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Web 2.0, partecipazione, politica…NO B Day

Io ci credo, e sabato lo verificheremo, che attraverso il web, soprattutto il web 2.0 con i suoi mille canali, sia possibile organizzare un grande evento politico, con pochi soldi e molto lavoro (perchè dietro il No B Day ci sono tantissim* che pestano sui tasti, che raccolgono quote, che telefonano per i pulman, che disegnano gli striscioni, insomma tutto quanto serve, e che solo le mani umane possono fare).

Ed è un evento accompagnato da una grande discussione collettiva: in ognuno dei siti e blog che partecipano ci sono centinaia, migliaia di messaggi – anche quelli stonati o contrari.
Stamattina ho seguito il Forum con Roberto Saviano su Repubblica TV .Condivido tutto quello che ha detto. Saviano è uno degli uomini più profondi, lucidi e coraggiosi che abbiamo. E non ha perso una grande umanità, anzi, le tribolazioni e sofferenze l’hanno reso ancora più sensibile alla tragedia in cui si è avvitato il nostro paese, sotto il tallone delle mafie. Voglio sforzarmi di seguire i suoi consigli: leggere, informarsi, non pensare che la lotta ai poteri criminali sia una cosa che riguarda soltanto il Sud…

Perciò bisogna andare a Roma, al NO Berlusconi Day: non è possibile che, sapendo quello che sappiamo, quest’uomo continui a governare l’Italia. Utile anche un “sunto” della situazione: scaricate e leggete le “101 domande” al “Reticente del Consiglio”: lettura veramente istruttiva, vitamine per la nostra labile memoria.

Donne, potere, politica: appunti

Per questa infuocata fine di un regime (nella testatina: tramonto corrusco su Genova, mi sembra intonato)

Berlusconi è agli sgoccioli. Il che non vuol dire che sparisca senza fare ulteriori danni. Anzi, ne farà ancora di più, se non si riesce ad arginarlo. Tra insulti, lapsus e autoglorificazioni deliranti ha sputtanato l’Italia nel mondo, e se lo dice ormai da solo. E’ un caso psichiatrico. E però continua a farsi le leggi per lui e i suoi amici, esportatori di capitali, governatori mafiosi, cortigiani osannanti che temono di finire di nuovo nel trash da dove sono stati presi…

Grande riunione di donne a Roma alla Casa internazionale delle donne. Resoconto su Repubblica, documento preparatorio sul Manifesto. Ottimo, mi fa molto piacere, peccato non esserci andata., l’ho saputo in ritardo. E poi ero stata alla manifestazione per la libertà d’informazione pochi giorni prima: 14 ore di pullman,  ne valeva la pena, ma le mie ossa ne hanno risentito…

Considerazioni, per quello che mi riesce di capire a distanza. Varie generazioni e linguaggi femministi e di donne. Desiderio di intendersi, ma fatica, fatica. Non si riesce a fare a meno del nominalismo: il post-patrircato o il neo-patriarcato? concetti diversi per diverse visioni politiche, indubbiamente – ma mentre ci siamo sbrindellate per anni per risolvere il problema, la videocrazia avanzava, si istallava, si radicava come un tumore malefico nei gangli della polis.

La crisi del berlusconismo decodificata anche attraverso l’iconizzazione di figure femminili: Veronica Lario, Patrizia D’Addario, Rosy Bindi...Bene, fin qui.  Veronica e Patrizia hanno messo il classico granello di sabbia nell’ingranaggio, e lo hanno fatto deragliare. Rosy ha trovato “le parole per dirlo”. E’ vero che oggi non abbiamo paura, come dice Manuela Fraire, di mescolarci a loro, di parlare di loro in un contesto in cui le loro parole sono sottratte al mero “scandalo”, alla triturazione maschilista. La lettura dell’atto di denuncia di Veronica come “ciò che è cambiato anche nelle donne che agiscono semplicemente una ribellione, senza una piena consapevolezza politica”.  ” La loro parola diventa pubblica non perché parlano pubblicamente – in America le escort del potere parlano da tempo – ma perché c’è un pubblico femminile ormai presente, disturbante. E’ questa lettura femminista che infatti ha sfilato le loro parole dalla rivalsa e dalla vendetta maschile” (cit. dall’intervista a Manuela Fraire, di Daniela Preziosi, sul Manifesto del 9/10/09).

Però vorrei anche avanzare una esigenza: che degli eventi, dei e delle protagoniste e della situazione presente si cercasse di tenere insieme i molti aspetti  ambivalenti.  Che si rifuggisse dalla simbolificazione a oltranza. Sono i simboli che rendono leggibile il presente? forse, ma lo impoveriscono, lo livellano al già noto o all’auspicato e al gratificante, in ultima analisi forniscono delle letture che sono almeno in parte consolatorie…  Anche perchè rendendo simboli queste donne in particolare, si perde la possibilità di capire realmente chi sono, la loro singolarità e forse novità. Se le rendiamo icone del “femminile che fa ostacolo”, rinunciamo a capire come queste due donne concrete abbiano vissuto, agito, scelto e subito nella loro vicenda storica e nei rispettivi contesti. E come loro migliaia di altre donne, una buona parte della piattaforma del consenso berlusconiano.  Può trasformarsi quel consenso? e andare verso cosa? non credo scontato che vada verso una visione femminista. Non è affatto detto, se non si trovano i modi di parlare “a loro, e non solo di loro”.

Estraneità delle donne alla politica (quella dei partiti e istituzioni). Certo, qualcuna  ha tentato di cambiare la politica dei partiti o del partito, e si è spesa generosamente. Negli anni ‘80-primi ‘90. Bisognerebbe analizzare in dettaglio le esperienze, ci servirebbe molto uno sguardo storico sull’insieme di questi tentativi e sulle ipotesi e progetti politici che li reggevano. Del poco che so, mi vengono da citare: le donne nel sindacato FLM, grande esperienza, travolta dalla fine dell’unità sindacale, ma anche e forse più dalla fine del femminismo come movimento sociale di massa. Come ha detto Alessandra Mecozzi: eravamo forti come donne nel sindacato perchè era forte il movimento. La forza del movimento e delle donne nel sindacato non ha dato luogo, a lungo termine, a una grande e coesa leadership di donne in grado di reggere gli urti della politica correntizia, almeno in un sindacato (FIOM). Ma quali conseguenze se ne devono tirare? mancano strumenti approfonditi di comprensione storico-critica, mancano elaborazioni politiche.

