Archivi di qua e di là dell’Atlantico

Oggi ho letto il blog di Kate T., attivissima archivista nordamericana, che oltre il ben noto ArchivesNext ora ha creato anche Archives Issues. Ho già citato Kate più volte e leggo regolarmente i suoi interessantissimi posts.

Bene, in Archives Issues, blog in cui le notizie sugli archivi hanno un taglio più informativo e sintetico che in Archives Next, leggo il seguente: “Saa and ACA Issue Joint Statement on Iraqui Records “, che comincia così: “The Society of American Archivists (SAA) and the Association of Canadian Archivists (ACA) today issued a joint statement on “records captured or otherwise obtained by the United States of America, and those removed by private parties, during the first and second Gulf Wars.”

Le maggiori associazioni degli archivisti americani e canadesi prendono posizione con un documento congiunto contro la sottrazione ad opera del Governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati, e di privati, di documenti spettanti all’Irak. Fanno pressione perchè il governo USA si impegni a una celere restituzione…eccetera. Leggete la dichiarazione congiunta.

Tenete conto che gli Stati Uniti (il Canada non mi ricordo, mi pare che abbia mandato truppe in Irak ma non so se le ha ritirate) sono in guerra con l’Irak. Ogni giorno muoiono soldati americani, iracheni militari, miliziani e soprattutto civili. Ancora, dopo anni di guerra. E non se ne vede la fine.

Forse anche per questo, ma non solo, i temi etici sono in primo piano nelle preoccupazioni di molti archivisti americani, e/o di lingua inglese. Segnalo anche questo interessante post, “Archivists as Activists“, sempre di Kate T.

Kate riporta un commento di un lettore, Lauren, che, apprezzando il blog di Kate per il suo impegno, lo collega all’attività di una associazione di Storici contro la Guerra. Kate rimanda anche alla lettura di articoli su The American Archivist (l’organo ufficiale dell’Associazione degli Archivisti Americani), in particolare:

(…) I read Rand Jimerson’s article, “Archives for All: Professional Responsibility and Social Justice” in the latest issue of American Archivist.

If you’re a member of SAA, you can have access to this article online; you’re not, here’s the abstract:

Archivists should use their power—in determining what records will be preserved for future generations and in interpreting this documentation for researchers—for the benefit of all members of society. By adopting a social conscience for the profession, they can commit themselves to active engagement in the public arena. Archivists can use the power of archives to promote accountability, open government, diversity, and social justice. In doing so, it is essential to distinguish objectivity from neutrality. Advocacy and activism can address social issues without abandoning professional standards of fairness, honesty, detachment, and transparency.

(I neretti sono miei)

Volete saper di cosa si dibatteva in alcuni messaggi recenti della lista degli Archivisti italiani, Archivi 23? Se non fosse meglio, per il sistema degli archivi pubblici, ritornare sotto il Ministero dell’Interno, invece che essere l’ultima ruota dello sgangherato carrozzone del Ministero dei beni culturali. “Oh, come venivamo ossequiati, quando ci presentavamo nelle commissioni di scarto con gli esponenti degli altri enti..” è più o meno il succo del melanconico messaggio di un archivista. Che forse ha sbagliato carriera. Chissà se è in tempo a cambiare mestiere. Una bella divisa avanzata da questurino magari gliela rimediano.

Un salto all’indietro di trenta anni e più (il Ministero dei beni culturali è del 74/75, ma la discussione sugli archivi come beni culturali nasce negli anni postbellici…)

Non viene in mente agli archivisti “nostalgici” degli Interni (ma sull’effettiva situazione degli archivi in quell’epoca, leggersi qualche buon libro di storia degli archivi italiani) che, contro lo sfascio degli Archivi, ci sia da fare appello, piuttosto, alla coscienza civile degli archivisti, di ogni ordine e grado, di ogni età e responsabilità. Perchè si mobilitino, ciascuno con gli strumenti suoi e dal suo posto di lavoro, mettendo all’opera denuncia, comunicazione creativa, solidarietà con gli utenti, solidarietà con le nuove leve di giovani che aspirerebbero a lavorare negli archivi…

E’ una faccenda di democrazia, di legalità, di cultura dei diritti. Altro che “ossequi, dottore!”

