Post contrassegnati da tag '‘68'

Le ragioni degli anni ‘70. Un libro di Giovanni De Luna

“Le ragioni di un decennio. 1969-1979. Militanza, violenza, sconfitta, memoria.” Feltrinelli, 2009, Euro.17

Un nuovo libro di storia del decennio ‘70. Lo sto leggendo, mi interessa da diversi punti di vista. E’ un libro che usa le fonti disponibili, archivi, documenti, media (musica, film ecc.). Si allontana cioè dal genere “memorialistico”, pur utilizzando (ma in modo consapevole) anche la posizione e il punto di vista del testimone. Coniuga passione politica e lavoro storico, con la considerazione del “senno di poi”, il quale “senno” è un tenere conto criticamente degli studi ad ampio raggio che sono stati fatti non solo sul decennio ‘70, ma su tutta la storia della Repubblica dal dopoguerra a oggi. Insomma, un lavoro storico approfondito e serio, come del resto è noto essere l’autore. Ci sarà mercoledì 4 28 ottobre a Milano il Convegno di presentazione e discussione sul libro e sul periodo storico alla Fondazione Feltrinelli. Copio qui il programma:

In occasione dell’uscita del libro di Giovanni De Luna Le ragioni di un decennio, Giangiacomo Feltrinelli Editore

1969-1979. DIECI ANNI CHE NON CI HANNO DIMENTICATO

PROGRAMMA

Ore 10

STORIA, MEMORIA, FONTI

Introduce Carlo Feltrinelli

Miguel Gotor – “Tra speranze e tempeste: problemi e interpretazioni storiografiche”
David Bidussa – “La memoria degli anni settanta come memoria immediata”
Linda Giuva – “Arcipelago archivi: le fonti per gli anni settanta”
Coordina Antonio Carioti

ore 15.30
RACCONTARE GLI ANNI SETTANTA
Intervengono Silvia Ballestra, Massimo Cirri, Uliano Lucas, Alberto Rollo, Domenico Starnone, Riccardo Tozzi

Coordina Gianluca Foglia

ore 17.30

Oreste Pivetta intervista Giovanni De Luna

Non c’è passato senza presente

8 marzo 1976, Genova

8 marzo 1976, Genova

La frase non è mia, naturalmente, ma di Pier Paolo Pasolini.
Per migliorare un poco questo presente molto grigio, e anche tragico, e penso naturalmente all’Abruzzo, e il dolore di aver perso tutto, compresi i propri oggetti di memoria. E perchè mi sembra un dovere, oltre che un diritto, fare il possibile per salvaguardare la propria, o quella di cui si conosce l’esistenza, da qualche mese sto lavorando, insieme a un piccolo gruppo di amici e amiche, alla costruzione di un Archivio del ‘68 o dei movimenti, cioè un archivio di documenti prodotti o attinenti ai movimenti degli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, a Genova e in Liguria. Infatti a Genova, a differenza di molte altre città, non esiste ancora un archivio dedicato a questo periodo storico.

Il lavoro di censimento fatto ormai dieci anni fa da Leonardo Musci e Marco Grispigni, che ha prodotto la Guida per le fonti dei movimenti e la basedati online (di cui ho gia parlato qui) ha evidenziato questa grave assenza – dovuta a motivi vari, che poi la ricerca storica potrà accertare.

Siamo ormai, parlo per la mia generazione, alle soglie del possibile rischio di dispersione definitiva  di questa memoria documentaria; molto è già andato perduto, ma rimangono ancora, custoditi privatamente, fondi documentari grandi e piccoli, comunque significativi.

Ne abbiamo avuto un buon riscontro dalle prime riunioni finalizzate a creare un’associazione che promuova l’attività di raccolta dei documenti.

Infatti si è costituita circa un mese fa l’Associazione per un archivio dei movimenti – ARdiMOVI, associazione culturale senza scopo di lucro. Il Comitato direttivo è composto da Paola De Ferrari, presidente, Giorgio Moroni, vicepresidente, Francesca Dagnino, segretaria, Giacomo Casarino e Marco Gandino. Si è costituito anche un Comitato scientifico di grande prestigio (Antonio Gibelli, Luisa Passerini, Stefano Vitali, Oscar Itzcovich, Nando Fasce, Pierpaolo Poggio).

Statutariamente lo scopo dell’Associazione è di raccogliere i fondi documentari per depositarli a una pubblica istituzione che li conservi definitivamente e li renda pubblicamente consultabili. Pensiamo naturalmente che possano essere inseriti in sistemi informativi online, e di questo ci occuperemo a suo tempo…

Scopo altresì della associazione è la valorizzazione di questo archivio con iniziative di vari tipi, dai convegni  alle borse di studio per giovani studiosi e studiose.

L’associazione sta lavorando intensamente per raggiungere il primo obbiettivo strategico, ottenere una sede dove sia possibile concentrare i fondi documentari e iniziare un primo lavoro di riordino e descrizione. Sono stati attivati molti contatti, e una trattativa con l’Ente pubblico è in corso. Ma pensiamo di cominciare l’attività di raccolta già tra un paio di settimane: il benemerito Circolo Zenzero ci ospiterà provvisoriamente, e ci sono già alcuni fondi documentari molto interessanti che possono essere depositati. Naturalmente abbiamo informato del progetto la Soprintendenza Archivistica per la Liguria, con la quale vogliamo attivare una stretta collaborazione.

Scrivo queste notizie nel mio blog personale, anche per giustificare il mio silenzio di molti giorni: sono molto occupata! Ma l’ARDIMOVI avrà presto un sito proprio – con cui comunicare e approfondire l’argomento. Siamo all’inizio, e l’impresa è nello stesso tempo difficile (molto, molto) e appassionante…

Archivi dei movimenti: micro-cronaca dell’incontro

Genova, 5 marzo 1968, manifestazione in via XX Settembre (archivio del SecoloXIX)

Lunedì 26 maggio a Roma faceva molto caldo: finalmente l’estate, ma come al solito tutta all’improvviso. Io naturalmente mi ritrovo con vestiti inadeguati, calze, giacca, borsa piena di libri e depliant raccolti al convegno organizzato da OTEBAC su archivi, biblioteche e web (quindi pesantissima!)