Da allora, e da prima di allora, l’”estraneità” delle donne alla politica istituzionale e partitica è stata anche teorizzata come “la” politica delle donne, che fanno altro. Soprattutto si mettono in relazione tra loro e valorizzano queste relazioni, in una politica molecolare dal basso, che prima o poi (come nella teoria delle catastrofi) produce il mutamento Questa sintesi è molto riduttiva, ne sono consapevole,  è la “vulgata”, sapete di cosa si tratta, quello che è passato come politica femminista sui pochi media di sinistra che le hanno datto spazio in questi anni. Naturalmente altre pensavano e facevano altro,  e in grande disaccordo con questa impostazione, ma “non c’era campo”, nonostante la profondità delle riflessioni e delle azioni. Penso, solo per fare un esempio, alle varie componenti del femminismo torinese, da prestissimo impegnate con un progetto di collaborazione tranculturale come Almaterra,  a quelle storiche che, specie negli ultimi anni, hanno tentato di uscire dalla area strettamente disciplinare con riflessioni critiche sia sul femminismo d’epoca che sul presente e soprattutto sui nuovi scenari della globalizzazione. Con un “ruolo di supplenza” in un certo senso – in mancanza di figure femminili nelle istituzioni e nei partiti che facessero almeno da sponda. Purtroppo non è stato sufficiente.

I nostri centri di documentazione, archivi, biblioteche, convegni, letture di libri ottimi e interessanti, e ci metto anche, per le più giovani, occupazioni di università e di centri sociali autogestiti e anche grandi momenti politici come quelli intorno e dentro e dopo al G8 del 2001, e si potrebbe continuare, non sono riusciti a tenere testa alle modificazioni sociali e culturali avanzanti. Siamo finite  in una “nota a piè di pagina” quando ci è andata bene! Il fatto che sia stato un fenomeno mondiale e globale non dovrebbe impedirci di ragionare sui nostri limiti ed errori politici.
Ritardi e incomprensioni sul fatto che maschilismo, omofobia, razzismo e fascismo sono un unico nodo.
L’uso smodato, diventato frase fatta, del temine “libertà femminile”, che è andata a coprire territori più liberisti che libertari.
La dimensione della politica sociale: sparita dall’orizzonte per decenni – abbandonata alle agenzie cattoliche, più che istituzionali.
La dimensione del lavoro precario, del lavoro operaio, la nuova casalinghitudine coatta. La debolezza economica femminile, scotto pagato spesso a scelte di  autonomia, o di autonomia da uomini deludenti. La violenza, tema unificante e mobilitante – ma purtroppo ancora una volta  per denunciare e difendersi.

Ci sono stati, in questi decenni, tante riflessioni, tanti convegni, tante azioni positive … Ma poche azioni  di visibilità sociale, da bucare i media, da incidere sull’immaginario. I territori recintati del femminismo degli ultimi anni sono stati ben segnati da codici di accesso e password, per ricondurre il nuovo che avanzava (altre teorie e pensieri insieme con donne di altri mondi nelle nostre case, nuove generazioni nelle scuole e nei lavori) entro schemi  obsoleti, in relazioni gerarchizzate e verticalizzate, ormai segno identitario di appartenenza “comunitaria”, prima che pratica politica da sottoporre a verificazione costante.

Che in Italia l’informazione e l’immaginario della maggioranza della popolazione sia fatto dalle televisoni  di regime è un realtà accertata da molti  anni. Ma negli anni 60 e 70, i media mainstream erano  compattamente e saldamente in mano alla DC e alla grande industria. Erano meno pervasivi nell’immaginario popolare? Macchè. Anzi, la consapevolezza della forza modellizzante e canalizzante dei “nuovi” media è stata una idea forte del ‘68…

Da "Atelier Populaire. Bibliotèque de mai"

Da "Atelier Populaire. Bibliotèque de mai"

Perciò per un decennio almeno nelle scuole, sui muri delle città e dei paesi, in ogni luogo di lavoro e nei quartieri, nei mercati e fino nelle caserme c’era una continua e martellante informazione “altra”. Una controinformazione capillare. Con tutti i suoi difetti  ed esagerazioni, è stata il prodotto e ha alimentato un movimento sociale e politico che ha potuto raggiungere immaginario e sentimenti, incidere sulle mentalità e costumi. Fattore di trasformazione cruciale, insieme con le pratiche di nuove relazioni tra donne, uomini, e/o in dimensioni di socialità allargata. E non solo, perchè risultati politici istituzionali si sono cercati e raggiunti (con mediazioni e naturalmente distorsioni), come ben si sa. Vedi contraccezione, aborto, diritto di famiglia, divorzio,  manicomi e servizio civile e altro ancora.

Ma non si vince mai una volta per tutte, nemmeno in caso di “presa del palazzo d’inverno”, figuriamoci nelle democrazie capitalistiche in grado di rimodellarsi e ristrutturarsi  globalmente e velocemente. Anzi, come dice Zagrebelsky, proprio le democrazie sono quei regimi che hanno geneticamente la necessità di una continua lotta, una continua vigilanza e conflitto…

Soprattutto se il territorio più opaco alle trasformazioni è  la politica, la prassi di cooptazione e formazione del ceto politico nei partiti, ora di opposizione, ma che hanno governato anche loro per anni.

Le donne sono state escluse e si sono escluse. Le poche cooptate deboli, ma è ovvio, e poi forse anche conniventi, al di là delle qualità individuali che emergono sporadicamente.

Mi pare che per ricominciare a essere incisive sarebbe necessario, e bisognerebbe farlo insieme, le varie generazioni di femministe,  rimettere in discussione vecchie certezze e teorizzazioni (tanto per dirne una, il tema dell’estraneità, di cui dicevo sopra- nonostante l’alto patrocinio di Virginia Woolf…) e così via,  ciascuna per la sua parte con umiltà, e non ci sono donne che di default sono infallibili,  anzi…Sarà la più lucida quella che riuscirà meglio a capire i propri errori, prima che quelli degli altri e delle altre.