Se gli archivi pubblici sono allo stremo, la responsabilità non è solo dei governanti – tutti e ciascuno. E’ anche degli archivisti, tutti e ciascuno. Si è mai saputo di uno sciopero degli archivi? di qualche forma di lotta, di protesta, di mobilitazione? al massimo, i direttori e le direttrici (ma non tutti) hanno minacciato le dimissioni (verso la fine del precedente governo Berlusconi), hanno scritto lettere ai giornali…

lo sapete, quello che oggi viene pubblicato sulla carta stampata, domani serve per incartare il pesce…dice la saggezza popolare.

Se scioperano, o comunque se si mobilitano categorie come i medici, gli insegnanti, i vigili del fuoco, non possono farlo gli archivisti? E andiamo! oppure, inventarsi forme di lotta diverse, che non penalizzino gli utenti ma che colpiscano la pubblica immaginazione?

In America fanno la guerra; ma la società civile sta sviluppando forti anticorpi contro la politica militarista e imperialista. Speriamo che ce la facciano. E la categoria degli archivisti, o almeno, una sua componente attiva e visibile, “presidia” i pilastri democratici della professione.

In Italia? Bah!

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6 commenti

Archiviato in archivi, beni culturali

6 risposte a “Archivi di qua e di là dell’Atlantico

  1. Paolo

    Eh cara Paola, ho molto apprezzato il tuo articolo! Ho paura però che per gli archivisti nei prossimi anni ci saranno ben altri problemi da affrontare, per cui una mobilitazione generale diverrà necessaria, non solo auspicabile.
    Mi permetto di aggiungere una postilla: perchè solo in Italia il mestiere di archivista, intendo soprattutto in Archivio di Stato o Soprintendenza, è tradizionalmente appannaggio di famiglie “bene” che hanno tempo e denaro sufficienti per dedicarsi a una professione sottopagata, malconcia, ma di prestigio? In tutti gli altri paesi del mondo non mi pare sia così.
    E’ certo che finchè ai “posti di comando” ci saranno persone di tale estrazione sociale, non ci sarà mai una mobilitazione generale (salvo le meritevolissime eccezioni!) perchè per molti l’archivistica – ho notato – più che un lavoro sembra essere un hobby.

    Un caro saluto
    paolo

  2. deffe

    Grazie Paolo, sono contenta che tu non sia emigrato a Barcellona…
    Sull’argomento che tocchi, che lavorare in archivio è un lusso per benestanti, un hobby, un tic…visto che si lavora per lo più gratis, e quindi qualcun altro deve fornire il panino, (in Italia in genere sono i genitori o i/le consorti che si fanno carico)è un problema gravissimo.
    I giovani, ma talvolta neanche tanto giovani, che sono legati a “lavori a progetto” dal finanziamento sempre in bilico, sono sotto ricatto perenne. Addirittura gira voce che alcuni pesonaggi, responsabili di Enti che gestiscono questo tipo di progetti, non vedano di buon occhio che i giovani archivisti si impegnino anche in attività di tipo associativo. Direi che L’ANAI non si può proprio chiamare “sindacato”, ma associazione si, e potrebbe essere anche utile. Potrebbe…mesi fa ci fu una riunione, qui a Genova. Si parlò di rimettere in piedi, rinnovandola, anche con il contributo di nuove leve, la sezione dell’Associazione. Sono passati due mesi – non è più giunto un motto, un rigo, una mail sull’argomento.
    Porto delle nebbie…spero di no, i giovani archivisti, maschi e femmine, erano simpatici e svegli…
    Certo che bisogna darsi una scossa. Un abbraccio, Paola

