Post contrassegnati da tag 'emigrazione'

Ellis Island, 1912: quando a puzzare eravamo noi

Questo post mi è così piaciuto che lo rubo al blog l’Altronline e lo copio qui sotto. Merita veramente. Ecco un bell’esempio di memoria storica. Che ovviamente non cambierà affatto il modo di pensare e di comportarsi di quelli che applaudono i “respingimenti” dei “clandestini”, giù fino ai lager libici. Non sposterà un voto, non farà ricredere nessuno. Ma tant’è, bisogna continuare, se non vogliamo diventare complici con il nostro silenzio.

Colpevoli di viaggio

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. Proponiamo di privilegiare i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invitiamo a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, Ottobre 1912.

my way

Una domenica di maggio. Abbastanza calda, quasi afosa. Il mare, qui in Liguria, è calmo.

Quanta gente oggi ha rimandato indietro Maroni in Libia? Quante persone affogheranno oggi nel Canale di Sicilia? quanti si imbarcheranno con ogni mezzo dalle coste dell’Africa e del Medio oriente, senza sapere che non riusciranno ad arrivare, che rischiano la vita, anche quella dei neonati e bambini che le madri non possono abbandonare?

migranti per la Merica, 1900

migranti per la Merica, 1900

Leggo dei commenti di lettori del “Corriere” ai proclami di Berlusconi: “l’Italia non sarà multietnica…non accetteremo chiunque come la sinistra…”

Alcuni approvano. Bene bravi, buttateli a mare. Delinquenza, sicurezza ecc. E poi il colmo: bisogna far rispettare le leggi. Penso siano gli stessi che assumono badanti e colf in nero. Che non pagano le tasse. Che portano i loro capitali a San Marino, oppure alle Barbados. Oppure non hanno capitali, magari sono operai in cassa integrazione. Ma la colpa è dei “clandestini”.

C’è ancora qualcuno che parli e pensi di capitalismo, di multinazionali (anche italiane) che prosciugano l’Africa delle sue risorse (il motivo principale per cui ci sono i migranti) e chiudono le fabbriche in Europa? che è un sistema integrato e globale in cui la vita umana, di qualunque colore sia la pelle, vale solo se produce profitto? non illudiamoci che essere bianchi ed europei ci metta al riparo: non ha salvato i 7 operai della Thyssen, non salverà nessuno.

Si, qualcuno c’è: lo leggo nei blog, su alcuni giornali, in alcune forze politiche che se smettessero di litigare forse potrebbero mettersi a ricostruire qualcosa da queste macerie.

Altro che barconi di clandestini. Siamo noi, i clandestini,  in questo paese che sta tornando indietro o andando verso una nuova barbarie. Allegramente, a colpi di spot, reality, tette-e-culi, pettegolezzi, barzellette razziste, capelli trapiantati e posti a sedere per i lombardi.

Anche io, come Roberta, voglio scendere

Oggi le rose in giardino e il caldo che finalmente sta arrivando non mi sollevano dalla depressione. E anche Mina, in questa meravigliosa esecuzione di My Way, mi fa quasi piangere. Come riusciremo ancora a far qualcosa “a modo nostro”?

E da Genova il Sirio partivano…

Due facciate del passaporto di mia nonna, Giovanna (Jenny) Rovegno, Nata a New York nel 1885, figlia di Domenico e Luigia De Barbieri, emigrati dalla Liguria (dal piccolo paese di Tribogna) in America negli ultimi decenni dell’800. Come ho gia scritto in un vecchio post, Domenico (qui in una fotografia da anziano, faccia da contadino ligure – chissà se aveva la mimica di Gilberto Govi!) fece fortuna con la produzione e il commercio di marshmellows, confetti, canditi, arrivando a possedere una fabbrica a Manhattan e una grande casa a Staten Island, e nel frattempo mise in piedi, con il contributo di sua moglie, una notevole famiglia (11 figli tra maschi e femmine!). Le ragazze, o almeno mia nonna, narrano le cronache di famiglia, tornarono verso gli inizi del secolo scorso al paese in visita (o meglio, per trovare marito)…non è stato difficile, almeno per Jenny, che era bruna con grandi occhi azzurri e un naso importante (che aimè ho ereditato). Fatto sta che, in una di queste occasioni, incontrò Mario, un giovane avvocato, figlio di una famiglia molto nota della zona, professionisti e ricchi propietari terrieri.
Bello, alto, biondo, elegante e galante, e con due stupendi baffi arricciati. Scriveva dei sonetti perfetti – Jenny parlava solo il dialetto genovese e l’americano, ma aveva studiato cucito, cucina, poesia, (molti anni dopo mi recitava dei brani di “Evangeline” e “The song of Hiawatha”, di Longfellow, a memoria. Per non parlare delle scorpacciate di pancakes che abbiamo fatto a casa sua, conditi di burro e zucchero: vero menù ipercalorico per noi bambine italiane postbelliche).