La situazione politica italiana

disegno di Stefano Martino

disegno di Stefano Martino

Ipertrofia di un mito: verso la fine, speriamo

Il duce insegna: il mito si gonfia e alla fine scoppiaArticolo Gibelli

Articolo di Antonio Gibelli pdf

Nell’articolo pubblicato ieri 28 maggio sul Secolo XIX di Genova  lo storico Antonio Gibelli, facendo riferimento agli studi di Luisa Passerini e Sergio Luzzato, descrive in breve l’evoluzione e la parabola dell’immaginario collettivo che alimenta, sostiene e alla fine distrugge l’ipertrofica mitologia del duce e di chi come Berlusconi nello stesso modo ha creato e alimenta il  mito di se stesso…verso la fine? mai troppo presto!

Ellis Island, 1912: quando a puzzare eravamo noi

Questo post mi è così piaciuto che lo rubo al blog l’Altronline e lo copio qui sotto. Merita veramente. Ecco un bell’esempio di memoria storica. Che ovviamente non cambierà affatto il modo di pensare e di comportarsi di quelli che applaudono i “respingimenti” dei “clandestini”, giù fino ai lager libici. Non sposterà un voto, non farà ricredere nessuno. Ma tant’è, bisogna continuare, se non vogliamo diventare complici con il nostro silenzio.

Colpevoli di viaggio

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. Proponiamo di privilegiare i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invitiamo a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, Ottobre 1912.

my way

Una domenica di maggio. Abbastanza calda, quasi afosa. Il mare, qui in Liguria, è calmo.

Quanta gente oggi ha rimandato indietro Maroni in Libia? Quante persone affogheranno oggi nel Canale di Sicilia? quanti si imbarcheranno con ogni mezzo dalle coste dell’Africa e del Medio oriente, senza sapere che non riusciranno ad arrivare, che rischiano la vita, anche quella dei neonati e bambini che le madri non possono abbandonare?

migranti per la Merica, 1900

migranti per la Merica, 1900

Leggo dei commenti di lettori del “Corriere” ai proclami di Berlusconi: “l’Italia non sarà multietnica…non accetteremo chiunque come la sinistra…”

Alcuni approvano. Bene bravi, buttateli a mare. Delinquenza, sicurezza ecc. E poi il colmo: bisogna far rispettare le leggi. Penso siano gli stessi che assumono badanti e colf in nero. Che non pagano le tasse. Che portano i loro capitali a San Marino, oppure alle Barbados. Oppure non hanno capitali, magari sono operai in cassa integrazione. Ma la colpa è dei “clandestini”.

C’è ancora qualcuno che parli e pensi di capitalismo, di multinazionali (anche italiane) che prosciugano l’Africa delle sue risorse (il motivo principale per cui ci sono i migranti) e chiudono le fabbriche in Europa? che è un sistema integrato e globale in cui la vita umana, di qualunque colore sia la pelle, vale solo se produce profitto? non illudiamoci che essere bianchi ed europei ci metta al riparo: non ha salvato i 7 operai della Thyssen, non salverà nessuno.

Si, qualcuno c’è: lo leggo nei blog, su alcuni giornali, in alcune forze politiche che se smettessero di litigare forse potrebbero mettersi a ricostruire qualcosa da queste macerie.

Altro che barconi di clandestini. Siamo noi, i clandestini,  in questo paese che sta tornando indietro o andando verso una nuova barbarie. Allegramente, a colpi di spot, reality, tette-e-culi, pettegolezzi, barzellette razziste, capelli trapiantati e posti a sedere per i lombardi.

Anche io, come Roberta, voglio scendere

Oggi le rose in giardino e il caldo che finalmente sta arrivando non mi sollevano dalla depressione. E anche Mina, in questa meravigliosa esecuzione di My Way, mi fa quasi piangere. Come riusciremo ancora a far qualcosa “a modo nostro”?

Archivi e democrazia

«Il processo di democratizzazione può sempre essere misurato con questo criterio essenziale: la partecipazione e l’accesso a un archivio, la sua costituzione e la sua rappresentazione». Questa frase di Jacques Derrida, tratta dal saggio Mal d’archivio, racconta perfettamente lo spirito di Metavid e non a caso viene citata dai suoi creatori. Metavid è un’iniziativa indipendente che si propone di creare un archivio di video dell’attività del Congresso degli Stati Uniti e di favorire la produzione partecipata di ulteriori elementi testuali. Lo scopo è permettere a tutti la ricerca di informazioni approfondite sia sull’operato dei parlamentari sia sui singoli progetti di legge.

Questo interessante post continua su Apogeonline. Leggere e meditare…

La speculazione edilizia prossima ventura

La Marmorata, Gallura

La Marmorata, Gallura

La Marmorata, bella spiaggia vicino a Santa Teresa di Gallura: orribilmente sfregiata dalla costruzione, anni fa, di due mostruosi edifici, e conseguente privatizzazione di metà della spiaggia. Che poi sia stata fonte di grandi affari, è da vedere: alla fine di luglio, le sdraio erano quasi tutte vuote…la gente cercava di stare lontana e se non poteva, guardava da un’altra parte.
Ecco, questo è un esempio eclatante, dei mille che si potrebbero fare, di come l’avidità, l’ignoranza e la corruzione riducono il territorio: è di oggi il “piano anticrisi” di Berlusconi per “ampliare le ville” italiane senza mettersi fuorilegge…da uno che le leggi se le fa per i propri interessi, è una campana che suona a lutto, per il paesaggio, i centri storici, le belle spiagge italiane. I posti di lavoro? è una solfa già sentita: in tutta Europa, Spagna compresa, si sono visti gli effetti devastanti anche e soprattutto sull’economia locale della speculazione edilizia. Ma noi no, dobbiamo continuare a illuderci, a giocare al lotto e al “gratta-e-vinci”, a distruggere per un po’ di soldi immediati le uniche cose veramente di valore che abbiamo, e che con un uso intelligente e sostenibile possono portare a un benessere duraturo. Che paese di coglioni. Non c’è altra definizione possibile.

