Libri e tulipani

Libro e tulipani Uno dei film che mi è piaciuto di più e che ho visto e rivisto molte volte, in molti passaggi televisivi, è certamente “Pane e tulipani”, di Soldini, con Licia Miglietta e il grandissimo Bruno Ganz. Sono in compagnia di tanta gente, credo. Perciò i tulipani sono uno dei miei fiori di culto. Questi tre fanno parte di una schiera di bulbi che ho piantato e curato e che ora mi danno molta soddisfazione, sulle finestre e in giardino. Sul davanzale, che fa anche da comodino, si stanno accumulando un po’ di libri e riviste, recentemente molti che riguardano il ’68. Proprio ieri ho finito di leggere un libro appena uscito per i Fratelli Frilli Editori, dal titolo “Genova, il ’68. Una città negli anni della contestazione“. Le interviste sono raccolte da Donatella Alfonso, giornalista de La Repubblica, il testo è di Luca Borzani, storico, ora direttore della Fondazione Palazzo Ducale. Il libro è corposo, sono duecentotrentotto pagine dense di avvenimenti, personaggi, analisi sociali e politiche. Il sessantotto entra, giustamente, a far parte di un flusso di eventi e trasformazioni su molti livelli, che parte da lontano e che naturalmente va oltre. E’ però l’acme, il momento dove ciò che stava maturando viene tumultuosamente alla luce, non solo nelle Università occupate (già dall’autunno 1967) e nelle piazze, ma anche nel porto e nelle fabbriche, nelle scuole medie e in alcune Chiese e comunità ecclesiali. Senza dimenticare le società di cultura e le gallerie d’arte, i teatri e i musicisti…protagonisti e scenari di una città che, volente o nolente, come mille altre nel mondo, viene presa nell’ondata della grande Storia.

Il quadro è mosso e complicato. Le cose narrate non sono nuove, ma mancava un libro che tentasse di organizzare in modo coerente la materia, rendendola più intelleggibile anche per il solo fatto di raccontare con ordine, con sistematicità. I titoli dei capitoli possono dare un’idea (non tento nemmeno di riassumere alcunchè): Una città al bivio. Scuola e università, decide l’assemblea. La fabbrica e il porto: un nuovo protagonismo operaio. Si rompe il silenzio: il dissenso cattolico. La cultura: tra avanguardia e conformismo. Sessantotto nero. In cerca della rivoluzione. Ci sono poi delle sintetiche biografie dei “testimoni”, gli intervistati. Nonchè una spessa bibliografia.

Leggendo il primo capitolo, “una città al bivio”, in cui si traccia, dati alla mano, una quadro della situazione economica, sociale e politica della città negli anni sessanta, che crea una cornice agli eventi se non una serie di antecedenti causali, mi rendo conto di quanto poco noi ventenni del ’68 (io di sicuro, ma anche molti altri con me) conoscessimo la realtà che volevamo a tutti i costi cambiare. Io non sapevo veramente niente del posto dove ero nata e vissuta vent’anni, quasi sempre nella stessa zona se non quartiere. Eppure, questo non significa molto, noi siamo stati vissuti dagli eventi – dalla guerra in Vietnam alla repressione in Cecoslovacchia, dalla guerra dei sei giorni al Maggio, qualcosa di più grande di noi ci ha scossi e trascinati fuori dai binari ( prevedibili) delle nostre vite. Poi più niente è stato come prima: tutto è cambiato, come se una gigantesco frullatore avesse rimescolato corpi e menti, provenienze geografiche e classi, passato e futuro…

Sono partita per la Sardegna, nel 1969, con incoscienza, entusiasmo e curiosità, come se partissi per un continente sconosciuto. E infatti, era un continente straniero e affascinante (anche se per un pelo non ci sopravvivevo): rivoluzionari maschi e femmine, veri e fasulli, e contadini, pastori, giovani operai, banditi e mogli di banditi…Un padrone di casa , carabiniere, ottima e generosa persona; un vecchio stalinista che ogni sera si sintonizzava su radio Albania aspettando il segnale della rivoluzione…pastori comunisti e pastori banditi – faide, sequestri, morti ammazzati, vendette barbaricine. Ma anche lotte di fabbrica, militanza, infinite riunioni politiche o quasi, comizi e giri nelle torride campagne con macchine scassate e altoparlanti ancora più scalerci. Repressione, denunce, processi quasi farseschi. Notti passate ad attaccare manifesti con la colla fatta di soda caustica e farina, manifesti e volantini tirati uno a uno a mano con il telaio di seta e il rullo inchiostratore (la tecnica della serigrafia: mai visti volantini così perfetti, ne bastavano poche centinaia!). Fame, abbastanza, si divideva quello che avevamo, ma era sempre poco, e tra i “compagni ” c’erano anche dei solenni mangiatori a sbafo. Violente crisi dei rapporti uomo-donna, grandi e feroci litigate, problematiche insolubili, rotture e ricomposizioni, drammi, e farse – ma col senno di poi. E la politica sempre e ovunque…