Insomma, alla Fondazione Basso che aveva organizzato alle 17 l’incontro di presentazione della banca dati sugli archivi dei movimenti, ideata da Leonardo Musci e Marco Grispigni, sono arrivata in ritardo e semidistrutta, e me ne dispiace, perchè ho sentito solo una parte degli interventi, che erano molto interessanti. Comunque, per quel che può servire, scrivo due righe di quello che ho potuto seguire. Non gli interventi iniziali, di illustrazione della banca dati on line; ma si può esplorarla facilmente, seguendo le indicazioni degli strumenti di consultazione. Inoltre la “Guida alle fonti per la storia dei movimenti”, il volume uscito nel 2003 dal Mibac degli autori citati, sulla scorta del quale è stata costruita la banca dati, è scaricabile in .pdf dal sito della Direzione generale per gli archivi.

Quando sono arrivata, Giovanni Contini stava illustrando i limiti della storia del ‘68, costruita nei decenni passati, fino ad anni recenti, quasi solo attraverso interviste a testimoni e protagonisti. Ma le interviste spesso non sono andate in profondità, non hanno consentito di rendere il testimone “filologo di se stesso”. Come esempi positivi vengono citati i lavori di Manlio Calegari (sulla Resistenza: gli ultimi sono “Comunisti e partigiani. Genova 1942-1945, uscito nel 2001, e “La sega di Hitler”, Selene, 2004, su una formazione partigiana attiva nei dintorni di Genova): l’esperienza originaria rimane inattingibile, ma attraverso l’intervista in profondità, spesso ripetuta, si “sciolgono i significati delle parole”, si riesce a far coincidere l’orizzonte ermeneutico dei due soggetti, testimone e storico. Si deve far tesoro degli errori compiuti con il lavoro sulla Resistenza: tantissime interviste a partigiani, ma poche approfondite, riprese a distanza di tempo…Sulla Resistenza ormai i testimoni sono quasi del tutto spariti; ma sui movimenti il lavoro si può fare, partendo anche da fatti “laterali” per far emergere il significato delle parole. Bisogna “raccontare”!

Marco Scavino ricorda i due libri principali usciti nel 1988: quello di Peppino Ortoleva, “Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America con un’antologia di materiali e documenti”, un piccolo classico, e lo straordinario “Autoritratto di gruppo” di Luisa Passerini. Ma all’epoca c’era uno squilibrio tra la memoria soggettiva dei protagonisti, e il lavoro storiografico effettivamente compiuto. Mancavano ancora gli strumenti del mestiere, che cominciarono a essere raccolti negli anni successivi, per prima dalla Fondazione Feltrinelli. Nel 1998 esce il libro di Robert Lumley, Giunti, col titolo italiano “Dal ‘68 agli anni di piombo. Studenti e operai nella crisi italiana”, titolo un po’ fuorviante…

Negli anni seguenti vengono raccolti i materiali documentari, ormai conservati in più di cento istituti, anche pubblici, come testimonia la Guida. Nel 2004 esce per Bompiani “Biografia del Sessantotto: utopie, conquiste, sbandamenti” , di Giuseppe Carlo Marino. Ormai i documenti sono disponibili, lo storico può confrontarsi con i problemi che pongono.
Che sono in sintesi: la vastità delle fonti, la ripetitività, il problema dell’autorialità. Quest’ultimo legato non solo alle caratteristiche intrinseche della documentazione (spesso anonima) ma anche alle modalità della raccolta, conservazione, versamento. Inoltre si nota un forte squilibrio territoriale, a favore delle regioni del Nord, dovuto alla disparità della produzione, forse, ma soprattutto della conservazione.

La documentazione dei movimenti è molto ricca nel decennio metà ‘60-metà ‘70; in seguito molto più dispersa e frammentaria; ci sono anche vistose lacune, soprattutto nell’area dei periodici, tenedo conto che c’è stato un periodo in cui uscivano tre quotidiani nazionali di estrema sinistra…

Come osservazione finale Scavino annota che comunque avere a disposizione migliaia di documenti non è sufficiente per fare una buona storiografia, ci sono ancora incertezze e fluttuazioni anche su concetti di fondo, come la periodizzazione. Bisogna auspicare un lavoro sui contesti, sui significati delle parole, come nel recente “Il mondo di Marcello operaio per scelta nella Torino del ‘68“, in cui si lavora sui contesti culturali, con risultati significativi.

Francesca Socrate riprende il discorso sulla storiografia del ‘68, facendo notare che Crainz (Guido Crainz,” Il paese mancato”, Donzelli, 2003, al link recensito da Sergio Luzzatto sul Corsera) e anche Marino hanno lavorato sulle fonti del Ministero degli Interni, sostanzialmente fonti di polizia, a differenza dei libri autobiografici del 1978 (Viale, Boato ecc. Sono anche essi interpretazioni storiche sul ‘68, ma senza strumentazione storiografica, senza note) e delle interpretazioni politiche, sociologiche uscite intorno all”88.

genova, 1968, occupazione Università BalbiPoi cominciano a essere consultate le fonti, arriva la storia orale di Luisa Passerini e Ronald Fraser, si usano la stampa coeva, i volantini, ma in modo ancora “artigianale”. Ortoleva sceglie documenti “belli”, si pubblica soprattutto memorialistica: l’”Orda d’oro” di Balestrini e Moroni, Capanna, Scalzone

