Social archives, seconda

Allora, per tirare un attimo le provvisorie conclusioni di tutta questa faccenda degli archivi 2.0:
1) Si è visto nell’esempio della Polar Bear Collection che una collezione (ma potrebbe benissimo essere un archivio) digitalizzato e disponibile online non patisce nulla dall’uso di codesti strumenti e servizi detti 2.0, anzi. Innanzitutto, le provenienze sono preservate, cosa che dovrebbe fare felici tutti gli archivisti di ogni credo e paese. L’archivio fisico giace ben riposto e protetto, ma sempre di più accessibile e disponibile. Gli utenti sembrano soddisfatti di collaborare, qualcuno ha addirittura donato i suoi propri documenti, ad integrazione di quelli già raccolti. La collaborazione tra utenti non è un fatto nuovo, avviene spontaneamente in tutte le sale studio degli archivi. Qui, è istituita e supportata dalla tecnologia. E con ciò resa visibile, più facile e trendy. Il social tagging, se e quando ci sarà, andrà a creare un’ altro strato, diverso e autonomo, di descrizione degli items archivistici. Non si confonderà, credo, con la soggettazione già predisposta, a meno che non inserisca descrittori più appropriati (nomi, luoghi…) e che che possono essere riutilizzati dall’Archivista in una revisione delle basi dati. Insomma, mi pare che tutto potrebbe funzionare anche molto, molto bene. Integrando il lavoro di manutenzione dei siti archivistici con quello che viene suggerito “dal basso”, dall’interazione con gli utenti.

2) Questo è forse il punto più difficile: la manutenzione. Qui si, che ci vogliono risorse e competenze. Non è difficile avere risorse per fare i prototipi. Difficile è mantenerli e aggiornarli nel corso degli anni. Gli studenti e gli stagisti se ne vanno…gli archivisti, come le mamme, si imbiancano… i governi e i sottosegretari passano…vedi ora la situazione italiana, sempre sospesa tra conservazione e catastrofe. Non parlo, non mi sembra dignitoso, della mentalità media degli archivisti – non voglio fare lagne. In realtà ogni forma di innovazione è sempre inizialmente osteggiata, in nome di una “specificità italiana” che pure esiste, ma che non ha impedito, dopo alcuni anni di menate, che anche gli archivi italiani cominciassero ad essere digitalizzati… é così per tutto o quasi. Quindi lo sarà anche per gli Archives 2.0

Ma io, grazie al cielo, sono una libera professionista, quindi (entro certi archivistici limiti) faccio quello che mi pare! devo solo (solo!) convincere i miei o le mie committenti!

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3 commenti

Archiviato in archivi

3 risposte a “Social archives, seconda

  1. Per prima cosa: grazie a Paola per aver risposto così rapidamente alla mia curiosità, e per aver condiviso le sue conoscenze.

    Mi pare evidente che i desideri di ricostruzione delle biografie e delle storie individuali abbiano portato a una crescente domanda dal basso. Se non rispondono gli archivi pubblici, ci sarà qualche risposta del mercato, e già se ne vedono diverse, ma con garanzie minori: sarebbe quindi meglio che gli archivi pubblici si attivassero.
    Leggendo i due post che hai scritto, mi pare indubbia l’utilità dell’interazione di archivi e archivisti con gli utenti mi pare indubbia (basti pensare alle lacune di molti archivi fotografici recenti, lamentate dagli stessi storici). Oltre che utile (per l’archivio stesso) mi pare sensata: l’archivio ha un’importante funzione sociale in relazione alla memoria, individuale e collettiva, e l’apertura agli utenti credo sia una garanzia in questo senso.
    Rispetto al social tagging in particolare, mi pare che i bisogni conoscitivi e di ordine dell’archivista, espressi nelle sue categorie di catalogazione, possano benissimo coesistere con criteri di pertinenza degli utenti, per cui alcuni dettagli, magari insignificanti per l’archivista e l’archivio, assumono una vitale rilevanza.
    Un’ultima cosa: forse non tutti gli archivi sono ugualmente adatti a trasformarsi in “archivi sociali”, forse ci sono temi che sono più adatti (penso al parallelo con le malattie rare, rispetto alle quali proliferano siti/blog/forum che suppliscono al silenzio della medicina: le memorie più deboli, più a rischio di essere dimenticate, possono quindi beneficiare maggiormente di questa possibilità di messa in comune dei ricordi e dei materiali che li supportano).
    Lo scenario – se i social archives cresceranno – mi sembra fantastico, e vedo anche un importante valore politico di questa faccenda. Quello di riappropriarsi del significato della propria storia, personale e collettiva.

  2. Paolo

    Mi accodo a Roberta nel ringraziare Paola per i suoi due ultimi post: ricchissimi di informazioni, di suggestioni, e, quel che più importa, di … link, link, link!!!

    Vedo che Archos, alla presentazione del quale ero presente insieme a Paola a Torino, è in buona, anzi ottima compagnia – anche se ancora non ho esplorato a fondo tutti i siti.

    Social Archives… Archives 2.0… woww… Vorrei parlarne a quei miei amici che, quando dissi loro che volevo fare l’archivista, mi dissero più o meno: “?@!$!???”

    Anzi, forse alcuni di loro sono già diventati social archivers e neppure lo sanno… anche se sicuramente sanno – e ne gongolano tutti – di star facendo qualcosa, come dice Paola, mooolto trendy!

    Ah il dolce sapore della vendetta, hihi…

    Scherzi a parte, sono d’accordo con Roberta sul fatto che il proliferare di simili iniziative sul web2 nasca da un’esigenza sociale profonda, e che sarebbe utile che anche gli archivi pubblici seguissero questa strada, invece di arroccarsi su posizioni di difesa di presunte privilegiate specificità. Gli archivi sono da sempre “social”, tresors des chartes compresi.

    La novità più dirompente di questa nuova realtà è per me il social tagging, nato proprio a casuccia nostra, nella blogosfera: un soggettario fatto dagli stessi utenti è certo qualcosa di mai visto sotto la luce del sole o della lampada di Wood! Pone però parecchi problemi: quanti utenti conoscono le insidie dei sinonimi e usano la bussola dei thesauri per schivarle nella navigazione? Certo, toglierà lavoro a bibliotecari e archivisti, ma insieme con esso, identità: e questo genere di furti fa arrabbiare non poco parecchia gente.

    Alla fin fine, è’ sempre la solita storia: bello bello, ma archivisti e bibliotecari di questo passo dove andranno a finire?

  3. deffe

    Cari Paolo e Roberta, sono d’accordo sulle cose che dite, che sarebbe importante che gli archivi pubblici si attivassero, nonostante l’enorme mole di problemi che li tormenta. Proprio per l’importanza e il valore sociale dei documenti che contengono. E per contrastare un poco, finchè siamo in tempo, la tendenza perversa alla privatizzazione di tutto (ho letto sull’Espresso una intervista/anticipazione del libro di Naomi Klein-mi sono venuti i brividi!).
    Sto leggendo alcuni altri documenti, consigliati da Stefano Vitali, che vi segnalerò quanto prima. Direi che i tempi sono maturi perchè affrontiamo anche noi questo dibattito, e stimoliamo quanto più persone dell’ambiente a interessarsene. Per gestirlo con maggior coscienza possibile…A prestissimo, spero. Paola

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