Torniamo in argomento: tra Jenny e Mario fu amore a prima vista. La famiglia di lui fece una opposizione ferocissima: sposare la figlia di emigrati ex contadini! ooorrrore! Lo diseredarono, o almeno, minacciarono di farlo. Ma i due innamorati si sposarono, andarono in America in viaggio di nozze, (forse – di questo non sono sicura: c’è una foto di entrambi sul ponte di una nave…) e poi, al ritorno cominciarono a mettere su famiglia, e nacque poi mio padre Clementino (Tino)

Ma l’opposizione dei parenti, tra cui in particolare una zia rapallese molto snob, però continuava, e alla fine Jenny, una ragazza gagliarda e intraprendente, e una sincera democratica, si scocciò, prese il figlo, (l’erede maschio!!!) e se ne tornò da sola in America, minacciando di non farsi più vedere se non la smettevano di rompere. E’ questo il viaggio documentato dal passaporto: 1919, con mio padre che aveva 3 anni. La storia poi ovviamente continua (se no io non sarei qui a scriverla, molti e molti decenni dopo…). La continuerò anche io, in qualche altro post. Ma perchè mi è venuta in mente? e a chi mai potrebbe interessare, a parte la mia famiglia di qui e di là dell’oceano?

La risposta è la visita alla Mostra “La Merica. Da Genova a Ellis Island“, appena inaugurata al Galata, Museo del mare di Genova, di cui ho fatto cenno precedentemente. Sono stata a visitarla e la consiglio caldamente: è una mostra non enorme, ma molto interessante, gli oggetti e le ricostruzioni d’ambiente sono fatte molto bene, i documenti originali sono presentati con sistemi virtuali molto comunicativi (ad esempio, una parte del tavolaccio della mensa per i viaggiatori dei ponti inferiori si illumina al tocco, e si può leggere la riproduzione di una lettera molto commovente di un emigrato, che parla dell’orribile viaggio fatto e delle sofferenze patite). C’è poi il “trucco” di dotare ogni visitatore-viaggiatore di un passaporto (quasi uguale a quello riprodotto qui sopra), che ha un codice a barre. Inserendolo in apposite fessure vicino a certi schermi, si iniziano dei dialoghi reali/virtuali con personaggi che sottopongono il visitatore o visitatrice (che ha assunto anche l’identità di una reale emigrato/a) a domande (a cui bisogna rispondere) che riproducono fedelmente un interrogatorio degli ispettori a Ellis Island, all’arrivo del viaggio in America … tutto in varie lingue. Mi piace il mix tra nuove tecnologie digitali, ricostruzioni d’ambiente fedelissime, uso dei documenti, fotografie, manifesti e quadri originali. Il tutto è coinvolgente, e in certi momenti, anche commovente. Io mi commuovo abbastanza di rado – ma le parole, i visi delle fotografie, e anche la grandiosa simulazione dell’arrivo lentissimo della nave nel porto di New York sono veramente efficaci…

L’ultima fotografia qui vicino è una casa della piazza del piccolissimo paese di Ogno, in Val Fontanabuona, provincia di Genova. Fino a pochi anni fa semideserto: tutti partiti, in America del Nord e del Sud. Questa casa disabitata, con le finestre adorne di fiori, è una specie di monumento agli emigrati, in attesa del ritorno dei loro discendenti…
Infatti molti ritornano, in visita: non è raro vedere le domeniche belle tavolate nell’ottimo ristorante del paese – sentire parlare inglese o spagnolo o un misto di vari linguaggi e dialetti. Sono intriganti le facce dei discendenti degli emigrati: le mescolanze di genti che hanno prodotto questi visi e corpi, in parte nordici in parte mediteranei, in parte latini…Mi viene sempre voglia di fermarli, di farmi raccontare da dove vengono, cosa si aspettano di trovare, cosa sanno delle storie dei loro “ancestors”…hanno fatto migliaia di chilometri, e speso certe volte molti soldi per andare a vedere un paesino di poche case, sepolto nei boschi di castagni dell’entroterra della Liguria…
Rimango ogni volta ammirata della forza della memoria, ma soprattutto della forza di quella che non c’è, di quella che deve essere ricostruita: una mancanza che chiama, attraverso il tempo e lo spazio. E la gente risponde.

Mio bisnonno emigrante

In omaggio al bisnonno Domenico, e per parafrasare il titolo del bel servizio che oggi, 8 giugno, viene pubblicato sulle pagine culturali di Repubblica, con un articolo di Adriano Sofri “Mio nonno emigrante. Si, gli zingari eravamo noi”. Sofri legge in parallelo la storia dell’emigrazione italiana e le attualissime e tragiche vicende dei migranti che cercano in Italia un sollievo alla loro sorte. “La domanda ora è: davvero la conoscenza e il ricordo sono una salvaguardia, un modo per sventare una replica dell’infamia, o bisognerà ammettere che nemmeno conoscenza e ricordo – e commemorazione, e monumenti – mettono al riparo dall’indifferenza, o addirittura dalla ripetizione del male, a parti scambiate?”