Altre tappe sono articoli e testi di De Luna, di Barbagallo… (qui link a una bibliografia sul ‘68, per chi vuole approfondire); le tematiche si sono differenziate, tra storia locale e storia di singoli soggetti, con l’uso delle fonti orali. Nel 1998 esce il compendio di Marcello Flores e Alberto De Bernardi ” Il Sessantotto”, per il Mulino. Nel 2000 l’apertura degli archivi del Ministero dell’Interno. Poi il “Paese mancato” di Guido Crainz nel 2003, che rappresenta il un po’ il “canone”; sempre del 2003 è la Guida di Musci e Grispigni. Recentissimo il libro di Anna Bravo

Ma le fonti non dicono tutto: la quotidianità, la “felicità pubblica” testimoniata nelle memorie soggettive. Perciò è importante analizzare il lessico, sapendo che lì convergono culture diverse: i più adulti, che spesso sono coloro che parlano, scrivono e sono leader, ma anche la cultura dei più giovani, di cui è un esempio l’espressione “potere strudentesco”. Della scarsità di fonti sulla vita quotidiana del ‘68 è un esempio la presenza, nell’Archivio diaristico di Pieve S. Stefano, di solo 5 diari del ‘68, a fronte di centinaia degli anni ‘70. Attraverso la storia orale, che rimane importantissima, si rendono possibili altre memorie del ‘68, come, ad esempio, quella del ceto dei docenti e ricercatori universitari…

Francesca Socrate conclude auspicando la nascita di un portale sulla storia dei movimenti, dove far convergere l’accesso alle risorse di vario tipo che sono e saranno disponibili sul web.

Poi si passa al dibattito, ma io dopo poco devo andare via.

Comunque è stato un incontro molto interessante. Mi piacerebbe replicarlo qui a Genova. Vedremo…

Archivi dei movimenti, una banca dati

Per coincidenza e fortunata combinazione lunedì 26 dovrei essere a Roma, per seguire un incontro su “Archivi, biblioteche e web” che ho già segnalato in precedenza.

Nel pomeriggio si svolgerà anche questo appetitoso seminario, per iniziativa della Fondazione Basso:

Lunedì, 26 maggio 2008, ore 17.00
La Fondazione Lelio e Lisli Basso – Issoco presenta

ARCHIVI DEI MOVIMENTI
Una banca dati delle fonti per la storia dei movimenti in
Italia, 1966-1978

Marco Grispigni e Leonardo Musci
illustreranno la banca dati

Giovanni Contini, Marco Scavino, Francesca Socrate
parleranno delle fonti per la storia dei movimenti
SALA CONFERENZE FONDAZIONE BASSO
Via della Dogana Vecchia, 5 – Roma

Per informazioni:
Tel. 06.6879953 – Fax 06.68307516
basso@fondazionebasso.it
www.fondazionebasso.it

Conosco il libro di Marco Grispigni e Leonardo Musci, “Guida alle fonti per la storia dei movimenti in Italia 1966-1978” uscito nel 2003 per il MBAC – Direzione generale per gli Archivi, e l’ho trovato un aiuto prezioso per chi, come me, si occupa di archivi di questo tipo. Sono molto interessata anche a come l’argomento verrà approfondito da Contini, Scavino e Socrate.

Proprio in questo periodo, un po’ sulla scia di una serie di iniziative e presentazioni di libri legati al quarantennale del ‘68, con un gruppo di amici e amiche sessantottini stiamo cercando di recuperare materiali documentari, contattando ciascuno altre persone, magari perse di vista da tempo. Lo scopo sarebbe di riunire i fondi documentari ora dispersi, in un luogo dove possano essere riordinati e inventariati. Costruire quindi “ex post” un “Archivio del ‘68“, genovese, ligure, ma senza preclusioni geografiche e temporali…

Diceva un amico, ricordando uno dei periodi più intensi di lotta politica, proprio durante il ‘68, l’inizio del rapporto studenti-operai e l’intervento in fabbrica (Chicago Bridge, Italcantieri), che in quel momento si scriveva un volantino al giorno…c’è stato un tempo forsennato di produzione sia politica, che di inchiesta sulle condizioni di lavoro operaie, e sulla vita nei quartieri…
Ci piacerebbe recuperarne anche una piccola parte, che supporti la memoria dei testimoni, e le “fonti secondarie” di quotidiani, riviste, libri (poche a livello locale, a parte il recente libro di Luca Borzani di cui ho già parlato )


Genova, 1968, Fisica Occupata. Foto di Eleonora Passagrilli

Si canta e suona “We shall overcome”

Un discorso sulle fonti per la storia dei movimenti è quindi in questo momento quanto mai opportuno e importante; mi piacerebbe che nascesse un gruppo seppur virtuale di archivisti/e che mettano in comune le esperienze e abbiano voglia di confrontarsi. Anche sulle nuove tecnologie (Web2.0: social tagging, maps, wiki, siti e blog di “storia dal basso”, collezioni fotografiche o di manifesti su Flikr, e quant’altro…) utili per comunicare e valorizzare gli archivi, per raccogliere gli “users contributes”…
Che dire ancora? Se posso, racconterò in seguito le mie impressioni.

Luisa Passerini a Genova: Autoritratto di gruppo, 2008

foto Gianni AnsaldiVi voglio fare un regalo, a quelle e quelli che per avventura passano di qui. La trascrizione dell’incontro che venerdì 18 si è tenuto a Genova, sala di Palazzo Tursi, per la presentazione della riedizione, a distanza di venti anni dalla prima, di Autoritratto di gruppo (Giunti Astrea) di Luisa Passerini. In questa nuova edizione l’autrice, che è una delle più importanti storiche a livello internazionale, e che insegna Storia culturale all’Università di Torino, con Emanuel Betta e Enrica Capussotti hanno firmato una postfazione, in cui fanno il punto (anzi, i contrappunti) su tematiche ispirate al quarantennale del ‘68, e alle vicende della memoria, della sua mancata trasmissione, delle memorie plurali e quelle di altri movimenti, della storia da costruire …temi cruciali per la comprensione della situazione attuale.

