Tombe arredate

Il cimitero dell’isola della Maddalena è bellissimo: in cima alla collina, nella luce estiva abbagliante, ventoso e sereno. Siamo andati a visitarlo perchè la mia amica Candida è originaria di dell’isola, e ogni volta che può va a fare visita alle tombe della famiglia. E’ un cimitero che ricorda molto quelli della Liguria, cimiteri di marinai, di fronte al mare, tranquilli, anche se con qualche aspetto di originalità (per non dire di stravaganza). Sarà che i marinai e le loro famiglie, molti emigrati all’estero, avevano questo spirito intraprendente? saranno i contatti con altri paesi e costumi? alcune tombe testimoniano una certa insofferenza per l'”ortodossia” sepolcrale (severità, decoro, monumentalità…). Sono tombe piccole, vicine tra di loro, contrassegnate da una lapide e da molti oggetti decorativi, ma di tipo domestico: tombastatuine soprattutto (in una ci sono ben quattro o cinque Padri Pii, di vari materiali); in un’altra c’è una fotografia di una bella donna bionda, gli oggetti non hanno tanto un carattere religioso esplicito, quanto affettivo/memoriale: lampade marocchine, angioletti cantori, di tipo natalizio, gnomi tristi, un delfino (alla defunta erano cari gli animali marini? o è un ricordo di un viaggio, o di una attività?), una dedica su ceramica, fiori veri e finti a profusione.
C’è li vicino la sepoltura di un anziano signore piuttosto accigliato che portaal collo, si fa per dire, della croce di pietra due o tre rosari, ma gli tengono compagnia i soliti tomba rosariallegri angioletti. Tra queste tombe, relativamente recenti, si nota quella,tomba cane molto più monumentale e solenne, dei coniugi Piras, Maddalena e Giovanni, lui morto nel 1931: ai piedi della grande lastra di granito c’è il ritratto marmoreo del loro cane. Sarà stato sepolto li anche il cane? Uhm…Noi genovesi a Staglieno abbiamo dato il massimo, ma anche i maddalenini non scherzano.

Credo che una delle più antiche, spontanee e universali pratiche del mondo sia quella di corredare le tombe con oggetti che richiamino fisicamente alla memoria i defunti e i loro rapporti con i vivi, quasi a ricostruire simbolicamente una identità e un percorso di vita, che sfugga alla omologazione oltre che all’oblio. Qui in modo affettuoso, mediterraneo direi. Non con quel piglio sardonico degli epitaffi inglesi, (di cui recentenente è stata avviata una anagrafe conservativa) del tipo: “L’avevo detto che ero malato!” come si legge sulla tomba di un comico gallese.

Mi vengono in mente ovviamente alcune somiglianze con gli archivi di persona: piccoli o grandi monumenti dell’io, si dice; costruiti dagli autori stessi della documentazione, o da posteri, eredi spirituali o parenti. Sempre di più caratterizzati da una esplicita volontà testimoniale, che comporta anche una implicita selezione del materiale da conservare e tramandare. Di questa problematica parlano molti archivisti contemporanei, in specie Stefano Vitali nel libro recente. Ne parlo anche io in “Salva con nome“, e Alessandra Contini in “Archivio per la memoria e la scrittura delle donne”, uscito oltre che come volume anche in versione di saggio su internet. Rimane un aspetto che pone problemi ma anche molti stimoli verso nuove idee sul modo di considerare e trattare un archivio. Infatti, l’archivio stesso, la sua struttura, le sue lacune o presunte tali (è da vedere in base a quale idee di completezza noi le consideriamo tali) dice della sua autrice o autore quasi quanto il contenuto dei documenti conservati. Non si può non comunicare, diceva un vecchio saggio cinese. Infatti.

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Archiviato in archivi, memoria

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