  3. Sono d’accordo solo su alcune cose che dici anche perchè i temi che affronti nel post sono veramente moltissimi.
    mi limito ad esprimere qualche perplessità sulla maniera un pò sbrigativa con cui ti liberi della questione “quale ministero”. concordo con te che sul tappeto ci sono cose ben più gravi di cui preoccuparsi e soprattuto sul fatto che l’atteggiamento troppo remissivo degli archivisti ne abbia da sempre danneggiato la figura professionale.
    ritengo che per parlare di futuro della professione ci si debba definitivamente svincolare dal modello centralista che fa perno sull’amministrazione degli archivi e vede l’amministrazione stessa come elemento portante dell’intero sistema. ma sarebbe un discorso troppo lungo.
    quello che volevo dire invece è che il dibattito beni culturali/interno ci deve far riflettere su quanto sia stato utile il progressivo “confino” degli archivi nei beni culturali. come sai meglio di me gli archivi sono beni culturali di ritorno e la dimensione giuridico amministrativa ha un peso importante. limitarsi agli archivi come beni culturali può significare insomma, magari inconsciamente, sottrarre all’archivistica il suo ruolo nella disciplina dei modelli di formazione e sedimentazione dei complessi documentari. quindi non è un ovviamente un problema di ossequi (e nemmeno di divise…) ma l’esigenza di riaffermare in pieno la dimensione archivistica soprattutto nei confronti dei nascenti archivi informatici. non credo sia proponibile ipotizzare nuove commissioni cibrario e credo che tutto resterà com’è ma resta il fatto che quello dei beni culturali resta in buona misura un cappio al collo

    Complimenti per il tuo blog.

    federico

  4. deffe

    Caro Federico, grazie per l’attenzione, sono contenta di discutere di queste cose che mi stanno molto a cuore. E’ vero, sono stata assai rozza: con il fatto di liquidare l’opzione “Ministero Interno” come una pura nostalgia passatista – in cui le frustrazioni archivistiche sarebbere risarcite dal sogno di riconquistare una qualche dignità simil-prefettizia. Non ho resistito alla battuta. E’ che a me, ma non solo a me, diciamo, da queste parti, il Ministero dell’Interno mi fa venire in mente il G8, i Questori, i Vicequestori, i depistaggi, gli imbrogli, i tonfa, le molotov della scuola Diaz, la Caserma di Bolzaneto…e tutto il resto. Il ministro Scajola. Sul quale calerà tra un poco il solito silenzio tombale dei misfatti impuniti dello stato italiano. L’idea che gli amati archivi debbano avere qualcosa a che fare con un Ministero che ha gestito come sappiamo cose del genere, mi ha fatto venire la pelle d’oca, e me la fa venire ancora, sia chiaro.
    Però scusa, anche l’estensore del messaggio che citavo, giorni dopo ha ribadito il suo punto di vista sui documenti d’archivio, come portatori di interesse esclusivamente amministrativo e giuridico. Categorico, nessuna sfumatura. Quindi anche lui seminava provocazione!;-)

    Provo a scrivere quello che mi pare di capire. Tu dici che gli archivi sono “beni culturali di ritorno” e la dimensione “giuridico amministrativa ha un peso importante”.
    “Di ritorno” immagino che tu intenda il fatto canonico che, pur nascendo con altri scopi, una parte dei documenti, dopo aver esaurita la loro funzione, o anche solo dopo tot tempo, acquisiscono un valore storico-culturale di virtuali fonti per la storia. Di qui la scelta, a suo tempo, di fare entrare gli archivi nel mondo dei beni culturali. E di porre l’amministrazione degli archivi sottol’omonimo neo-ministero.

    Ora, sta di fatto che il Mibac è diventato un “pachiderma burocratico amministrativo così imponente” da far impallidire le più pessimistiche previsioni (Isabella Zanni), che i beni archivistici sono considerati i parenti poveri-orfanelli brutti e sgraziati- nei confronti dei ben più redditizi beni artistici, archeologici e similia, in termini di citazioni e passaggi televisivi (vedi la serie rutelliana del “ritorno dei tesori rubati”…). E che tra paesaggio, tesori rubati e restituiti, biblioteche, quadri, libri e archivi tutti i sorci diventano grigi in un pout pourri che fa male a tutti e bene a nessuno: naturalmente in un clima di scarsità estrema di risorse.