Come sempre Luisa, con il suo ragionare pacato che tiene insieme la ragione e la passione politica, è riuscita a mandare fasci di luce sulla oscura situazione attuale. Molte amiche presenti, e io tra loro, hanno manifestato la loro gratitudine, il senso di ri-apertura di possibilità di ricordare, pensare, lavorare, in una prospettiva che si riconosce nei valori del ‘68, che il suo libro, allora e oggi, e le sue parole hanno motivato. Ancora una volta, grazie a Luisa. E grazie a Emmanuel Betta, a Enrica Capussotti, a Silvia Neonato e agli altri che hanno organizzato e sono intervenuti all’incontro. Ce ne saranno altri anche in molti luoghi d’Italia, come la serie di appuntamenti genovesi chiamati appunto autoritratto-di-gruppo . Facciamone buon uso.
Luisa Passerini

Un ricordo personale. Venti anni fa avevo una libreria a Genova (l’ho già scritto ). Ho presentato la prima edizione di Autoritratto di gruppo, nel 1989. Di lì è nata la conoscenza e l’amicizia con Luisa – che è continuata in questi venti anni con incontri sporadici ma per me sempre importanti sui vari temi, della memoria, delle fonti e degli archivi delle donne, della storia, della politica. Senza Luisa, la mia vita sarebbe stata diversa, credo. E a me piace così come è stata ed è. Anche per questo le sono grata...

Venerdì 18 Aprile, Genova, Palazzo Tursi, ore 17, 30

Incontro organizzato dal Comune di Genova e dalla Fondazione Palazzo Ducale

(Avvertenza: ho trascritto letteralmente gli interventi di Luisa, in modo più sintetico gli altri. Non me ne vogliate: anche i mega byte di WordPress prima o poi finiscono…)

Silvia Neonato introduce l’incontro, ricordando l’attività della casa editrice Giunti Astrea, che ha pubblicato negli anni 100 titoli di scrittrici internazionali sia nell’ambito della narrativa che memorialistica. Il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo tiene insieme memoria, saggistica e narrativa. Esce nel 1988, colpisce, lascia perplessi…anche Rossana Rossanda si stupisce della chiave personale del libro (in una recensione sull’Espresso). Libro complesso che intreccia il presente dell’autrice, i ricordi nelle memorie e interviste del 68, la sua storia del 68, la percezione esterna, mediatica. Incrocia questo materiale incandescente, con svariati registri di scrittura…La nuova edizione ha una postfazione a tre voci, con due storici altri ex allievi di Luisa, che esprimono i loro punti di vista.

La stessa cosa cheha voluto fare Silvia invitando persone di generazioni diverse, Valeria Ottonelli, Alberto Leiss, Simona Bondanza, perché raccontassero come lo hanno letto. Segnala due temi: la grande presenza delle donne anche nel ‘67, presenza oscurata nelle varie celebrazioni; e una riflessione coraggiosissima sulla violenza nel ‘68, a cui Luisa non sfugge mai, senza banalizzare e ridurre tutto a uno dei filoni del terrorismo…
Nel 1978 vengono uccisi Moro e la sua scorta, ma anche promulgata la legge 194 e la legge 180, che chiude i manicomi…i doppi segni di quello che è stato quel decennio.

Luisa Passerini. Parlerò poco per sentire quello che dicono gli altri. Questo libro ha già parlato molto, direi che è andato per la sua strada, è stato conosciuto e tradotto all’estero, ha vissuto una vita propria. Mi ero quasi dimenticata di questo libro, perché ero tornata a scrivere di saggistica, tranne un intervallo, dieci anni più tardi, per scrivere “La fontana della giovinezza”. Il saggio in fondo al libro non costituisce propriamente un ripensamento anche se è in chiave saggistica. E’ incentrato sul fatto che del ‘68 esiste così poco storicamente, e anche per questo diventa preda dei media, è oggetto di mitizzazione e di denigrazione, abbiamo sentito il presidente francese Sarkozy parlarne molto male prima di essere eletto, anzi raccomandare la sua elezione come modo per distruggere definitivamente la memoria del ‘68. E’ una memoria ancora estremamente calda, ma, dal un punto di vista storico, ho chiamato il ‘68 luogo dell’oblio, perché è poco studiato, proprio da un punto di vista strettamente storico: ci sono archivi, ci sono fonti, e queste fonti non vengono esplorate.

Quello che esiste maggiormente è la memorialistica, che ha tutte le caratteristiche della memoria, non riesce a sottrarsi pienamente a questi due opposti, il rimpianto e il pentimento. Devo dire che sono cominciati a uscire soprattutto all’estero molti testi, e quindi quest’anno usciranno forse anche in Italia, che operano una comparazione. Quello che è mancato moltissimo, ed è veramente il luogo dell’oblio, è il quadro internazionale e globale del ‘68. In questi giorni sto preparando una relazione per un convegno ad Atene sulle conseguenze e le ripercussioni intellettuali del ‘68. Ho cercato di leggere delle cose sui ‘68 anche molto lontani da noi nello spazio, come quello messicano e quello giapponese, è straordinaria la corrispondenza, le stesse parole d’ordine, la stessa accentuazione della soggettività, le stesse forme di lotta, e anche, dopo, in molti casi, le stesse forme di oblio. E’ come se fosse un oggetto troppo difficile da ricordare, in quella forma. Io non so se qualcuno di voi ha visto il film “Across the Universe” di Julie Taymor, che è un modo di raccontare il ‘68 un po’ diverso, usa soprattutto la musica dei Beatles, un misto tra romanzo e realtà che è molto accattivante. So che il film è stato molto criticato, io credo sia un tentativo molto utile perché dobbiamo trovare i modi di interpretare il ‘68.

