Luisa Passerini a Genova: Autoritratto di gruppo, 2008

foto Gianni AnsaldiVi voglio fare un regalo, a quelle e quelli che per avventura passano di qui. La trascrizione dell’incontro che venerdì 18 si è tenuto a Genova, sala di Palazzo Tursi, per la presentazione della riedizione, a distanza di venti anni dalla prima, di Autoritratto di gruppo (Giunti Astrea) di Luisa Passerini. In questa nuova edizione l’autrice, che è una delle più importanti storiche a livello internazionale, e che insegna Storia culturale all’Università di Torino, con Emanuel Betta e Enrica Capussotti hanno firmato una postfazione, in cui fanno il punto (anzi, i contrappunti) su tematiche ispirate al quarantennale del ’68, e alle vicende della memoria, della sua mancata trasmissione, delle memorie plurali e quelle di altri movimenti, della storia da costruire …temi cruciali per la comprensione della situazione attuale.

Come sempre Luisa, con il suo ragionare pacato che tiene insieme la ragione e la passione politica, è riuscita a mandare fasci di luce sulla oscura situazione attuale. Molte amiche presenti, e io tra loro, hanno manifestato la loro gratitudine, il senso di ri-apertura di possibilità di ricordare, pensare, lavorare, in una prospettiva che si riconosce nei valori del ’68, che il suo libro, allora e oggi, e le sue parole hanno motivato. Ancora una volta, grazie a Luisa. E grazie a Emmanuel Betta, a Enrica Capussotti, a Silvia Neonato e agli altri che hanno organizzato e sono intervenuti all’incontro. Ce ne saranno altri anche in molti luoghi d’Italia, come la serie di appuntamenti genovesi chiamati appunto autoritratto-di-gruppo . Facciamone buon uso.
Luisa Passerini

Un ricordo personale. Venti anni fa avevo una libreria a Genova (l’ho già scritto ). Ho presentato la prima edizione di Autoritratto di gruppo, nel 1989. Di lì è nata la conoscenza e l’amicizia con Luisa – che è continuata in questi venti anni con incontri sporadici ma per me sempre importanti sui vari temi, della memoria, delle fonti e degli archivi delle donne, della storia, della politica. Senza Luisa, la mia vita sarebbe stata diversa, credo. E a me piace così come è stata ed è. Anche per questo le sono grata...

Venerdì 18 Aprile, Genova, Palazzo Tursi, ore 17, 30

Incontro organizzato dal Comune di Genova e dalla Fondazione Palazzo Ducale

(Avvertenza: ho trascritto letteralmente gli interventi di Luisa, in modo più sintetico gli altri. Non me ne vogliate: anche i mega byte di WordPress prima o poi finiscono…)

Silvia Neonato introduce l’incontro, ricordando l’attività della casa editrice Giunti Astrea, che ha pubblicato negli anni 100 titoli di scrittrici internazionali sia nell’ambito della narrativa che memorialistica. Il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo tiene insieme memoria, saggistica e narrativa. Esce nel 1988, colpisce, lascia perplessi…anche Rossana Rossanda si stupisce della chiave personale del libro (in una recensione sull’Espresso). Libro complesso che intreccia il presente dell’autrice, i ricordi nelle memorie e interviste del 68, la sua storia del 68, la percezione esterna, mediatica. Incrocia questo materiale incandescente, con svariati registri di scrittura…La nuova edizione ha una postfazione a tre voci, con due storici altri ex allievi di Luisa, che esprimono i loro punti di vista.

La stessa cosa cheha voluto fare Silvia invitando persone di generazioni diverse, Valeria Ottonelli, Alberto Leiss, Simona Bondanza, perché raccontassero come lo hanno letto. Segnala due temi: la grande presenza delle donne anche nel ’67, presenza oscurata nelle varie celebrazioni; e una riflessione coraggiosissima sulla violenza nel ‘68, a cui Luisa non sfugge mai, senza banalizzare e ridurre tutto a uno dei filoni del terrorismo…
Nel 1978 vengono uccisi Moro e la sua scorta, ma anche promulgata la legge 194 e la legge 180, che chiude i manicomi…i doppi segni di quello che è stato quel decennio.