Mi accorgo che sono passata dal libro sul ’68 a un mio individuale ’68 -anzi, a quattro anni abbastanza sconvolti della mia vita. Non che quelli successivi siano stati più tranquilli…

Ma è stato il ’68 che ha raccolto le trasformazioni del decennio e le ha sparate con l’energia di mille soli nel mondo. E’ straordinario che un libro, un piccolo grumo di parole e storie, mi faccia ancora questo effetto – mi susciti una bella sbornia di ricordi ed emozioni. E questo è solo un momento, c’è stato il prima (il ’67, le occupazioni, il “gruppo dei pari”, mai più nella vita questa aurorale felicità dell’amicizia, delle discussioni, della libertà) e il dopo, ma più complicato,  faticoso, una invenzione continua della vita, del lavoro, dei figli, delle storie d’amore e disamore.

Ma la maturità, quando arriva? Forse quando si scrivono i libri, invece di ri-raccontarsi le storie? Boh, non lo so. Comunque, questo libro a me ha fatto questo effetto. A voi? sappiatemelo dire…ci torneremo sopra, ci sono tante altre cose da raccontare.

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4 commenti

Archiviato in libri, memoria

4 risposte a “Libri e tulipani

  1. Donatella

    Cara Gabriella, come si fa con i figli, si guarda cosa fanno le creaturine-libri quando vanno per il mondo. Mi fa piacere che Genova, il’68 sia finito sul tuo davanzale e accanto ai tulipani…ma soprattutto che, come avevamo pensato io e Luca, serva per pensare. Annche per ricordare, per chi aveva vent’anni (io ne avevo di meno e invidiavo i ventenni). Amo molto Pane e Tulipani, perchè forse tutti e soprattutto tutte ci siamo augurati che per qualche combinazione strana, un giorno fosse la strada a cambiarci davanti. Costringendoci, a nostra volta, a cambiare. Forse questo poteva essere quello che avete sentito voi ventenni nel ’68. Mi spiace solo che le donne , allora, non fossero molte. Ma adesso, per svoltare, hanno sempre bisogno di un imprevisto? O possono scegliere la parte di bivio che più loro aggrada? Me lo domando spesso…Ciao e grazie Donatella

  2. Luca

    C’è un elemento su cui le tue parole portano a riflettere. Quello di una generazione “vissuta nella storia” e “per La storia” che si trova priva di una memoria collettiva condivisa. Se ci pensi bene non era mai successo in alcun grande evento della storia recente. Nel “lungo sessantotto italiano” ci si è entrati collettivamente e ne siamo usciti, indipendentemente dall’età, singolarmente, isolati con il ricordo di straordinari momenti di felicità e di buio, di sangue.
    Scrivere del Sessantotto è stato per me un modo per non affrontare gli anni Settanta, la mia memoria diretta. O meglio per affrontarli da distante sapendo che per me è ancora difficile misurarmici. Ma credo che da parte di molti stia venendo fuori questa esigenza. Di ripercorrere una stagione fuori da cinismi contemporanei e illusioni ideologiche. Sarà vera la chiave di De Luca: “Non fu un inizio ma la fine del Novecento”?. Grazie della discussione aperta

  3. deffe

    Cara Donatella, credo che oggi non tutte ma molte donne siano in grado e vogliano scegliere, anche andando a sbattere la capoccia. Mi pare di capirlo guardando le ragazze (da “sorelle d’italia”, link qui a destra, si va su una moltitudine di blog femminili-giovanili).E’ difficile generalizzare – sono anche usciti libri sociologici (vedi Marina Piazza) sulle varie generazioni di donne…
    Qualcuna fa, o vorrebbe fare scelte che almeno io non condividerei mai (tipo: “sto a casa, faccio i figli e mi occupo solo della famiglia”). Comunque sono un poco più libere, ci sono varie alternative praticabili, o anche solo immaginabili, per cui poi lottare duramente. Non penso certo alla “libertà femminile” come stato raggiunto e definitivo. Dai titoli dei miei post si capisce come la penso…
    Ma dalla vicenda contemporanea dei reiterati tentativi di distuzione delle libertà femminili già acquisite si può ricavare la lezione che è la “libertà”, quella di tutti, quella dei maschi, femmine, GLBT e così via che è perennemente soggetta a essere rimessa in discussione, minacciata, ristretta…
    E, a proposito del valore della memoria: non so se ti ricordi, circa venti anni fa abbiamo condiviso una presentazione, alla Libreria Luccoli: “Donne di sport”, se non erro. Con varie e simpatiche sportive, con Monica Lanfranco ecc. Appena posso, ripubblico la fotografia: per non dimenticare…anche le piccole cose.
    Un caro saluto, Paola