La Marmorata, sdraio vuote, fine luglio 2008

La Marmorata, sdraio vuote, fine luglio 2008

Beni culturali: l’attacco viene dall’alto

Mi pare giusto e importante far circolare le ragioni di chi, come Salvatore Settis, Mariella Guercio e altri, stanno denunciando l’attacco che i fragili Beni Culturali nel nostro paese stanno subendo ad opera del governo e del ministro Bondi. Ri-pubblico l’intervento di Mariella Guercio, uscito sull’Unità.

Perché dimettersi
di Mariella Guercio

In alcuni articoli e dichiarazioni a proposito delle dimissioni di alcuni componenti del Consiglio superiore dei beni culturali, tra cui quelle di chi scrive, si cerca di ricondurre o ridurre tale decisione a contrasti di natura personale o a scelte dettate dal bisogno di esprimere solidarietà al presidente Salvatore Settis. Mi sembra quindi utile, anche per favorire quel dibattito cui era finalizzata la sospensione dei lavori del Consiglio del 25 marzo da parte del prof. Tullio Gregory, che lo presiedeva in quanto decano, chiarire bene la mia posizione.
Innanzi tutto, sottolineo che la vicenda delle dimissioni del presidente e la sua incredibilmente rapida sostituzione non sono a mio avviso in alcun modo riconducibili – come qualcuno potrebbe pensare e ha sostenuto -  a un problema di rapporti personali, ma rendono esplicita una linea politica che trovo di particolare gravità per una corretta azione di tutela del patrimonio culturale e svelano modalità di azione che mi hanno indotto a riconsiderare criticamente la possibilità di svolgere quella necessaria collaborazione super partes in questo clima all’interno del Consiglio: aver voluto forzare la mano al prof. Settis per ottenere le sue dimissioni aveva in sostanza l’obiettivo di avere a disposizione un consiglio meno autonomo. Del resto la dichiarazione rilasciata a caldo dal ministro conferma proprio questa interpretazione dei fatti: le dimissioni di chi esprime autorevolmente, con correttezza e pacatezza le proprie opinioni servono per una svolta nella definizione di una politica culturale ubbidiente a esigenze altre rispetto a quelle della tutela e del rispetto di beni fragili il cui godimento pubblico richiede invece molta cautela e cure continue. È opportuno sottolineare che l’intervista di Salvatore Settis all’Espresso è esemplare  per le parole che gli sono direttamente attribuite e ha  i medesimi contenuti che il ministro aveva sottoscritto nel corso del primo incontro con il Consiglio superiore. Mi sembra altresì molto grave che si contesti a chiunque di noi il diritto di rilasciare dichiarazioni ed esprimere opinioni legittime predefinendo su base ideologica (questa sì che è ideologia) i canali della comunicazione consentita.

La decisione originaria di creare una direzione generale per la valorizzazione dei musei, ma anche la nuova struttura presente nella riforma in corso di approvazione costituiscono  un segnale degli indirizzi non condivisibili che l’attuale ministro intende perseguire e che rischiano di tradursi in impoverimento ed emarginazione delle istituzioni di tutela: si spogliano completamente le strutture di tutela di qualunque iniziativa di promozione (ma anche di controllo sugli usi incongrui del patrimonio culturale); si sottraggono risorse a chi faticosamente opera sul territorio; si produce altra e pericolosa frammentazione nel corpo di un organismo che sembra già sbriciolato rispetto alla sua costituzione originaria ed è a rischio quindi di paralisi; non si garantisce infine in alcun modo il recupero  di quei mezzi economici e di quella qualità nella comunicazione che si vuole a parole sostenere. Del resto, solo operando congiuntamente con adeguate competenze tecniche di tutela e di valorizzazione, si può sperare di assicurare il raggiungimento di questi obiettivi nei settori delicati e impegnativi che costituiscono l’oggetto principale dell’azione del Ministero.

Ancora più grave è il commissariamento delle soprintendenze archeologiche romane che consente innanzi tutto (nascondendosi dietro il paravento di finalità di rapidità e di efficienza) di operare in deroga a disposizioni di garanzia e costituisce un grave precedente per altre eventuali azioni di sottrazione dell’esercizio della tutela ai canali della normale azione pubblica in nome di una presunta emergenza che non trova concrete ragioni operative.

I tagli finanziari in materia di tutela del patrimonio culturale (che il ministro stesso aveva assicurato di poter/saper contrastare nel primo incontro con il Consiglio, ma che invece continuano a devastare e umiliare la vita delle istituzioni culturali) sono vergognosi: nella ridefinizione dei piani di spesa in corso di approvazione se si analizza, a titolo di esempio, il settore archivistico, si osserva con costernazione che sono decine gli istituti con budget di poche centinaia di euro.  Sottolineo che i tagli non hanno finora determinato danni irreparabili solo grazie all’attenzione e alla oculatezza con cui si sono mossi gli ottimi funzionari presenti oggi (fino a quando?) nelle strutture centrali del Ministero e nelle direzioni generali tecniche. Non c’è nessuna garanzia che questo avvenga in futuro.

Dimettersi, quindi, non vuol dire drammatizzare una situazione, ma solo sottolinearne la reale gravità e prendere atto dell’impossibilità di continuare a operare. Non credo infatti ci siano le condizioni  e il clima pacato  di  collaborazione di cui questi settori complessi hanno bisogno, come altri hanno ben ricordato in questa medesima occasione. Nel mio caso è del resto proprio questo il mandato che ho ricevuto dato che sono stata nominata (e confermata) con decreto ministeriale in base a un rapporto fiduciario (che tuttavia non può che essere reciproco e la fiducia da parte mia a questo punto è venuta meno).

Aggiungo che bisogna prendere atto (sarebbe stato utile farlo ben prima e con forza) dello stravolgimento grave e pericoloso dell’attuale natura istituzionale (che peraltro il ministro Bondi ha ereditato da altri) del Consiglio superiore la cui maggioranza è sostanzialmente affidata a persone di fiducia del ministro e non ai rappresentanti delle istituzioni. La democrazia – ma anche la sana gestione di qualunque ente – hanno bisogno di strutture di garanzia indipendenti e autorevoli soprattutto quando è in gioco il bene comune.