Luisa Passerini. Parlerò poco per sentire quello che dicono gli altri. Questo libro ha già parlato molto, direi che è andato per la sua strada, è stato conosciuto e tradotto all’estero, ha vissuto una vita propria. Mi ero quasi dimenticata di questo libro, perché ero tornata a scrivere di saggistica, tranne un intervallo, dieci anni più tardi, per scrivere “La fontana della giovinezza”. Il saggio in fondo al libro non costituisce propriamente un ripensamento anche se è in chiave saggistica. E’ incentrato sul fatto che del ’68 esiste così poco storicamente, e anche per questo diventa preda dei media, è oggetto di mitizzazione e di denigrazione, abbiamo sentito il presidente francese Sarkozy parlarne molto male prima di essere eletto, anzi raccomandare la sua elezione come modo per distruggere definitivamente la memoria del ’68. E’ una memoria ancora estremamente calda, ma, dal un punto di vista storico, ho chiamato il ’68 luogo dell’oblio, perché è poco studiato, proprio da un punto di vista strettamente storico: ci sono archivi, ci sono fonti, e queste fonti non vengono esplorate.

Quello che esiste maggiormente è la memorialistica, che ha tutte le caratteristiche della memoria, non riesce a sottrarsi pienamente a questi due opposti, il rimpianto e il pentimento. Devo dire che sono cominciati a uscire soprattutto all’estero molti testi, e quindi quest’anno usciranno forse anche in Italia, che operano una comparazione. Quello che è mancato moltissimo, ed è veramente il luogo dell’oblio, è il quadro internazionale e globale del ’68. In questi giorni sto preparando una relazione per un convegno ad Atene sulle conseguenze e le ripercussioni intellettuali del ’68. Ho cercato di leggere delle cose sui ’68 anche molto lontani da noi nello spazio, come quello messicano e quello giapponese, è straordinaria la corrispondenza, le stesse parole d’ordine, la stessa accentuazione della soggettività, le stesse forme di lotta, e anche, dopo, in molti casi, le stesse forme di oblio. E’ come se fosse un oggetto troppo difficile da ricordare, in quella forma. Io non so se qualcuno di voi ha visto il film “Across the Universe” di Julie Taymor, che è un modo di raccontare il ’68 un po’ diverso, usa soprattutto la musica dei Beatles, un misto tra romanzo e realtà che è molto accattivante. So che il film è stato molto criticato, io credo sia un tentativo molto utile perché dobbiamo trovare i modi di interpretare il ’68.

Credo che appunto questo mio tentativo di farlo fosse un modo di mettere sul primo fronte quello che Fachinelli chiamava la caratteristica del ’68, cioè il desiderio, le emozioni. E’ un libro molto emozionale, direi, è stato scritto grazie al fatto che era in corso una psicoanalisi, che io facevo a quel tempo. Facendo una analisi i propri sentimenti sono scoperti, a fior di pelle, il rapporto tra conscio e inconscio è molto più vivace, più continuo, i sogni sono più presenti. Tutto questo probabilmente è servito a restituire quella atmosfera di immaginazione al potere.

Credo che in questo quarantennale possiamo misurare tutta la distanza da allora. C’è stata un’altra ondata della storia, adesso stiamo toccando uno dei punti in cui la restaurazione è massima, e d’altronde, così va la storia, se noi non cerchiamo di comprendere tutto questo, ci schiaccia. Effettivamente anche riuscire a misurare appieno la distanza dal ’68 ad oggi è un modo di capire cosa ci sta succedendo, perché siamo arrivati a questo punto. Evidentemente qui c’entrano i limiti, gli errori del ’68…anch’io per ’68 intendo un lungo ’68, i dieci anni che vanno dal ’67 al ’77, per quanto riguarda l’Italia, per altri paesi è diverso, per questo paese è certamente così, e quindi c’è stato un accavallarsi di movimenti di varia natura, studenti, operai, tecnici, le donne e poi i movimenti sul territorio, le case, le carceri, i manicomi, l’esercito.

Tutta questa straordinaria stagione è come se fosse finita in una sconfitta, e la sconfitta è reale sul piano politico: non credo sia una consolazione sufficiente quello che tutti ormai dicono, che il ’68 è stato vittorioso sul piano culturale, cultura quotidiana, modi di comportarsi, atteggiamenti, idee, rapporti tra le generazioni, rapporti di autorità. Però dire questo di un movimento che pensava che cultura e politica fossero inseparabili è come condannarlo. Resta da esplorare questa sconfitta del ’68. Anch’io, come molti altri interpreti, non penso che sia definitiva, che il ’68 sia anche da vedere a lungo termine, che a lungo termine possa ancora dare dei risultati, solo che si ripresenterà in maniera totalmente diversa.

