Memoria della memoria: vita quotidiana, fotografie, musei virtuali

Ovvero: seppure brevissima, si può già cominciare a tracciare un embrione di storia, in Italia, di quei siti o musei virtuali che hanno cominciato alcuni anni fa a raccogliere fotografie, filmati, registrazioni sonore e altri tipi di documenti, forniti da utenti privati o anche da collezionisti, fotografi, biblioteche, radio, e a pubblicarli su web.

Credo che il primo, o uno dei primi sia MU.VI

MUVI è un progetto elaborato dalla gloriosa redazione di Sonar/TiConUno alla fine del 1998 e iniziato nel 1999.
Una prima fase, conclusasi nel giugno 2003, ha visto la partecipazione di Radio Popolare. Una trasmissione si rivolgeva agli ascoltatori, chiedendo di collaborare con le loro storie e ricordi alla creazione del museo.
Un museo molto innovativo, che si basa su un’idea molto semplice: raccogliere il materiale fotografico posseduto dalla gente, ovvero il patrimonio iconografico più disperso che esista. Raccoglierlo e renderlo disponibile on line, in un Museo Virtuale“… Qui gli utenti fornivano fotografie scansionate via mail, oppure le portavano a luoghi e persone di riferimento (la rete degli scanner!) oppure ancora su supporto fisico, via snailmail. Ma non solo immagini: attraverso la radio, sono state raccolte anche registrazioni di storie e racconti di vita degli utenti. Credo che sia da sottolineare la creatività e la lungimiranza degli ideatori, in epoca Web 1.0, con la mescolanza di media diversi (internet, radio, fotografie ecc.) e il rapporto diretto con l’utenza, sia della radio che del web.

Il Cineca MU.VI bolognese è abbastanza diverso: si rivolge a un pubblico di utenti web, ma con un progetto essenzialmente didattico, non a caso nasce in ambiente universitario. Non mi sembra prevista una partecipazione e un coinvolgimento attivo dell’utente. “Le nuove tecnologie applicate alla storia permettono un’infinità di realizzazioni. Per quel che riguarda MU.VI., le opportunità sono legate principalmente alle possibilità di fruizione. I musei della ‘Vita quotidiana’, realizzati concretamente e molto diffusi nei paesi anglosassoni, in Italia sono inesistenti. Nonostante la loro indubbia utilità didattica, la ricchezza del patrimonio culturale italiano pone inevitabilmente delle priorità di spesa che rendono proibitivi i costi per l’allestimento di nuovi musei ed, in specifico, musei di questo genere. Attraverso la modellazione digitale, invece, si superano tutti i problemi legati alle esigenze di spazio, alla disponibilità di una collezione di mobili e oggetti, e permettono una multimedialità ad alto livello di coinvolgimento grazie ad una gestione semplificata di musiche, voci e suoni...”

L’Album di Roma. Fotografie private del Novecento nasce anch’esso in ambito pubblico, il circuito delle Biblioteche capitoline.
E’ un progetto di conservazione della memoria storica e dell’identità della città di Roma attraverso le fotografie delle raccolte private che vengono messe in comune dai cittadini nell’ambito delle seguenti aree tematiche:
– Immagini di vita quotidiana;
– Immagini di persone all’interno del paesaggio urbano di Roma;
– Relazione tra la vita quotidiana e gli eventi pubblici storici”.

Come impostazione è quindi più simile al MU.VI lombardo, perchè richiede il coinvolgimento attivo dell’utenza.

Ho trovato su web altri piccoli MU.VI, di paesi, di vallate ecc. ma alcuni non sono andati al di là del progetto o della proposta. Spero di non aver trascurato niente di importante, ma non si sa mai…
Tenendo conto che queste realizzazionui sono molto recenti, (gli ultimi aggiornamenti risalgono a due o tre anni fa), si evidenzia in modo lampante il salto qualitativo che le tecnologie web 2.0 consentono nei siti web di questo genere, nel creare un rapporto molto più diretto e partecipativo con l’utente (vedi la già stracitata Polar bear expedition). Speriamo che gli organizzatori decidano di farne uso…
Staremo a vedere.

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3 commenti

Archiviato in memoria, tecnologie

3 risposte a “Memoria della memoria: vita quotidiana, fotografie, musei virtuali

  1. Argomento molto interessante.
    Ho ragionato un po’ sui musei della vita quotidiana, a partire dall’esperienza dei musei della vita contadina, e sembrava anche a me che in Italia ci fosse il nulla o quasi. Lo stesso MuVi di Bologna (che scopro grazie a te) mi pare già esaurito (ultimo aggiornamento nel 2005), forse mancava un coinvolgimento dal basso (conosco alcune pubblicazioni sui quartieri citati, quartieri a tradizione operaia su cui a partire dagli anni ’70 si è lavorato molto, nello spirito militante della storia orale, raccogliendo racconti e immagini: in questa atmosfera ho fatto io stessa le scuole elementari a Bologna in quegli anni, da scolara!).
    Conosco invece l’esperienza dei musei della vita quotidiana della Germania dell’Est, proliferati a partire dagli anni ’90, dove la conservazione della cultura materiale è giustificata dalla scomparsa di oggetti, pratiche ecc. a seguito della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione della Ddr (Rdt).
    In fondo i musei della vita quotidiana forse devono partire da una spinta nostalgica, riconoscendo un valore nelle cose (scomparse) che vengono ritenute degne di conservazione, a memoria delle generazioni future.

  2. deffe

    Beh, che dire, oltre una grande di invidia per te che hai fatto le scuole elementari negli anni ’70, in un ambiente permeato di horal history e storia dal basso…Mi viene in mente che anche mia figlia, nata nel ’73, ha fatto delle splendide elementari, con una grande maestra, a Milano, forse qualche anno dopo. Una provvista di cose importanti, che le serve anche adesso.
    Le mie elementari…anni 50…una maestra ex fascista, comunque monarchica…i bambini “poveri” (sfollati dall’Istria, o da Polesine) che avevano i grembiulini neri del “patronato”…(noi nativi/e invece bianchi!),andavano alla “refezione”, nei sotterranei della scuola, da cui saliva su per le scale un orribile odore di minestrone e cavolo…la maestra che piano piano li ha bocciati o allontanati tutti…e si faceva fare regali costosi dai genitori…sceglieva anche il negozio dove dovevano comprarli! io piangevo di rabbia -e di vergogna per l’ingiustizia trionfante. A un certo punto non volevo più andare a scuola. E ancora oggi mi stupisco per quel senso di ribellione “nativo” che anche i bambini piccoli possiedono naturalmente… Mia madre non capiva un fico secco – e infatti questa cosa, di non avermi tolto di lì, di avermi fatto subire per cinque anni l’orribile strega, gliela rimprovero ancora adesso, che lei ha 91 anni, poveretta! ma chissà, forse sono esperienze pedagogiche anche queste, anche se in negativo: una specie di omeopatia culturale!

  3. beh, questo racconto biografico è ancora più interessante dei musei della vita quotidiana 🙂

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