Questo gesto mi è comunque costato, perchè ho sempre cercato di  non sottrarmi all’impegno che i compiti istituzionali affidatimi richiedevano. Ci sono tuttavia momenti della vita professionale e scientifica che richiedono una presa di distanza chiara rispetto a comportamenti e metodi che di fatto mettono in pericolo la possibilità stessa del cambiamento che pur si intende perseguire.

26 febbraio 2009

Luisa Passerini a Genova: Autoritratto di gruppo, 2008

foto Gianni AnsaldiVi voglio fare un regalo, a quelle e quelli che per avventura passano di qui. La trascrizione dell’incontro che venerdì 18 si è tenuto a Genova, sala di Palazzo Tursi, per la presentazione della riedizione, a distanza di venti anni dalla prima, di Autoritratto di gruppo (Giunti Astrea) di Luisa Passerini. In questa nuova edizione l’autrice, che è una delle più importanti storiche a livello internazionale, e che insegna Storia culturale all’Università di Torino, con Emanuel Betta e Enrica Capussotti hanno firmato una postfazione, in cui fanno il punto (anzi, i contrappunti) su tematiche ispirate al quarantennale del ‘68, e alle vicende della memoria, della sua mancata trasmissione, delle memorie plurali e quelle di altri movimenti, della storia da costruire …temi cruciali per la comprensione della situazione attuale.

Come sempre Luisa, con il suo ragionare pacato che tiene insieme la ragione e la passione politica, è riuscita a mandare fasci di luce sulla oscura situazione attuale. Molte amiche presenti, e io tra loro, hanno manifestato la loro gratitudine, il senso di ri-apertura di possibilità di ricordare, pensare, lavorare, in una prospettiva che si riconosce nei valori del ‘68, che il suo libro, allora e oggi, e le sue parole hanno motivato. Ancora una volta, grazie a Luisa. E grazie a Emmanuel Betta, a Enrica Capussotti, a Silvia Neonato e agli altri che hanno organizzato e sono intervenuti all’incontro. Ce ne saranno altri anche in molti luoghi d’Italia, come la serie di appuntamenti genovesi chiamati appunto autoritratto-di-gruppo . Facciamone buon uso.
Luisa Passerini

Un ricordo personale. Venti anni fa avevo una libreria a Genova (l’ho già scritto ). Ho presentato la prima edizione di Autoritratto di gruppo, nel 1989. Di lì è nata la conoscenza e l’amicizia con Luisa – che è continuata in questi venti anni con incontri sporadici ma per me sempre importanti sui vari temi, della memoria, delle fonti e degli archivi delle donne, della storia, della politica. Senza Luisa, la mia vita sarebbe stata diversa, credo. E a me piace così come è stata ed è. Anche per questo le sono grata...

Venerdì 18 Aprile, Genova, Palazzo Tursi, ore 17, 30

Incontro organizzato dal Comune di Genova e dalla Fondazione Palazzo Ducale

(Avvertenza: ho trascritto letteralmente gli interventi di Luisa, in modo più sintetico gli altri. Non me ne vogliate: anche i mega byte di WordPress prima o poi finiscono…)

Silvia Neonato introduce l’incontro, ricordando l’attività della casa editrice Giunti Astrea, che ha pubblicato negli anni 100 titoli di scrittrici internazionali sia nell’ambito della narrativa che memorialistica. Il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo tiene insieme memoria, saggistica e narrativa. Esce nel 1988, colpisce, lascia perplessi…anche Rossana Rossanda si stupisce della chiave personale del libro (in una recensione sull’Espresso). Libro complesso che intreccia il presente dell’autrice, i ricordi nelle memorie e interviste del 68, la sua storia del 68, la percezione esterna, mediatica. Incrocia questo materiale incandescente, con svariati registri di scrittura…La nuova edizione ha una postfazione a tre voci, con due storici altri ex allievi di Luisa, che esprimono i loro punti di vista.

La stessa cosa cheha voluto fare Silvia invitando persone di generazioni diverse, Valeria Ottonelli, Alberto Leiss, Simona Bondanza, perché raccontassero come lo hanno letto. Segnala due temi: la grande presenza delle donne anche nel ‘67, presenza oscurata nelle varie celebrazioni; e una riflessione coraggiosissima sulla violenza nel ‘68, a cui Luisa non sfugge mai, senza banalizzare e ridurre tutto a uno dei filoni del terrorismo…
Nel 1978 vengono uccisi Moro e la sua scorta, ma anche promulgata la legge 194 e la legge 180, che chiude i manicomi…i doppi segni di quello che è stato quel decennio.

Luisa Passerini. Parlerò poco per sentire quello che dicono gli altri. Questo libro ha già parlato molto, direi che è andato per la sua strada, è stato conosciuto e tradotto all’estero, ha vissuto una vita propria. Mi ero quasi dimenticata di questo libro, perché ero tornata a scrivere di saggistica, tranne un intervallo, dieci anni più tardi, per scrivere “La fontana della giovinezza”. Il saggio in fondo al libro non costituisce propriamente un ripensamento anche se è in chiave saggistica. E’ incentrato sul fatto che del ‘68 esiste così poco storicamente, e anche per questo diventa preda dei media, è oggetto di mitizzazione e di denigrazione, abbiamo sentito il presidente francese Sarkozy parlarne molto male prima di essere eletto, anzi raccomandare la sua elezione come modo per distruggere definitivamente la memoria del ‘68. E’ una memoria ancora estremamente calda, ma, dal un punto di vista storico, ho chiamato il ‘68 luogo dell’oblio, perché è poco studiato, proprio da un punto di vista strettamente storico: ci sono archivi, ci sono fonti, e queste fonti non vengono esplorate.

Quello che esiste maggiormente è la memorialistica, che ha tutte le caratteristiche della memoria, non riesce a sottrarsi pienamente a questi due opposti, il rimpianto e il pentimento. Devo dire che sono cominciati a uscire soprattutto all’estero molti testi, e quindi quest’anno usciranno forse anche in Italia, che operano una comparazione. Quello che è mancato moltissimo, ed è veramente il luogo dell’oblio, è il quadro internazionale e globale del ‘68. In questi giorni sto preparando una relazione per un convegno ad Atene sulle conseguenze e le ripercussioni intellettuali del ‘68. Ho cercato di leggere delle cose sui ‘68 anche molto lontani da noi nello spazio, come quello messicano e quello giapponese, è straordinaria la corrispondenza, le stesse parole d’ordine, la stessa accentuazione della soggettività, le stesse forme di lotta, e anche, dopo, in molti casi, le stesse forme di oblio. E’ come se fosse un oggetto troppo difficile da ricordare, in quella forma. Io non so se qualcuno di voi ha visto il film “Across the Universe” di Julie Taymor, che è un modo di raccontare il ‘68 un po’ diverso, usa soprattutto la musica dei Beatles, un misto tra romanzo e realtà che è molto accattivante. So che il film è stato molto criticato, io credo sia un tentativo molto utile perché dobbiamo trovare i modi di interpretare il ‘68.