Chi siano gli eredi del ’68…può anche darsi che alcuni aspetti del movimento neoglobal abbiano ripreso l’eredità del ’68, pure con scarsa consapevolezza oppure non esplicitandolo, però non abbiamo ancora visto tutti questi frutti. Quello che ci insegna il ’68, che è stato straordinariamente inaspettato in un certo senso, è che bisogna tenere gli occhi ben aperti perché qualcosa potrebbe arrivare, anche in questo momento che sembra così buio; potrebbe arrivare che sconvolge gli equilibri costituiti, non sono mai costituiti una volta per tutte… Passerei la parola.

Valeria Ottonelli (docente di filosofia politica all’Università di Genova) Temi dell’intervento.
Nata nel ’68, ha avuto complessi di inferiorità verso quelli che lo avevano vissuto… Sul libro, esprime la sua enorme meraviglia di fronte all’abilità narrativa, i piani narrativi che si intrecciano restituiscono la memoria come memoria collettiva.
Passato indisponibile alla coscienza di chi non lo ha vissuto, rischio di memoria possessiva. Con lo stratagemma narrativo il libro dà l’immediatezza e la perfetta immedesimazione nell’esperienza e nella memoria. Viaggio per la continuità della memoria, recuperare la continuità con il passato prima del ’68, non i fatti ma la consapevolezza della memoria.

Alberto Leiss (giornalista) temi dell’intervento.
18 anni nel 68. Nella postfazione: ’68 come luogo oblio, temi della durata, degli eredi. E’ stato un sommovimento profondo e globale, il primo che ha prodotto una rottura globalizzante. Abbiamo un problema a ricordarlo perché la dinamica opera tuttora, importanti leader continuano a combatterlo. Fantasma o qualcosa che continua a operare: rottura che non si è chiusa. Confronto elettorale che non ci ha fatto piacere. Abbiamo paura della reazione. Strano intrecciarsi dalla presenza femminile. Rapporto colle donne nel lungo ’68: presa di distanza, anzi separazione. Taglio operante, non recuperato. Nel Parlamento eletto non arrivano al 18 %. La nostra democrazia non da conto che il mondo è fatto di due sessi. Libro di Luca Borzani, tratta di storia locale e globale. Lotta tra reazione e rivoluzione, e rivoluzione femminile, è ancora aperta, ma la politica non la legge così, va incontro a consunzione sempre più grave. Partita aperta.

Oriana Cartaregia. Sintesi intervento: ha vissuto gli anni subito dopo il ‘68. Problema della indicibilità. Nel libro di Luisa trova la capacità di dirlo. Parte emotiva che faceva storia per la prima volta

Luisa. [In riferimento a] Valeria e quello che hai detto tu [Oriana]: la memoria possessiva effettivamente c’è stata. Per ciò d’accordo con Roberta Mazzanti, abbiamo chiesto a Emanuel Betta ed Enrica Capussotti di aggiungere le loro notazioni, che hanno chiamato Contrappunti. Entrambi hanno quaranta anni. Già in un articolo precedente, che avevamo scritto a più mani, avevano protestato contro questa memoria di cui noi ci siamo appropriati. Tra l’altro questo riprende un tema di un altro mio allievo (mi fa molto piacere parlare dei miei allievi, credo di aver insegnato loro un modo di essere critici anche nei miei confronti) Peter Bernstein, che aveva per primo coniato questa espressione: memoria possessiva, possessive memory, negli Stati Uniti.

Questo è accaduto veramente, cioè la trasmissione -anche da parte delle femministe- non c’è stata- la ragione di fondo, secondo me, la ragione veramente sostanziale è che era una generazione autocentrata, in cui c’è stato quello che Alberoni chiamava l’innamoramento collettivo, tutti travolti da una forma di erotismo collettivo, per cui tutti gli altri non erano importanti, anche quelli che venivano dopo. Errore fatale, questo, certamente. Combinazione ho letto proprio in treno venendo qui il libro di Valerie Linard, che è la figlia di uno dei grandi protagonisti del ’68 francese. Lei ha raccolto le interviste a più di venti figli di sessantottini francesi. Tutti dicono – è veramente interessante questo libro: i miei genitori mi hanno dato l’impressione che io non fossi la cosa più importante nella loro vita, perché era la politica, e il rapporto tra loro, e non ci raccontavano niente, neanche ai loro figli. Questa è una cosa sconvolgente, dice assolutamente la verità: questa generazione non ha visto altri interlocutori se non quelli interni. Così anche le donne. Per le donne penso sia stato soprattutto il fatto che era la prima volta che ci consideravamo l’un l’altra soggetti in senso pieno, e quindi eravamo soprattutto ingaggiate l’una con l’altra… credo che questo sia stato un errore, però non penso che si potesse fare diversamente. Ha avuto conseguenze anche tragiche, anche perché poi, quando abbiamo provato a fare questa trasmissione e l’abbiamo fatta in maniera unilaterale, si è dato origine al reducismo; cioè a dire in qualche modo “ma tu non puoi capire”. Questa impressione, che quelli più giovani hanno, che non possono capire l’esperienza, in primo luogo è stata trasmessa da questo discorso, che chi non c’è stato non può capire. Bisogna partire dal punto di vista opposto, che è possibile invece un dialogo e che la gente capisce benissimo, i più giovani, gli studenti capiscono quando insegno cose a questo proposito, se gli insegno nel modo giusto.

