Archivi, tragedie e farse

Con un ritardo di due mesi, leggo su Liberation del 19 febbraio c. a. della morte di Maurice Papon, all’età di 96 anni. Costui è stato l’unico condannato francese per crimini contro l’umanità, per la persecuzione e deportazione degli ebrei durante la repubblica di Vichy, nella sua veste di Segretario generale della Prefettura della Gironda. La condanna è giunta nel 1998 – dopo 15 anni di processo, anche con grandi polemiche. Ma non è solo per quello che la notizia mi interessa: Papon è stato anche protagonista di un altro terribile episodio, il massacro, nel 1961, di alcune decine, ma alcuni dicono duecento, manifestanti, partecipanti a una manifestazione indetta dal FLN algerino, nel cuore di Parigi. Lui era prefetto di Parigi, e la polizia buttò decine di persone nella Senna, che affogarono tutte. Cinquemila furono incarcerati, altri nove uccisi quattro settimane dopo dall’OAS nella metropolitana a Charonne.

I giornali dell’epoca coprirono la notizia con il silenzio quasi assoluto. Le cifre ufficiali furono di due o tre vittime. Molti anni dopo, alcuni ricercatori e storici, tra i quali Jean-Luc Einaudi, cominciarono a chiedere di leggere i documenti d’archivio riguardanti i fatti. La legge francese, del 1979, che in generale permette la consultazione dopo trenta anni , permette discrezionalità in casi di “segreti di stato”, che mettano in pericolo la “sicurezza nazionale”. In più, molti dossier, come quelli della prefettura, gli elenchi degli arrestati che avrebbero potuto fornire elementi di identità, furono fatti sparire e distrutti. Ai ricercatori e storici fu negato l’accesso agli archivi, e anzi, Papon intentò un processo contro Einaudi, nel 1999, che lo stava smascherando come responsabile di quel massacro. Anche alcuni archivisti furono coinvolti, perchè non avevano voluto “tapparsi occhi e orecchie” e avevano concesso ad Einaudi la lettura di alcuni documenti. Insomma, fu un grande caso di dibattito sulla funzione pubblica degli archivi, sulla deontologia professionale e su che cosa significa essere leali con gli interessi dello stato e della democrazia. Un articolo molto bello di Claude Liauzu su Le monde del febbraio 1999 è a questo indirizzo http://www.monde-diplomatique.fr/1999/02/LIAUZU/11629.html#nh4.

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Nel nostro piccolo, anche a noi toccano periodicamente episodi inquietanti che coinvolgono archivi; vorri ritornare brevemente a quello, nel febbraio del 2006, che vede protagonisti principali Licio Gelli e l’amministrazione comunale di Pistoia. Comprimario l’Archivio di Stato di Pistoia e, povera lei, Linda Giuva. Gelli (facciamo mente locale: due condanne per depistaggio della strage Italicus -12 morti-, gran capo della P2, mente diabolica che ha ordito e tramato dal fascismo alla Prima e Seconda Repubblica; il suo programma di golpe bianco applicato fedelmente dal governo Berlusconi), dicevo, questo Gelli decide di donare al Comune di Pistoia dei suoi documenti: il Comune accetta, chiede aiuto alla Soprintendenza, all’Archivio di Stato territoriale, e anzi in segno di rigraziamento elargisce il suo Patrocinio alla pubblica cerimonia di consegna. Un primo elenco dei docuementi è stato steso dagli archivisti dell’Archivio di Stato (era online sul sito della rivista dell’Anai -ma ora non la trovo più – l’intervista di Isabella Oreffice alla direttora dell’Archivio) ; roba fina, autografi diTorquato Tasso, Napoleone, ecc.; libri e poesie dello stesso Gelli, rassegne stampa sulla sua attività politica…naturalmente, ci scommetto, niente di tutto ciò farà la benchè minima luce sulle trame nere e di stato degli ultimi 50 anni (non per essere granguignolesca, ma grondano sangue nel vero e letterale senso della parola). Naturalmente si scatena la bufera, a Pistoia la rossa, e anche dentro il rosso Comune, che aimè dopo che i buoi erano scappati aggiunge anche una brutta figura, non presentandosi alla cerimonia nè con sindaco nè assessore. A farne le spese Linda Giuva, archivista dell’Archivio Centrale dello Stato e docente di archivistica all’Università della Tuscia. Che correttamente, ma in un contesto surreale, spiega che quello non era un “archivio” ma una collezione documentaria ecc ecc. e che, ho letto da una recensione anche questa sparita purtroppo dal web, chiede anche a Gelli di mollare i suoi malloppi, ma quelli veri. I tuoni e i fulmini si scatenano soprattutto sulla sua testa, in quanto “signora D’Alema”, vedi Beppe Grillo graffiante come al solito, ma in questo caso credo fuori bersaglio. Non è così facile come si crede fare gli archivisti! Doveva o non doveva il Comune di Pistoia accettare i documenti di Gelli (secondo me: si, ma senza nessuna cerimonia! ma quale patrocinio! ma stiamo scherzando!) e l’archivio di Stato? (stessa risposta) e la Soprintendenza? (certo: anzi, visto che ci sono le leggi, perchè non applicare una bella “notifica” ai rari e preziosi eccecc- con divieto di spostamento, vendita, e così via senza autorizzazione pubblica?) e la Linda? Secondo me, declinare graziosamente, adducendo un terribile raffreddore: ai trappoloni statal-deontologici-piduisti o ci si oppone fieramente scatenando un putiferio o sennò si gioca di sponda, rimandando il boccino da dove è venuto. Ma, aimè, del senno di poi…

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