Credo che appunto questo mio tentativo di farlo fosse un modo di mettere sul primo fronte quello che Fachinelli chiamava la caratteristica del ‘68, cioè il desiderio, le emozioni. E’ un libro molto emozionale, direi, è stato scritto grazie al fatto che era in corso una psicoanalisi, che io facevo a quel tempo. Facendo una analisi i propri sentimenti sono scoperti, a fior di pelle, il rapporto tra conscio e inconscio è molto più vivace, più continuo, i sogni sono più presenti. Tutto questo probabilmente è servito a restituire quella atmosfera di immaginazione al potere.

Credo che in questo quarantennale possiamo misurare tutta la distanza da allora. C’è stata un’altra ondata della storia, adesso stiamo toccando uno dei punti in cui la restaurazione è massima, e d’altronde, così va la storia, se noi non cerchiamo di comprendere tutto questo, ci schiaccia. Effettivamente anche riuscire a misurare appieno la distanza dal ‘68 ad oggi è un modo di capire cosa ci sta succedendo, perché siamo arrivati a questo punto. Evidentemente qui c’entrano i limiti, gli errori del ‘68…anch’io per ‘68 intendo un lungo ‘68, i dieci anni che vanno dal ‘67 al ‘77, per quanto riguarda l’Italia, per altri paesi è diverso, per questo paese è certamente così, e quindi c’è stato un accavallarsi di movimenti di varia natura, studenti, operai, tecnici, le donne e poi i movimenti sul territorio, le case, le carceri, i manicomi, l’esercito.

Tutta questa straordinaria stagione è come se fosse finita in una sconfitta, e la sconfitta è reale sul piano politico: non credo sia una consolazione sufficiente quello che tutti ormai dicono, che il ‘68 è stato vittorioso sul piano culturale, cultura quotidiana, modi di comportarsi, atteggiamenti, idee, rapporti tra le generazioni, rapporti di autorità. Però dire questo di un movimento che pensava che cultura e politica fossero inseparabili è come condannarlo. Resta da esplorare questa sconfitta del ‘68. Anch’io, come molti altri interpreti, non penso che sia definitiva, che il ‘68 sia anche da vedere a lungo termine, che a lungo termine possa ancora dare dei risultati, solo che si ripresenterà in maniera totalmente diversa.

Chi siano gli eredi del ‘68…può anche darsi che alcuni aspetti del movimento neoglobal abbiano ripreso l’eredità del ‘68, pure con scarsa consapevolezza oppure non esplicitandolo, però non abbiamo ancora visto tutti questi frutti. Quello che ci insegna il ‘68, che è stato straordinariamente inaspettato in un certo senso, è che bisogna tenere gli occhi ben aperti perché qualcosa potrebbe arrivare, anche in questo momento che sembra così buio; potrebbe arrivare che sconvolge gli equilibri costituiti, non sono mai costituiti una volta per tutte… Passerei la parola.

Valeria Ottonelli (docente di filosofia politica all’Università di Genova) Temi dell’intervento.
Nata nel ‘68, ha avuto complessi di inferiorità verso quelli che lo avevano vissuto… Sul libro, esprime la sua enorme meraviglia di fronte all’abilità narrativa, i piani narrativi che si intrecciano restituiscono la memoria come memoria collettiva.
Passato indisponibile alla coscienza di chi non lo ha vissuto, rischio di memoria possessiva. Con lo stratagemma narrativo il libro dà l’immediatezza e la perfetta immedesimazione nell’esperienza e nella memoria. Viaggio per la continuità della memoria, recuperare la continuità con il passato prima del ‘68, non i fatti ma la consapevolezza della memoria.

Alberto Leiss (giornalista) temi dell’intervento.
18 anni nel 68. Nella postfazione: ‘68 come luogo oblio, temi della durata, degli eredi. E’ stato un sommovimento profondo e globale, il primo che ha prodotto una rottura globalizzante. Abbiamo un problema a ricordarlo perché la dinamica opera tuttora, importanti leader continuano a combatterlo. Fantasma o qualcosa che continua a operare: rottura che non si è chiusa. Confronto elettorale che non ci ha fatto piacere. Abbiamo paura della reazione. Strano intrecciarsi dalla presenza femminile. Rapporto colle donne nel lungo ‘68: presa di distanza, anzi separazione. Taglio operante, non recuperato. Nel Parlamento eletto non arrivano al 18 %. La nostra democrazia non da conto che il mondo è fatto di due sessi. Libro di Luca Borzani, tratta di storia locale e globale. Lotta tra reazione e rivoluzione, e rivoluzione femminile, è ancora aperta, ma la politica non la legge così, va incontro a consunzione sempre più grave. Partita aperta.

Oriana Cartaregia. Sintesi intervento: ha vissuto gli anni subito dopo il ‘68. Problema della indicibilità. Nel libro di Luisa trova la capacità di dirlo. Parte emotiva che faceva storia per la prima volta

Luisa. [In riferimento a] Valeria e quello che hai detto tu [Oriana]: la memoria possessiva effettivamente c’è stata. Per ciò d’accordo con Roberta Mazzanti, abbiamo chiesto a Emanuel Betta ed Enrica Capussotti di aggiungere le loro notazioni, che hanno chiamato Contrappunti. Entrambi hanno quaranta anni. Già in un articolo precedente, che avevamo scritto a più mani, avevano protestato contro questa memoria di cui noi ci siamo appropriati. Tra l’altro questo riprende un tema di un altro mio allievo (mi fa molto piacere parlare dei miei allievi, credo di aver insegnato loro un modo di essere critici anche nei miei confronti) Peter Bernstein, che aveva per primo coniato questa espressione: memoria possessiva, possessive memory, negli Stati Uniti.