La trasmissione non può essere unilaterale, deve essere appunto uno scambio. Aggiungo che Betta e Capussotti introducono dei temi molto importanti, come il fatto che la memoria del ’68 e quella degli anni ‘70 sono appiattite una sull’altra, in modo che si confonde il ’68 con il terrorismo, aggiungono il tema del cinema, non soltanto considerano, come ho fatto io, alcuni romanzi ma anche la presenza del ricordo nel cinema, che di nuovo è il ricordo degli anni 70,e poi parlano di una memoria, che loro chiamano “alterglobale”, di questi nuovi movimenti…Giustamente rivendicano la molteplicità delle memorie del ’68, non è necessario aver vissuto il ’68 per averne memoria, perché il ’68 suscita forti passioni anche in chi non l’ha vissuto, anche in chi ne sa veramente poco, o come rifiuto, o come glorificazione.

Ci sono delle cose molto importanti in ciò che ha detto Alberto, sul piano storico, anch’io sono d’accordo sull’assoluta importanza della storia locale. E’ la mancanza di questo che ha fatto sì che ci sia l’oblio del ’68, senza questo non si fanno le storie: la storia del fascismo, la storia del movimento operaio esistono perché ci sono state tante storie locali. E poi sono completamente d’accordo, anche se è misterioso, questo dire che il ’68 non è ancora finito, la partita è aperta. E’ misterioso perché non conosciamo il futuro, però abbiamo un importante precedente, cioè il collegamento che hanno fatto gli storici tra il ’68 e l’89, non soltanto a Praga, dove questo è esemplare, ma in tutta l’Europa dell’Est. Ecco dove nasce una delle cattive interpretazioni del ’68, Sarkozy ha detto che il ’68 è all’origine del liberalismo come laisser faire, come lasciare andare, come non porre regole. Quello che è vero è che c’è una linea di continuità nella storia anche se sotterranea, certo non facilmente comprensibile, tra le parole d’ordine del ’68 e quelle dell’89, le grandi rivoluzioni non cruente dell’Europa. Quindi è già accaduto che c’è stato un prolungamento. Sono stati soprattutto gli storici americani che hanno analizzato questo, perché sono partiti da una prospettiva globale, in cui diventa più evidente.

Dunque se c’è stato l’89 in un certo senso c’è speranza che ci sarà ancora qualche altra data! e che quindi effettivamente la partita non sia chiusa.

Silvia. Memoria possessiva. Non voglio colpevolizzarmi…la trasmissione non può essere unilaterale…se no assume modi autoritari.

Simona Bondanza, nata nel ’78. Vari temi sollevati dalla lettura del libro. Memoria possessiva, mancanza di una storia unitaria a livello nazionale. I mondi interiori, la pulsione alla violenza, la libertà sessuale, la sofferenza, con strappi e lacerazioni, il vuoto, la solitudine in contraddizione con una vulgata sull’epoca.

Vari interventi del pubblico toccano i temi della sofferenza psichica e delle cliniche psichiatriche, dell’attività culturale e politica che precedette il ’68. L’attività politica femminile che ha visto la legge 194, nominando le donne. Attualmente sono presenti varie tematiche (art. 51 cost. azioni positive,Udi 50&50)