    Inoltre, che la digitalizzazione e la nascita direttamente in digitale di importanti settori documentali della P.A. pone grandi problemi di gestione, trasmissione, conservazione ecc.; di qui scaturirebbe, se ho ben capito, la ripresa in considerazione del Ministero dell’Interno, come ambiente che dovrebbe, o potrebbe, maggiormente garantire la gestione correttamente archivistica della documentazione.

    Non so se ho interpretato bene i tuoi sintetici accenni. Non ho trovato materiali di discussione in altri luoghi – veramente non ho approfondito, per ora, la questione. Ma se mi dai qualche indicazione di testi, lo farò.

    Mi sfuggono varie cose: se, come dici tu, ci si dovrebbe “definitivamente svincolare dal modello centralista che fa perno sull’amministrazione degli archivi e vede l’amministazione stessa come elemento portante dell’intero sistema”, perchè proprio il Ministero dell’Interno, che è stato, almeno in passato, e che comunque è tuttora funzionalmente il perno della centralizzazione e del controllo dello stato (anche se perde progressivamente dei pezzi – ma la regionalizzazione di determinate funzioni non mi risulta abbia snellito alcunchè: semmai ha riprodotto e moltiplicato, miniaturizzandolo, il modello burocratico di riferimento, con effetti in certi casi devastanti in termini di spreco, inefficienza, incompetenza. La Regione Liguria, per non far nomi, NON ha e non ha MAI avuto nessun funzionario o ufficio che si occupi in modo specifico degli archivi esistenti nella regione; in questo campo si naviga a vista e si va a …fortuna, mentre in Piemonte hanno avuto le brave Gay e Serratrice e ne hanno tratto molto giovamento. In altre regioni? non lo so, e mi piacerebbe saperlo.

    Ma ci sono altri punti che mi rimangono oscuri: i documenti amministrativi, digitali o no, non sono più la maggioranza della documentazione – sterminata- che vien continuamente prodotta, sia dal pubblico che dal privato, con tutte le sfumature e zone di commistione e sovrapposizione del caso. Questo sembra un fatto accertato. Questa documentazione, della ricerca scientifica al mondo artistico e musicale, alle fotografie, cinema, alla politica o letteratura, documenti tradizionali ma anche nuovi e inediti, sia come supporti che modalità di creazione, circolazione, condivisione… (penso ovviamente al mondo web) ha bisogno anche di archivisti “da campo”, che sperimentino, ricerchino, si confrontino, tentino di coniugare i principi dell’archivistica con la realtà che cambia continuamente sotto i loro (nostri) polpastrelli. In “tempo reale”, se così si può dire – perchè il mondo che dobbiamo documentare è questo qui, liquido e mutevole. Ma non ce n’è un altro di ricambio, dove andarsi a rifugiare. Tu credi veramente che da questo punto di vista il Ministero dell’Interno, che ha competenze che spaziano dagli archivi alla criminalità, gli stranieri, la cittadinanza, il controllo del territorio, le pari opportunità, le emergenze e così via sia una alternativa al Mibac? O non ci saranno sempre maggiori, indefettibili priorità che distoglieranno risorse a favore di urgenze veramente – o politicamente considerate- molto più impellenti? Oppure il mondo degli archivi verrebbe a essere disperso, quelli amministrativi nell’Interno, gli altri dove gli pare?

    Inoltre, tornando all’argomento “valore amministrativo/giuridico contro valore culturale”. Questo mi pare un argomento che può essere capovolto: ogni documento, di qualunque natura, è in primis oggetto culturale (nel senso antropologico ed etnologico novecentesco, e nel senso del “processo al documento” di Foucault, di Le Goff); l’attribuzione di significato di prova giuridica, di testimonianza…(secondo le varie definizioni) a una certa categoria di documenti, è una specifica applicazione di quella particolare elaborazione culturale chiamata “diritto”, con i suoi modi e le sue forme. Il fatto di avere valore anche giuridico e amministrativo non toglie al documento il suo specifico carattere di prodotto culturale materializzato in un testo, una immagine, un insieme di bit… di avere una certa forma piuttosto che un’altra…ogni documento può, anzi deve essere insieme oggetto di critica diplomatistica e insieme critica testuale, filologica, iconografica, letteraria, psicologica, con gli strumenti delle più diverse discipline che oggi concorrono alla comprensione critica.
    (Ma queste mi sembrano cose stranote e, mi pareva, condivise)