Questo è accaduto veramente, cioè la trasmissione -anche da parte delle femministe- non c’è stata- la ragione di fondo, secondo me, la ragione veramente sostanziale è che era una generazione autocentrata, in cui c’è stato quello che Alberoni chiamava l’innamoramento collettivo, tutti travolti da una forma di erotismo collettivo, per cui tutti gli altri non erano importanti, anche quelli che venivano dopo. Errore fatale, questo, certamente. Combinazione ho letto proprio in treno venendo qui il libro di Valerie Linard, che è la figlia di uno dei grandi protagonisti del ‘68 francese. Lei ha raccolto le interviste a più di venti figli di sessantottini francesi. Tutti dicono – è veramente interessante questo libro: i miei genitori mi hanno dato l’impressione che io non fossi la cosa più importante nella loro vita, perché era la politica, e il rapporto tra loro, e non ci raccontavano niente, neanche ai loro figli. Questa è una cosa sconvolgente, dice assolutamente la verità: questa generazione non ha visto altri interlocutori se non quelli interni. Così anche le donne. Per le donne penso sia stato soprattutto il fatto che era la prima volta che ci consideravamo l’un l’altra soggetti in senso pieno, e quindi eravamo soprattutto ingaggiate l’una con l’altra… credo che questo sia stato un errore, però non penso che si potesse fare diversamente. Ha avuto conseguenze anche tragiche, anche perché poi, quando abbiamo provato a fare questa trasmissione e l’abbiamo fatta in maniera unilaterale, si è dato origine al reducismo; cioè a dire in qualche modo “ma tu non puoi capire”. Questa impressione, che quelli più giovani hanno, che non possono capire l’esperienza, in primo luogo è stata trasmessa da questo discorso, che chi non c’è stato non può capire. Bisogna partire dal punto di vista opposto, che è possibile invece un dialogo e che la gente capisce benissimo, i più giovani, gli studenti capiscono quando insegno cose a questo proposito, se gli insegno nel modo giusto.

La trasmissione non può essere unilaterale, deve essere appunto uno scambio. Aggiungo che Betta e Capussotti introducono dei temi molto importanti, come il fatto che la memoria del ‘68 e quella degli anni ‘70 sono appiattite una sull’altra, in modo che si confonde il ‘68 con il terrorismo, aggiungono il tema del cinema, non soltanto considerano, come ho fatto io, alcuni romanzi ma anche la presenza del ricordo nel cinema, che di nuovo è il ricordo degli anni 70,e poi parlano di una memoria, che loro chiamano “alterglobale”, di questi nuovi movimenti…Giustamente rivendicano la molteplicità delle memorie del ‘68, non è necessario aver vissuto il ‘68 per averne memoria, perché il ‘68 suscita forti passioni anche in chi non l’ha vissuto, anche in chi ne sa veramente poco, o come rifiuto, o come glorificazione.

Ci sono delle cose molto importanti in ciò che ha detto Alberto, sul piano storico, anch’io sono d’accordo sull’assoluta importanza della storia locale. E’ la mancanza di questo che ha fatto sì che ci sia l’oblio del ‘68, senza questo non si fanno le storie: la storia del fascismo, la storia del movimento operaio esistono perché ci sono state tante storie locali. E poi sono completamente d’accordo, anche se è misterioso, questo dire che il ‘68 non è ancora finito, la partita è aperta. E’ misterioso perché non conosciamo il futuro, però abbiamo un importante precedente, cioè il collegamento che hanno fatto gli storici tra il ‘68 e l’89, non soltanto a Praga, dove questo è esemplare, ma in tutta l’Europa dell’Est. Ecco dove nasce una delle cattive interpretazioni del ‘68, Sarkozy ha detto che il ‘68 è all’origine del liberalismo come laisser faire, come lasciare andare, come non porre regole. Quello che è vero è che c’è una linea di continuità nella storia anche se sotterranea, certo non facilmente comprensibile, tra le parole d’ordine del ‘68 e quelle dell’89, le grandi rivoluzioni non cruente dell’Europa. Quindi è già accaduto che c’è stato un prolungamento. Sono stati soprattutto gli storici americani che hanno analizzato questo, perché sono partiti da una prospettiva globale, in cui diventa più evidente.

Dunque se c’è stato l’89 in un certo senso c’è speranza che ci sarà ancora qualche altra data! e che quindi effettivamente la partita non sia chiusa.

Silvia. Memoria possessiva. Non voglio colpevolizzarmi…la trasmissione non può essere unilaterale…se no assume modi autoritari.

Simona Bondanza, nata nel ‘78. Vari temi sollevati dalla lettura del libro. Memoria possessiva, mancanza di una storia unitaria a livello nazionale. I mondi interiori, la pulsione alla violenza, la libertà sessuale, la sofferenza, con strappi e lacerazioni, il vuoto, la solitudine in contraddizione con una vulgata sull’epoca.

Vari interventi del pubblico toccano i temi della sofferenza psichica e delle cliniche psichiatriche, dell’attività culturale e politica che precedette il ‘68. L’attività politica femminile che ha visto la legge 194, nominando le donne. Attualmente sono presenti varie tematiche (art. 51 cost. azioni positive,Udi 50&50)

Luca Borzani: sintesi dell’intervento.
Ho letto la prima edizione, intensità emotiva, fuori da ogni retorica urtava la cultura epoca, molto coraggio.
Periodizzazione. Altri tipi di rimozione. Vero il carattere auto centrato generazionale. Entrati collettivamente, usciti singolarmente. Oblio memoria collettiva, poco trasmettibile, poco razionalizzabile. Difficoltà alla trasmissione anche per cambiamento di cornice sociale, sparizione classe operaia, non operai, ma valori e cultura, modello organizzativo, rappresentanza. Destini giovanili mai più hanno trovato auto identificazione anche narcisistica. Vero lungo ‘68. Motivazioni? Positiva o negativa? Domande…

Rimozione: generazione successiva ‘68, fase libertaria sparita velocemente e sostituita dalla ideologia emmeelle, dalla ossificazione. Nella rimozione quindi valgono due elementi: cambiamento quadro sociale, presenza nel ‘68 e anni ‘70 di una ideologia costrittiva, nonché sconfitta dalla storia. (L’occupazione fu tristissima)

Altri interventi del pubblico. ‘68 come esperienza fondativa. Dolore e rimozione, lutto non elaborato, incapacità di stare ancora insieme e solitudine. Non riusciamo a raccontare una molitudine, mentre ora siamo soli.