Luca Borzani: sintesi dell’intervento.
Ho letto la prima edizione, intensità emotiva, fuori da ogni retorica urtava la cultura epoca, molto coraggio.
Periodizzazione. Altri tipi di rimozione. Vero il carattere auto centrato generazionale. Entrati collettivamente, usciti singolarmente. Oblio memoria collettiva, poco trasmettibile, poco razionalizzabile. Difficoltà alla trasmissione anche per cambiamento di cornice sociale, sparizione classe operaia, non operai, ma valori e cultura, modello organizzativo, rappresentanza. Destini giovanili mai più hanno trovato auto identificazione anche narcisistica. Vero lungo ’68. Motivazioni? Positiva o negativa? Domande…

Rimozione: generazione successiva ’68, fase libertaria sparita velocemente e sostituita dalla ideologia emmeelle, dalla ossificazione. Nella rimozione quindi valgono due elementi: cambiamento quadro sociale, presenza nel ’68 e anni ’70 di una ideologia costrittiva, nonché sconfitta dalla storia. (L’occupazione fu tristissima)

Altri interventi del pubblico. ’68 come esperienza fondativa. Dolore e rimozione, lutto non elaborato, incapacità di stare ancora insieme e solitudine. Non riusciamo a raccontare una molitudine, mentre ora siamo soli.

Altro intevento: femminismo a Piacenza, ricordi di tanta gioia anche con contraddizioni. Rimane solidarietà e amicizia. Ricordo fantastico e cambiamento della vita in meglio.

Silvia:la sinistra sapeva fare due cose, stare con la gente semplice e studiare. Ora bisogna ricominciare a studiare. La politica non è cambiata, il punto di vista delle donne (il personale è politico) non è ancora entrato in politica. Le donne fanno politica, ma non mi pare che abbiano passione per la politica dei partiti.

Leiss: ricorda sua attività e rapporto con la politica e con il PCI negli anni ’70.

Luisa: E’ una bellissima occasione per me perché si è ripetuto quello che ha dato origine a questo libro, cioè io ho ascoltato da voi i ricordi. Io lo scrissi in questo libro, che ero riuscita a parlare di me stessa, di trovare il coraggio che spesso mi hanno voluto riconoscere con questa scrittura, perché avevo ascoltato le storie degli altri. Questa sera è stato proprio così, venivano poste domande e le risposte venivano date dai ricordi di altri, è questa coralità delle memorie che da origine esattamente al dibattito che ci serve oggi.

Che cosa ci serve oggi, però, effettivamente. Abbiamo questa sensazione, che manchi qualche cosa, che ad esempio la critica della politica che abbiamo fatto in passato e che viene fatta in parte anche oggi, non raggiunga la politica. Ecco, c’è questo senso che la politica continui come mondo separato e che noi non riusciamo a raggiungerla. In questo senso ha ragione chi dice: ma il taglio non è più lo stesso perché non incidiamo. Io continuo ad essere molto attiva con il Cirsde, Centro di ricerche e studi delle donne di Torino, ma è un’attività prevalentemente culturale, anche se poi andiamo anche alle manifestazioni, ma ci andiamo singolarmente, i gruppi politici sono altri. Questo però, certo mi dispiace, vorrei di nuovo vivere prima di morire una grande stagione, non vorrei morire col governo…però, mi ricordo bene la prima metà degli anni 60, e qui, quello che qualcun altro ha detto, cioè la continuità e la preparazione precedente…in tutti gli anni 60 abbiamo fatto piccoli e piccolissimi gruppi, attività antimperialista, attività di protesta…ecco tutte queste cose, anche adesso le stiamo un po’ facendo…a un certo punto alcuni di noi erano disperati…anch’io sono stata terzomondista, infatti sono andata in Africa. Abbiamo pensato che qui la classe operaia non si sarebbe mai più mossa, e che invece c’erano i movimenti di liberazione…sì, prima del ’68.

Voglio dire: se noi stiamo vivendo questa fase, è inutile rimpiangere altre fasi, è meglio fare tutto ciò che si può in questa fase. Forse , è anche bene ripensare, però effettivamente, se non sia importante in qualche modo abbandonare il disdegno della politica tradizionale… capisco bene che qualcuno abbia ripreso in mano le cose e abbia detto: beh’ adesso basta, io provo a entrare in un partito, anche se non c’è nessun partito…ci sono alcune poche persone che lo stanno facendo. Non esiste nessun partito in cui mi identifico, ma voglio provare… Oppure, e questo mi sembra il caso più frequente, la politica locale. Nella politica locale si vede che qualche cosa si può fare. Pero, io credo fermamente delle conseguenze e delle ripercussioni politiche a lungo termine del lavoro culturale che stiamo facendo. Di questo ne sono convinta: lavoro culturale anche in senso lato, appunto. gruppi di donne, gruppi di lettura, lavoro di insegnamento. In un certo modo, portare, in tutte le cose che facciamo, e questo ha veramente un sapore dei primi anni sessanta, un’ispirazione, un discorso, anche una memoria appunto.