Credo che appunto questo mio tentativo di farlo fosse un modo di mettere sul primo fronte quello che Fachinelli chiamava la caratteristica del ‘68, cioè il desiderio, le emozioni. E’ un libro molto emozionale, direi, è stato scritto grazie al fatto che era in corso una psicoanalisi, che io facevo a quel tempo. Facendo una analisi i propri sentimenti sono scoperti, a fior di pelle, il rapporto tra conscio e inconscio è molto più vivace, più continuo, i sogni sono più presenti. Tutto questo probabilmente è servito a restituire quella atmosfera di immaginazione al potere.

Credo che in questo quarantennale possiamo misurare tutta la distanza da allora. C’è stata un’altra ondata della storia, adesso stiamo toccando uno dei punti in cui la restaurazione è massima, e d’altronde, così va la storia, se noi non cerchiamo di comprendere tutto questo, ci schiaccia. Effettivamente anche riuscire a misurare appieno la distanza dal ‘68 ad oggi è un modo di capire cosa ci sta succedendo, perché siamo arrivati a questo punto. Evidentemente qui c’entrano i limiti, gli errori del ‘68…anch’io per ‘68 intendo un lungo ‘68, i dieci anni che vanno dal ‘67 al ‘77, per quanto riguarda l’Italia, per altri paesi è diverso, per questo paese è certamente così, e quindi c’è stato un accavallarsi di movimenti di varia natura, studenti, operai, tecnici, le donne e poi i movimenti sul territorio, le case, le carceri, i manicomi, l’esercito.

Tutta questa straordinaria stagione è come se fosse finita in una sconfitta, e la sconfitta è reale sul piano politico: non credo sia una consolazione sufficiente quello che tutti ormai dicono, che il ‘68 è stato vittorioso sul piano culturale, cultura quotidiana, modi di comportarsi, atteggiamenti, idee, rapporti tra le generazioni, rapporti di autorità. Però dire questo di un movimento che pensava che cultura e politica fossero inseparabili è come condannarlo. Resta da esplorare questa sconfitta del ‘68. Anch’io, come molti altri interpreti, non penso che sia definitiva, che il ‘68 sia anche da vedere a lungo termine, che a lungo termine possa ancora dare dei risultati, solo che si ripresenterà in maniera totalmente diversa.

Chi siano gli eredi del ‘68…può anche darsi che alcuni aspetti del movimento neoglobal abbiano ripreso l’eredità del ‘68, pure con scarsa consapevolezza oppure non esplicitandolo, però non abbiamo ancora visto tutti questi frutti. Quello che ci insegna il ‘68, che è stato straordinariamente inaspettato in un certo senso, è che bisogna tenere gli occhi ben aperti perché qualcosa potrebbe arrivare, anche in questo momento che sembra così buio; potrebbe arrivare che sconvolge gli equilibri costituiti, non sono mai costituiti una volta per tutte… Passerei la parola.

Valeria Ottonelli (docente di filosofia politica all’Università di Genova) Temi dell’intervento.
Nata nel ‘68, ha avuto complessi di inferiorità verso quelli che lo avevano vissuto… Sul libro, esprime la sua enorme meraviglia di fronte all’abilità narrativa, i piani narrativi che si intrecciano restituiscono la memoria come memoria collettiva.
Passato indisponibile alla coscienza di chi non lo ha vissuto, rischio di memoria possessiva. Con lo stratagemma narrativo il libro dà l’immediatezza e la perfetta immedesimazione nell’esperienza e nella memoria. Viaggio per la continuità della memoria, recuperare la continuità con il passato prima del ‘68, non i fatti ma la consapevolezza della memoria.

Alberto Leiss (giornalista) temi dell’intervento.
18 anni nel 68. Nella postfazione: ‘68 come luogo oblio, temi della durata, degli eredi. E’ stato un sommovimento profondo e globale, il primo che ha prodotto una rottura globalizzante. Abbiamo un problema a ricordarlo perché la dinamica opera tuttora, importanti leader continuano a combatterlo. Fantasma o qualcosa che continua a operare: rottura che non si è chiusa. Confronto elettorale che non ci ha fatto piacere. Abbiamo paura della reazione. Strano intrecciarsi dalla presenza femminile. Rapporto colle donne nel lungo ‘68: presa di distanza, anzi separazione. Taglio operante, non recuperato. Nel Parlamento eletto non arrivano al 18 %. La nostra democrazia non da conto che il mondo è fatto di due sessi. Libro di Luca Borzani, tratta di storia locale e globale. Lotta tra reazione e rivoluzione, e rivoluzione femminile, è ancora aperta, ma la politica non la legge così, va incontro a consunzione sempre più grave. Partita aperta.

Oriana Cartaregia. Sintesi intervento: ha vissuto gli anni subito dopo il ‘68. Problema della indicibilità. Nel libro di Luisa trova la capacità di dirlo. Parte emotiva che faceva storia per la prima volta

Luisa. [In riferimento a] Valeria e quello che hai detto tu [Oriana]: la memoria possessiva effettivamente c’è stata. Per ciò d’accordo con Roberta Mazzanti, abbiamo chiesto a Emanuel Betta ed Enrica Capussotti di aggiungere le loro notazioni, che hanno chiamato Contrappunti. Entrambi hanno quaranta anni. Già in un articolo precedente, che avevamo scritto a più mani, avevano protestato contro questa memoria di cui noi ci siamo appropriati. Tra l’altro questo riprende un tema di un altro mio allievo (mi fa molto piacere parlare dei miei allievi, credo di aver insegnato loro un modo di essere critici anche nei miei confronti) Peter Bernstein, che aveva per primo coniato questa espressione: memoria possessiva, possessive memory, negli Stati Uniti.