(Io mi ostino a pensare che si, conoscenza e ricordo, pervicacemente, ostinatamente calati nella vita quotidiana, possano fare non dico argine, ma almeno intralcio, inciampo alla barbarie che aumenta… )

Su Repubblica si legge anche un pezzo di Raffaele Niri che descrive la grande mostra “Da Genova a Ellis Island. Il viaggio per mare negli anni dell’emigrazione”, che aprirà il 20 giugno al Galata, Museo del mare di Genova (uno dei Musei più divertenti – lo dico senza campanilismo. I miei nipotini ne vanno pazzi, soprattutto della simulazione del Titanic che deve evitare l’iceberg…ovviamente cercano in tutti i modi l’affondamento…)
L’iniziativa è organizzata insieme al CISEI, Centro internazionale studi sull’emigrazione italiana, con sede a Genova. Il sito del CISEI offre diverse risorse, anche se nell’insieme forse avrebbe bisogno di essere rinfrescato; sotto la voce “Ricerche” si leggono interessanti progetti, in corso d’opera, di studi e creazioni di banche dati su varia documentazione delle navi partite da Genova per le rotte delle “Meriche”, che rivestono particolare interesse per l’emigrazione italiana dell”800 e ‘900. Una parte di questi documenti sono conservati nell’Archivio di Stato di Genova, che è partner nel programma di ricerca.

Un altro Archivio di Stato, quello di Udine, ha messo a punto e appena inaugurato un bellissimo sito che sarà credo molto utile ai discendenti di emigrati friulani che vogliano fare ricerche sui propri antenati: Friuli in prin (Friuli dapprima). Davvero notevole! provate a consultare la banca dati, ma leggete anche le varie pagine di informazioni, di spiegazioni chiare e ben strutturate su come fare le ricerche, le sezioni con le fotografie (poche per ora, speriamo in seguito vengano implementate), le storie di emigrati, e anche una bella rivista on line con saggi sulla ricerca genealogica, la storia familiare, l’uso delle fonti d’archivio…

Mi pare che questo sito sia uno dei primi esempi di uso di internet “dalla parte dell’utente”, almeno nel panorama dei nostri Archivi pubblici, molti dei quali, come risulta dalla documentatissima relazione di Federico Valacchi (un suo post sull’argomento qui) al recente convegno romano di OTEBAC, sono ancora in una fase primitiva di utilizzo del web, e alcuni addirittura sprovvisti di un sito. E quelli che ce l’hanno, spesso lo occupano con mostre virtuali di documenti “belli”: splendide pergamene, miniature, legature, curiosità erudite, di cui gli archivi italiani sono ricchi. Già, agli sponsor, quando ci sono, interessa quasi solo l’effetto estetico! Pochi sono disposti a mettere mano al portafoglio per la digitalizzazione di migliaia di certificati di nascita, matrimonio e morte, o per le liste di leva dell’oscura plebe che tra otto e novecento riempiva i piroscafi diretti al “Nuovo mondo”…

Insomma, nel cupo panorama cultural/politico di questa tarda primavera 2008 brilla qualche fiammella; speriamo che regga.

A Genova un Museo dell’emigrazione.

Aprirà tra breve a Genova, nella sede del Galata, Museo del mare, una mostra e poi un Museo dedicato all’emigrazione. La notizia mi interessa molto, anche per motivi personali. Una parte dei miei antenati (per la precisione, la mia nonna paterna e la sua famiglia) erano liguri emigrati negli Stati Uniti alla fine dell”800. Non mi mancano notizie su di loro, e anche i contatti con alcuni dei numerosi cugini sparsi per gli States, ma i legami si sono molto affievoliti, da quando, da ragazzine, una cuginetta americana coetanea mandava a me e a mia sorella degli stupendi album di fotografie di… Ricky Nelson (e chi era costui, diranno i più? – non ve lo spiego, per non togliervi il piacere della scoperta!).

In attesa di capire come, attraverso questa cacca di Windows Vista, possa riuscire a fare una cosa così stupida come salvare una pagina pdf e ripubblicarla sul blog, (sto pensando di disistallare Vista – mi fa venire i nervi, e ci perdo un mucchio di tempo),  pubblico  una foto del mio bisnonno Domenico Domenico Rovegno a New York, inizio NovecentoRovegno, che partì da Tribogna, piccolo paese della ligure Valle Fontanabuona, per cercare fortuna in America. La trovò, e poi la perse tutta – nel 1929. Ma prima mia nonna Jenny tornò nella Valle, da “ereditiera”, e sposò un bel giovanotto biondo dai baffi superbamente arricciati…

Il seguito in qualche prossimo post.


 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30