Altro intevento: femminismo a Piacenza, ricordi di tanta gioia anche con contraddizioni. Rimane solidarietà e amicizia. Ricordo fantastico e cambiamento della vita in meglio.

Silvia:la sinistra sapeva fare due cose, stare con la gente semplice e studiare. Ora bisogna ricominciare a studiare. La politica non è cambiata, il punto di vista delle donne (il personale è politico) non è ancora entrato in politica. Le donne fanno politica, ma non mi pare che abbiano passione per la politica dei partiti.

Leiss: ricorda sua attività e rapporto con la politica e con il PCI negli anni ‘70.

Luisa: E’ una bellissima occasione per me perché si è ripetuto quello che ha dato origine a questo libro, cioè io ho ascoltato da voi i ricordi. Io lo scrissi in questo libro, che ero riuscita a parlare di me stessa, di trovare il coraggio che spesso mi hanno voluto riconoscere con questa scrittura, perché avevo ascoltato le storie degli altri. Questa sera è stato proprio così, venivano poste domande e le risposte venivano date dai ricordi di altri, è questa coralità delle memorie che da origine esattamente al dibattito che ci serve oggi.

Che cosa ci serve oggi, però, effettivamente. Abbiamo questa sensazione, che manchi qualche cosa, che ad esempio la critica della politica che abbiamo fatto in passato e che viene fatta in parte anche oggi, non raggiunga la politica. Ecco, c’è questo senso che la politica continui come mondo separato e che noi non riusciamo a raggiungerla. In questo senso ha ragione chi dice: ma il taglio non è più lo stesso perché non incidiamo. Io continuo ad essere molto attiva con il Cirsde, Centro di ricerche e studi delle donne di Torino, ma è un’attività prevalentemente culturale, anche se poi andiamo anche alle manifestazioni, ma ci andiamo singolarmente, i gruppi politici sono altri. Questo però, certo mi dispiace, vorrei di nuovo vivere prima di morire una grande stagione, non vorrei morire col governo…però, mi ricordo bene la prima metà degli anni 60, e qui, quello che qualcun altro ha detto, cioè la continuità e la preparazione precedente…in tutti gli anni 60 abbiamo fatto piccoli e piccolissimi gruppi, attività antimperialista, attività di protesta…ecco tutte queste cose, anche adesso le stiamo un po’ facendo…a un certo punto alcuni di noi erano disperati…anch’io sono stata terzomondista, infatti sono andata in Africa. Abbiamo pensato che qui la classe operaia non si sarebbe mai più mossa, e che invece c’erano i movimenti di liberazione…sì, prima del ‘68.

Voglio dire: se noi stiamo vivendo questa fase, è inutile rimpiangere altre fasi, è meglio fare tutto ciò che si può in questa fase. Forse , è anche bene ripensare, però effettivamente, se non sia importante in qualche modo abbandonare il disdegno della politica tradizionale… capisco bene che qualcuno abbia ripreso in mano le cose e abbia detto: beh’ adesso basta, io provo a entrare in un partito, anche se non c’è nessun partito…ci sono alcune poche persone che lo stanno facendo. Non esiste nessun partito in cui mi identifico, ma voglio provare… Oppure, e questo mi sembra il caso più frequente, la politica locale. Nella politica locale si vede che qualche cosa si può fare. Pero, io credo fermamente delle conseguenze e delle ripercussioni politiche a lungo termine del lavoro culturale che stiamo facendo. Di questo ne sono convinta: lavoro culturale anche in senso lato, appunto. gruppi di donne, gruppi di lettura, lavoro di insegnamento. In un certo modo, portare, in tutte le cose che facciamo, e questo ha veramente un sapore dei primi anni sessanta, un’ispirazione, un discorso, anche una memoria appunto.

Questa memoria è una memoria multipla: è molto giusto il discorso sul lutto e sul dolore, forse anche quello che spiega questo momento, che non si è elaborato a sufficienza il lutto, e che l’elaborazione di questo lutto è importante per capire che cosa è stato perso, che cosa è stato sospeso e anche gli errori che sono stati fatti. Delle cose che diceva Luca Borzani, che erano tutte molto interessanti, quella che ha suscitato anche giuste proteste è che fosse tristissima l’attività di gruppi politici ispirati a forme di dogmatismo, o emmeelle o operaiste eccetera. In quel periodo ho vissuto profondamente il rapporto con gli operai, che era una cosa di grandissima scoperta quotidiana, quindi non era triste…ma già allora qualcosa era andato perduto, i limiti, gli errori sono stati tanti, quel dubbio, quel dilemma che aveva il movimento studentesco quando cercava di decidere, nel ‘68 e 69, se andare davanti alle fabbriche o stare nelle istituzioni, lì è l’origine di tante cose. Non si può dire: è stato un errore andare davanti alle fabbriche, però sicuramente è stato abbandonato un terreno, dei terreni…

Però questa riconsiderazione del passato che dobbiamo assolutamente fare nel modo più lucido, più critico possibile, non è nel senso di proiettare questo passato sul futuro.