    Il succo è, per me: i documenti sono primariamenti prodotti culturali (in quel senso allargato) che possono diventare beni culturali, come definizione giuridico-burocratica, e avere o non avere anche un valore giuridico, amministrativo, di prova, di testimonianza ecc. Dipende dall’uso, dall’epoca, dal contesto. Non da una loro essenza specifica.

    Perciò io voglio un Ministero o comunque un Ente per la Cultura che sia all’altezza dei beni culturali che deve gestire.
    Dire: “no, questi non sono beni culturali, ma documenti amministrativi, quindi rivolgiamoci agli amministatori del Ministero dell’Interno” mi pare una scorciatoia, che potrebbe essere letale.
    Di fronte alla frustrazione attuale, un “passaggio all’atto” (per citare senza precisione un concetto freudiano). Che può impedire una ulteriore, necessaria, elaborazione e attualizzazione dei molti significati di “beni culturali”, delle molte possibili soluzioni che si possono cercare “in avanti”, e specialmente del grosso impegno che è necessario per fare anche ogni piccolo passo.
    Un caro saluto, Paola

  5. Naturalmente non volevo essere in nessun modo polemico ma appunto riprendere una discussione che spero si allarghi nel tuo o nel mio blog anche perchè quella su archivi 23 -concordo con te- mi è sembrata da un certo punto in poi piuttosto sterile.
    A ben guardare il problema realisticamente neppure si pone in termini ottocenteschi sul dibattito intorno a quale ministero debba essere competente sugli archivi.
    Sull’uso politico degli archivi cui tu alludi non c’è molto da aggioungere e comprendo la tua sensibilizzazione “locale”.
    Nelle scorse settimane una mia studentessa ha discusso una tesi pseudo archivistica proprio sul rapporto tra sistemi documentari sul web,controinformazione etc…proprio partendo dai fatti del G8
    Spero che quanto prima possiamo organizzare intorno a questo lavoro una discussione pubblica e quella potrebbe essere la sede per riprendere molti dei temi che affronti nel tuo commento.
    Mi sembra di capire e concordo che ti preocccupa il polimorfismo documentario che sta stravolgendo il concetto setsso di archivio e ci impone di ripensare alla nostra professionalità…
    Anch’io la vedo così da tempo…Su questo versante credo si debba ragionare di sistemi di risorse integrate ma sul versante archivistico ci sono le risorse da integrare?
    Penso solo alla babele di descrizioni archivistiche sul web e alla relativa miseria di contenuti…
    Le regioni potrebbero avere un ruolo ma mi sembra che in molte realtà piuttosto che le risorse manchino linee lucide di politica culturale e prevalgano istanze di bassa politica all’interno di meccanismi che talvolta manifestano una insconscia volontà di autodistruzione…
    Chiudo questa manciata assai poco sistematica di considerazioni con una precisazione…
    per quanto mi riguarda non ritengo che il futuro degli archivi sia un ritorno all’interno. quello che contesto e che mi sembra pericoloso è il tentativo di rimuovere la dimensione corrente e di deposito con le conseguenze che ciò ha sul piano politico, sociale archivistico ecc…
    Il mio modello soprattutto nei confronti del digitale (fermo restando che l’ibrido domina incontrastato) è quello di una memoria integrata costruita a partire dal momento della formazione dei multiformi complessi documentari contemporanei. torno a ripeterlo mi sembra che le maggiori responsabilità degli archivisti siano oggi nei confronti del futuro piuttosto che del passato

    un caro saluto anche a te

    federico

  6. chiara

    ciao paola, era solo per prendere contatto, come a voce da Bellenzier.

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