Questo è accaduto veramente, cioè la trasmissione -anche da parte delle femministe- non c’è stata- la ragione di fondo, secondo me, la ragione veramente sostanziale è che era una generazione autocentrata, in cui c’è stato quello che Alberoni chiamava l’innamoramento collettivo, tutti travolti da una forma di erotismo collettivo, per cui tutti gli altri non erano importanti, anche quelli che venivano dopo. Errore fatale, questo, certamente. Combinazione ho letto proprio in treno venendo qui il libro di Valerie Linard, che è la figlia di uno dei grandi protagonisti del ‘68 francese. Lei ha raccolto le interviste a più di venti figli di sessantottini francesi. Tutti dicono – è veramente interessante questo libro: i miei genitori mi hanno dato l’impressione che io non fossi la cosa più importante nella loro vita, perché era la politica, e il rapporto tra loro, e non ci raccontavano niente, neanche ai loro figli. Questa è una cosa sconvolgente, dice assolutamente la verità: questa generazione non ha visto altri interlocutori se non quelli interni. Così anche le donne. Per le donne penso sia stato soprattutto il fatto che era la prima volta che ci consideravamo l’un l’altra soggetti in senso pieno, e quindi eravamo soprattutto ingaggiate l’una con l’altra… credo che questo sia stato un errore, però non penso che si potesse fare diversamente. Ha avuto conseguenze anche tragiche, anche perché poi, quando abbiamo provato a fare questa trasmissione e l’abbiamo fatta in maniera unilaterale, si è dato origine al reducismo; cioè a dire in qualche modo “ma tu non puoi capire”. Questa impressione, che quelli più giovani hanno, che non possono capire l’esperienza, in primo luogo è stata trasmessa da questo discorso, che chi non c’è stato non può capire. Bisogna partire dal punto di vista opposto, che è possibile invece un dialogo e che la gente capisce benissimo, i più giovani, gli studenti capiscono quando insegno cose a questo proposito, se gli insegno nel modo giusto.

La trasmissione non può essere unilaterale, deve essere appunto uno scambio. Aggiungo che Betta e Capussotti introducono dei temi molto importanti, come il fatto che la memoria del ‘68 e quella degli anni ‘70 sono appiattite una sull’altra, in modo che si confonde il ‘68 con il terrorismo, aggiungono il tema del cinema, non soltanto considerano, come ho fatto io, alcuni romanzi ma anche la presenza del ricordo nel cinema, che di nuovo è il ricordo degli anni 70,e poi parlano di una memoria, che loro chiamano “alterglobale”, di questi nuovi movimenti…Giustamente rivendicano la molteplicità delle memorie del ‘68, non è necessario aver vissuto il ‘68 per averne memoria, perché il ‘68 suscita forti passioni anche in chi non l’ha vissuto, anche in chi ne sa veramente poco, o come rifiuto, o come glorificazione.

Ci sono delle cose molto importanti in ciò che ha detto Alberto, sul piano storico, anch’io sono d’accordo sull’assoluta importanza della storia locale. E’ la mancanza di questo che ha fatto sì che ci sia l’oblio del ‘68, senza questo non si fanno le storie: la storia del fascismo, la storia del movimento operaio esistono perché ci sono state tante storie locali. E poi sono completamente d’accordo, anche se è misterioso, questo dire che il ‘68 non è ancora finito, la partita è aperta. E’ misterioso perché non conosciamo il futuro, però abbiamo un importante precedente, cioè il collegamento che hanno fatto gli storici tra il ‘68 e l’89, non soltanto a Praga, dove questo è esemplare, ma in tutta l’Europa dell’Est. Ecco dove nasce una delle cattive interpretazioni del ‘68, Sarkozy ha detto che il ‘68 è all’origine del liberalismo come laisser faire, come lasciare andare, come non porre regole. Quello che è vero è che c’è una linea di continuità nella storia anche se sotterranea, certo non facilmente comprensibile, tra le parole d’ordine del ‘68 e quelle dell’89, le grandi rivoluzioni non cruente dell’Europa. Quindi è già accaduto che c’è stato un prolungamento. Sono stati soprattutto gli storici americani che hanno analizzato questo, perché sono partiti da una prospettiva globale, in cui diventa più evidente.

Dunque se c’è stato l’89 in un certo senso c’è speranza che ci sarà ancora qualche altra data! e che quindi effettivamente la partita non sia chiusa.

Silvia. Memoria possessiva. Non voglio colpevolizzarmi…la trasmissione non può essere unilaterale…se no assume modi autoritari.

Simona Bondanza, nata nel ‘78. Vari temi sollevati dalla lettura del libro. Memoria possessiva, mancanza di una storia unitaria a livello nazionale. I mondi interiori, la pulsione alla violenza, la libertà sessuale, la sofferenza, con strappi e lacerazioni, il vuoto, la solitudine in contraddizione con una vulgata sull’epoca.

Vari interventi del pubblico toccano i temi della sofferenza psichica e delle cliniche psichiatriche, dell’attività culturale e politica che precedette il ‘68. L’attività politica femminile che ha visto la legge 194, nominando le donne. Attualmente sono presenti varie tematiche (art. 51 cost. azioni positive,Udi 50&50)

Luca Borzani: sintesi dell’intervento.
Ho letto la prima edizione, intensità emotiva, fuori da ogni retorica urtava la cultura epoca, molto coraggio.
Periodizzazione. Altri tipi di rimozione. Vero il carattere auto centrato generazionale. Entrati collettivamente, usciti singolarmente. Oblio memoria collettiva, poco trasmettibile, poco razionalizzabile. Difficoltà alla trasmissione anche per cambiamento di cornice sociale, sparizione classe operaia, non operai, ma valori e cultura, modello organizzativo, rappresentanza. Destini giovanili mai più hanno trovato auto identificazione anche narcisistica. Vero lungo ‘68. Motivazioni? Positiva o negativa? Domande…

Rimozione: generazione successiva ‘68, fase libertaria sparita velocemente e sostituita dalla ideologia emmeelle, dalla ossificazione. Nella rimozione quindi valgono due elementi: cambiamento quadro sociale, presenza nel ‘68 e anni ‘70 di una ideologia costrittiva, nonché sconfitta dalla storia. (L’occupazione fu tristissima)

Altri interventi del pubblico. ‘68 come esperienza fondativa. Dolore e rimozione, lutto non elaborato, incapacità di stare ancora insieme e solitudine. Non riusciamo a raccontare una molitudine, mentre ora siamo soli.

