruppi, ognuno dei quali con le sue specificità,  c’erano però anche    numerosi rapporti, molto forti e molto stretti  e sembra davvero incredibile pensare oggi a come si riuscisse allora, in assenza di reti telematiche, ad essere sempre e comunque collegati alle altre  realtà in tempo reale, con una velocissima rete di relazioni informali, creando uno spazio geopolitico estemporaneo e stabile insieme.

E a questo proposito, volevo ricordare  come il collettivo femminista a Novi sia nato nell’autunno del ’72 o ’73, quindi dopo quello di Genova che, se non ricordo male è uno dei più antichi. E in questa prima fase, cui però io non partecipavo ancora,  si erano presi dei contatti anche con delle compagne di Genova e le si è invitate alle prime riunioni. Ed era rimasta mitica nella memoria condivisa questa immagine di esponenti genovesi di un femminismo duro e radicale; per anni io ho sentito parlare, in particolare,  con un misto di rispetto, ammirazione e timore, della famosa “Elvira” di Genova e devo dire che ritrovarla in questo filmato, con un’aria dolce e pacata mi ha quasi sconcertato.

Ma, per tornare alle differenze e alle esperienze fatte,  qui, invece, sono molto più forti, ad esempio,  i fasci di luce sulla vicenda del femminismo sindacale, che è probabilmente la più originale di tutto il neofemminismo italiano e che a Genova ha avuto un’importanza e un peso notevoli: dalla presenza femminile in fabbrica, nel sindacato, nel Consiglio di fabbrica al    coordinamento donne Flm e  all’esperienza delle 150 ore, definita giustamente  nel video “esperienza di controcultura”.

Per ultimo, dicevo del passaggio della memoria – giocato sia sul rapporto ieri-oggi, sia su un  incrocio di sguardi tra generazioni diverse – e  rappresentato visivamente nel filmato da una parte  da Anna Frisone –  una giovanissima  storica che ha pubblicato parte  delle sue ricerche sul movimento femminista a Genova – oggetto della sua  tesi di laurea – nel libro collettaneo “Non è un gioco da ragazze” (Ediesse, 2009), che ha recentemente vinto il prestigioso premio Gisa Giani – e le cui riflessioni hanno costituito la trama della sceneggiatura e dall’altra  dalle immagini di quella giornata storica del 13 febbraio 2011, dove, gridando “se non ora, quando?” le donne sono tornate a riempire le piazze.

Un’opera importante, quindi, di memoria e di documentazione, che è stata resa possibile dallintreccio tra testimonianze e il  materiale raccolto dall’archivio dei movimenti grazie alla consapevolezza da parte di chi se ne occupa –in primis, direi, Paola De Ferrari – che scopo di un archivio non è solo  inventariare e conservare perché  esso vive se raccontato, cioè se i documenti conservati  vengono studiati, valorizzati, socializzati.

Vorrei chiudere con un’ultimissima osservazione su questo aspetto importante di trasmissione e di dialogo con le giovani generazioni. Paola Gaiotti De Biase (questa donna democristiana e adesso del Pd, che ha attraversato gran parte del Novecento con il suo impegno politico) in una recente intervista, alla domanda su cosa le donne della sua generazione lasciano in eredità alle giovani e alla democrazia del terzo millennio, risponde, giustamente, che tocca a loro, non a noi, decidere cosa debba essere continuato della nostra esperienza e che a  noi tocca solo raccontarla. Devo però dire che sono stata piacevolmente colpita – e l’ ho anche   già scritto – dal fatto che Anna Frisone, che in questo caso particolare è la rappresentante delle nuove generazioni, abbia saputo restituire con il suo approccio e  il linguaggio usato – ed è cosa che va al di là della serietà e della profondità della sua  analisi storica –  una sensibilità molto vicina a quella del movimento delle donne di quegli anni, facendomi pensare che la trasmissione tra generazioni non solo è possibile, ma a volte funziona anche, e bene. E questo direi che succede quando il femminismo non viene concepito come una teoria o una dottrina, ma come un pensiero che richiede, per essere pensato, di essere vissuto, di entrarvi a giocare, di parteciparvi da dentro.

*Graziella è ricercatrice storica e collaboratrice dell’Istituto per la Storia
della resistenza edella società contemporanea in provincia di Alessandria
(ISRAL), socia della Società italiana delle Storiche (Sis) e della Società
Italiana  per lo studio della Storia Contemporanea (Sissco).
Si è occupata, in particolare, di storia di genere, storia resistenzialee
didattica della storia e su questi temi ha pubblicato numerosi saggi e
monografie.

 

 

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