Questa memoria è una memoria multipla: è molto giusto il discorso sul lutto e sul dolore, forse anche quello che spiega questo momento, che non si è elaborato a sufficienza il lutto, e che l’elaborazione di questo lutto è importante per capire che cosa è stato perso, che cosa è stato sospeso e anche gli errori che sono stati fatti. Delle cose che diceva Luca Borzani, che erano tutte molto interessanti, quella che ha suscitato anche giuste proteste è che fosse tristissima l’attività di gruppi politici ispirati a forme di dogmatismo, o emmeelle o operaiste eccetera. In quel periodo ho vissuto profondamente il rapporto con gli operai, che era una cosa di grandissima scoperta quotidiana, quindi non era triste…ma già allora qualcosa era andato perduto, i limiti, gli errori sono stati tanti, quel dubbio, quel dilemma che aveva il movimento studentesco quando cercava di decidere, nel ’68 e 69, se andare davanti alle fabbriche o stare nelle istituzioni, lì è l’origine di tante cose. Non si può dire: è stato un errore andare davanti alle fabbriche, però sicuramente è stato abbandonato un terreno, dei terreni…

Però questa riconsiderazione del passato che dobbiamo assolutamente fare nel modo più lucido, più critico possibile, non è nel senso di proiettare questo passato sul futuro.

Dobbiamo veramente tutti aprire gli occhi, o aprirli sulle manifestazioni culturali, il teatro, l’arte. Per esempio, l’arte parla moltissimo oggi di protesta politica, quasi come se prendesse la parola per dire quello che la politica non dice. Proprio a livello europeo,il discorso che fa l’arte, ad esempio la videoart, è molto più avanzato di quello della Europa istituzionale, un’Europa aperta, che non costringe i migranti a essere clandestini e a rischiare la vita nel canale di Sicilia o a Gibilterra. L’arte sta ponendo tutti questi problemi. Quindi non è impensabile che una ricongiunzione avvenga. Adesso è di nuovo tutto separato, è separato di nuovo il pubblico e il privato, anche se in forma diversa…è separata l’arte dalla politica…io non vedo perché non debba accadere di nuovo.

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3 commenti

Archiviato in femminismo, memoria

3 risposte a “Luisa Passerini a Genova: Autoritratto di gruppo, 2008

  1. il vostro dibattito mi ha fatto venire voglia di rileggere il libro di luisa che allora mi aveva emozionato. La mia esperienza politica giocata a Torino mi ha fatto condurre le esperienze dei consultori autogestiti insieme al femminismo radicale con Luisa, con cui ho anche iniziato a far politica alla fine degli anni sessanta. Nel decennio di cui si parla il ruolo delle donne è stato fondamentale nel femminismo e nei movimenti politici e il cambiamento radicale di costumi sessuali, sociali e culturali ha costituito la rivoluzione senza sangue del 900.
    Peccato che si era così coinvolti e appassionate/i verso la fantomatica rivoluzione politica e sessuale da non avere chiaro come si stava in realtà riformando la società. Non abbiamo diretto queste riforma. L’hanno fatto i radicali e dopo, con molte resistenze hanno tentato altri partiti come i socialisti, i comunisti che erano stati la nostra prima controparte insieme alla DC. Quando, negli anni 80 e dopo gli anni di piombo, il movimento si è fatto partito come i Verdi o attraverso le spaccature a sinistra del pci, ha perso la sua carica e ha vissuto di rendita senza cambiare la società

  2. deffe

    Cara Laura, ho spesso incontrato il tuo nome nei molti documenti degli anni 70, 80 e anche più recenti, in cui mi sono imbattuta lavorando sugli archivi del femminismo. Sono onorata di leggerlo sul mio blog!
    Non abbiamo diretto queste riforme, tu dici?
    Già, ma sicuramente le abbiamo provocate, e poi era un bel pò difficile “dirigere” qualcosa per un movimento con mille anime e altrettante teste…che per di più rifiutava la politica istituzionale come la peste.
    E’ andata così; e ora ci sono nuove situazioni molto impegnative con le quali misurarsi, sessismo, razzismo, omofobia…solo per citare le più evidenti. Credo che dovremo continuare a darci da fare. Un caro saluto, Paola

  3. Pingback: formaggini « parergon

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