Altro intevento: femminismo a Piacenza, ricordi di tanta gioia anche con contraddizioni. Rimane solidarietà e amicizia. Ricordo fantastico e cambiamento della vita in meglio.

Silvia:la sinistra sapeva fare due cose, stare con la gente semplice e studiare. Ora bisogna ricominciare a studiare. La politica non è cambiata, il punto di vista delle donne (il personale è politico) non è ancora entrato in politica. Le donne fanno politica, ma non mi pare che abbiano passione per la politica dei partiti.

Leiss: ricorda sua attività e rapporto con la politica e con il PCI negli anni ‘70.

Luisa: E’ una bellissima occasione per me perché si è ripetuto quello che ha dato origine a questo libro, cioè io ho ascoltato da voi i ricordi. Io lo scrissi in questo libro, che ero riuscita a parlare di me stessa, di trovare il coraggio che spesso mi hanno voluto riconoscere con questa scrittura, perché avevo ascoltato le storie degli altri. Questa sera è stato proprio così, venivano poste domande e le risposte venivano date dai ricordi di altri, è questa coralità delle memorie che da origine esattamente al dibattito che ci serve oggi.

Che cosa ci serve oggi, però, effettivamente. Abbiamo questa sensazione, che manchi qualche cosa, che ad esempio la critica della politica che abbiamo fatto in passato e che viene fatta in parte anche oggi, non raggiunga la politica. Ecco, c’è questo senso che la politica continui come mondo separato e che noi non riusciamo a raggiungerla. In questo senso ha ragione chi dice: ma il taglio non è più lo stesso perché non incidiamo. Io continuo ad essere molto attiva con il Cirsde, Centro di ricerche e studi delle donne di Torino, ma è un’attività prevalentemente culturale, anche se poi andiamo anche alle manifestazioni, ma ci andiamo singolarmente, i gruppi politici sono altri. Questo però, certo mi dispiace, vorrei di nuovo vivere prima di morire una grande stagione, non vorrei morire col governo…però, mi ricordo bene la prima metà degli anni 60, e qui, quello che qualcun altro ha detto, cioè la continuità e la preparazione precedente…in tutti gli anni 60 abbiamo fatto piccoli e piccolissimi gruppi, attività antimperialista, attività di protesta…ecco tutte queste cose, anche adesso le stiamo un po’ facendo…a un certo punto alcuni di noi erano disperati…anch’io sono stata terzomondista, infatti sono andata in Africa. Abbiamo pensato che qui la classe operaia non si sarebbe mai più mossa, e che invece c’erano i movimenti di liberazione…sì, prima del ‘68.

Voglio dire: se noi stiamo vivendo questa fase, è inutile rimpiangere altre fasi, è meglio fare tutto ciò che si può in questa fase. Forse , è anche bene ripensare, però effettivamente, se non sia importante in qualche modo abbandonare il disdegno della politica tradizionale… capisco bene che qualcuno abbia ripreso in mano le cose e abbia detto: beh’ adesso basta, io provo a entrare in un partito, anche se non c’è nessun partito…ci sono alcune poche persone che lo stanno facendo. Non esiste nessun partito in cui mi identifico, ma voglio provare… Oppure, e questo mi sembra il caso più frequente, la politica locale. Nella politica locale si vede che qualche cosa si può fare. Pero, io credo fermamente delle conseguenze e delle ripercussioni politiche a lungo termine del lavoro culturale che stiamo facendo. Di questo ne sono convinta: lavoro culturale anche in senso lato, appunto. gruppi di donne, gruppi di lettura, lavoro di insegnamento. In un certo modo, portare, in tutte le cose che facciamo, e questo ha veramente un sapore dei primi anni sessanta, un’ispirazione, un discorso, anche una memoria appunto.

Questa memoria è una memoria multipla: è molto giusto il discorso sul lutto e sul dolore, forse anche quello che spiega questo momento, che non si è elaborato a sufficienza il lutto, e che l’elaborazione di questo lutto è importante per capire che cosa è stato perso, che cosa è stato sospeso e anche gli errori che sono stati fatti. Delle cose che diceva Luca Borzani, che erano tutte molto interessanti, quella che ha suscitato anche giuste proteste è che fosse tristissima l’attività di gruppi politici ispirati a forme di dogmatismo, o emmeelle o operaiste eccetera. In quel periodo ho vissuto profondamente il rapporto con gli operai, che era una cosa di grandissima scoperta quotidiana, quindi non era triste…ma già allora qualcosa era andato perduto, i limiti, gli errori sono stati tanti, quel dubbio, quel dilemma che aveva il movimento studentesco quando cercava di decidere, nel ‘68 e 69, se andare davanti alle fabbriche o stare nelle istituzioni, lì è l’origine di tante cose. Non si può dire: è stato un errore andare davanti alle fabbriche, però sicuramente è stato abbandonato un terreno, dei terreni…

Però questa riconsiderazione del passato che dobbiamo assolutamente fare nel modo più lucido, più critico possibile, non è nel senso di proiettare questo passato sul futuro.

Dobbiamo veramente tutti aprire gli occhi, o aprirli sulle manifestazioni culturali, il teatro, l’arte. Per esempio, l’arte parla moltissimo oggi di protesta politica, quasi come se prendesse la parola per dire quello che la politica non dice. Proprio a livello europeo,il discorso che fa l’arte, ad esempio la videoart, è molto più avanzato di quello della Europa istituzionale, un’Europa aperta, che non costringe i migranti a essere clandestini e a rischiare la vita nel canale di Sicilia o a Gibilterra. L’arte sta ponendo tutti questi problemi. Quindi non è impensabile che una ricongiunzione avvenga. Adesso è di nuovo tutto separato, è separato di nuovo il pubblico e il privato, anche se in forma diversa…è separata l’arte dalla politica…io non vedo perché non debba accadere di nuovo.

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