  4. deffe

    Caro Luca, le tue domande non sono da poco, e io ovviamente non so risponderti. Se però le penso riferite a me stessa, e al mio percorso di vita politica (e al movimento delle donne, al quale devo la maggior parte delle mie esperienze, anche se negli anni’70 ho vissuto una doppia militanza “sui generis”) mi viene da dire questo.
    La
    storia è entrata nella mia area di consapevolezza solo negli anni ottanta, nel momento della riflessione, in situazioni collettive (il “movimento dei Centri” di studio, e di confronto con teorie e discipline che negli anni precedenti erano presenti solo come istanze fondative di identità di gruppo (streghe, suffragiste ecc).
    A quel punto, negli ‘80, le identità individuali e collettive si erano già ben differenziate. Lo stesso credo sia successo anche per le altre componenti dei movimenti degli anni ‘70, anzi probabilmente ciò è avvenuto prima.
    Tu giustamente dici che siamo entrati nei movimenti come generazione, ne siamo usciti alla spicciolata…non abbiasmo più avuto ambiti comuni dove confrontare e elaborare una memoria collettiva. Mi pare vero. Il trauma del terrorismo e della repressione, e prima ancora la differenziazione maschi/femmine, con i diversi e conflittuali linguaggi e ambiti politici, sono alcuni degli elementi che mi paiono da considerare (come fatti successi – prima di ogni valutazione di merito). La IIWW e la Resistenza hanno avuto almeno venti anni, e i partiti di massa, come terreno dove elaborare una memoria condivisa da gruppi allargati, ma anche loro hanno prodotto memorie contrapposte.
    Ora credo si possa parlare solo al plurale, di “memorie”. Sul funzionamento della memoria, sull’enorme territorio di significati e ambiti che ricopre e in cui viene evocata, si è detto e studiato già molto, specie per la storia orale -Passerini, Portelli… e per la raccolta di scritture popolari.
    Memoria sempre coniugata con oblio, con selezione dei ricordi, e anche con silenzio, più o meno voluto.
    Memoria come “quello che resta”, determinato da una quantità di variabili e intrecci, con gli eventi delle biografie, delle memorie “pubbliche” trasmesse dai media, con le vicende della storia in generale.

    Perciò credo che siamo solo all’inizio. Le nostre generazioni forse non possono più avere, “spontaneamente” (nel senso detto prima), una “memoria condivisa”.
    Ma lo potranno forse, come risultato secondario, se si costituisce anche un interesse approfondito “per la storia”. Che confronta e allarga lo sguardo, senza dimenticare l’individuo/a, e il suo percorso singolare. Ma che usa anche le altre fonti, ognuna con un suo linguaggio particolare; e le sa leggere e utilizzare.
    E pertanto, e qui veniamo anche alle scelte dei singoli, c’è bisogno assolutamente di creare, usare, mettere di nuovo in comune territori di confronto e discussione che riescano a uscire dall’accademia e dalle discipline in senso stretto. Penso quindi non solo alle riviste, ai convegni, ma anche agli incontri aperti al pubblico allargato, i giornali, i media di tipo nuovo…. Per le donne le storiche, in questi lunghi anni di fine Novecento, (parlo di Luisa Passerini, di Anna Rossi-Doria, e di tante altre) hanno avuto un ruolo di supplenza, storico e politico insieme, in mancanza di altre figure di riferimento direttamente politiche.
    Nel mio piccolissimo, mi sono scelta come ambito che sento mio proprio quello della conservazione delle fonti documentarie, della creazione di archivi, anche di tipo nuovo.
    Ma oggi sta diventando possibile anche un lavoro su queste stesse fonti, oltre che sulle memorie individuali. Lo vedo dal riscontro che hanno varie iniziative – con le donne di diverse generazioni, ma anche gli incontri sul’68, le presentazioni di libri, la presenza sulla scena di nuove -trentenni più o meno, anzi forse quarantenni – storiche femministe: Ellena, Petricola, Bertilotti…. I censimenti di fonti, allargati ad alcune regioni (Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna, Lazio…) l’interesse (ancora limitato, ma qualcosa c’è) anche da parte di Enti istituzionali.
    Qualcosa si muove.
    Queste iniziative genovesi, a cui anche tu dai un impulso, mi sembrano molto importanti – spero si possa fare in modo, con il contributo di tutti, che non siano una bella occasione sprecata. Un caro saluto, Paola
    PS. ‘68 come “fine del Novecento” e non un inizio? Boh. Propenderei per il no, almeno negli auspici: pacifismo, femminismo,sviluppo sostenibile, nuove tecnologie open source e open access, movimenti transnazionali, globali e antiglobalizzazione ecc. mi sembrano connessi, con fili variamente intrecciati e più o meno riconoscibili, a quell’epoca e a quelle idee.

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