Dobbiamo veramente tutti aprire gli occhi, o aprirli sulle manifestazioni culturali, il teatro, l’arte. Per esempio, l’arte parla moltissimo oggi di protesta politica, quasi come se prendesse la parola per dire quello che la politica non dice. Proprio a livello europeo,il discorso che fa l’arte, ad esempio la videoart, è molto più avanzato di quello della Europa istituzionale, un’Europa aperta, che non costringe i migranti a essere clandestini e a rischiare la vita nel canale di Sicilia o a Gibilterra. L’arte sta ponendo tutti questi problemi. Quindi non è impensabile che una ricongiunzione avvenga. Adesso è di nuovo tutto separato, è separato di nuovo il pubblico e il privato, anche se in forma diversa…è separata l’arte dalla politica…io non vedo perché non debba accadere di nuovo.

Libri e tulipani

Libro e tulipani Uno dei film che mi è piaciuto di più e che ho visto e rivisto molte volte, in molti passaggi televisivi, è certamente “Pane e tulipani”, di Soldini, con Licia Miglietta e il grandissimo Bruno Ganz. Sono in compagnia di tanta gente, credo. Perciò i tulipani sono uno dei miei fiori di culto. Questi tre fanno parte di una schiera di bulbi che ho piantato e curato e che ora mi danno molta soddisfazione, sulle finestre e in giardino. Sul davanzale, che fa anche da comodino, si stanno accumulando un po’ di libri e riviste, recentemente molti che riguardano il ‘68. Proprio ieri ho finito di leggere un libro appena uscito per i Fratelli Frilli Editori, dal titolo “Genova, il ‘68. Una città negli anni della contestazione“. Le interviste sono raccolte da Donatella Alfonso, giornalista de La Repubblica, il testo è di Luca Borzani, storico, ora direttore della Fondazione Palazzo Ducale. Il libro è corposo, sono duecentotrentotto pagine dense di avvenimenti, personaggi, analisi sociali e politiche. Il sessantotto entra, giustamente, a far parte di un flusso di eventi e trasformazioni su molti livelli, che parte da lontano e che naturalmente va oltre. E’ però l’acme, il momento dove ciò che stava maturando viene tumultuosamente alla luce, non solo nelle Università occupate (già dall’autunno 1967) e nelle piazze, ma anche nel porto e nelle fabbriche, nelle scuole medie e in alcune Chiese e comunità ecclesiali. Senza dimenticare le società di cultura e le gallerie d’arte, i teatri e i musicisti…protagonisti e scenari di una città che, volente o nolente, come mille altre nel mondo, viene presa nell’ondata della grande Storia.

Il quadro è mosso e complicato. Le cose narrate non sono nuove, ma mancava un libro che tentasse di organizzare in modo coerente la materia, rendendola più intelleggibile anche per il solo fatto di raccontare con ordine, con sistematicità. I titoli dei capitoli possono dare un’idea (non tento nemmeno di riassumere alcunchè): Una città al bivio. Scuola e università, decide l’assemblea. La fabbrica e il porto: un nuovo protagonismo operaio. Si rompe il silenzio: il dissenso cattolico. La cultura: tra avanguardia e conformismo. Sessantotto nero. In cerca della rivoluzione. Ci sono poi delle sintetiche biografie dei “testimoni”, gli intervistati. Nonchè una spessa bibliografia.

Leggendo il primo capitolo, “una città al bivio”, in cui si traccia, dati alla mano, una quadro della situazione economica, sociale e politica della città negli anni sessanta, che crea una cornice agli eventi se non una serie di antecedenti causali, mi rendo conto di quanto poco noi ventenni del ‘68 (io di sicuro, ma anche molti altri con me) conoscessimo la realtà che volevamo a tutti i costi cambiare. Io non sapevo veramente niente del posto dove ero nata e vissuta vent’anni, quasi sempre nella stessa zona se non quartiere. Eppure, questo non significa molto, noi siamo stati vissuti dagli eventi – dalla guerra in Vietnam alla repressione in Cecoslovacchia, dalla guerra dei sei giorni al Maggio, qualcosa di più grande di noi ci ha scossi e trascinati fuori dai binari ( prevedibili) delle nostre vite. Poi più niente è stato come prima: tutto è cambiato, come se una gigantesco frullatore avesse rimescolato corpi e menti, provenienze geografiche e classi, passato e futuro…

Sono partita per la Sardegna, nel 1969, con incoscienza, entusiasmo e curiosità, come se partissi per un continente sconosciuto. E infatti, era un continente straniero e affascinante (anche se per un pelo non ci sopravvivevo): rivoluzionari maschi e femmine, veri e fasulli, e contadini, pastori, giovani operai, banditi e mogli di banditi…Un padrone di casa , carabiniere, ottima e generosa persona; un vecchio stalinista che ogni sera si sintonizzava su radio Albania aspettando il segnale della rivoluzione…pastori comunisti e pastori banditi – faide, sequestri, morti ammazzati, vendette barbaricine. Ma anche lotte di fabbrica, militanza, infinite riunioni politiche o quasi, comizi e giri nelle torride campagne con macchine scassate e altoparlanti ancora più scalerci. Repressione, denunce, processi quasi farseschi. Notti passate ad attaccare manifesti con la colla fatta di soda caustica e farina, manifesti e volantini tirati uno a uno a mano con il telaio di seta e il rullo inchiostratore (la tecnica della serigrafia: mai visti volantini così perfetti, ne bastavano poche centinaia!). Fame, abbastanza, si divideva quello che avevamo, ma era sempre poco, e tra i “compagni ” c’erano anche dei solenni mangiatori a sbafo. Violente crisi dei rapporti uomo-donna, grandi e feroci litigate, problematiche insolubili, rotture e ricomposizioni, drammi, e farse – ma col senno di poi. E la politica sempre e ovunque…

Mi accorgo che sono passata dal libro sul ‘68 a un mio individuale ‘68 -anzi, a quattro anni abbastanza sconvolti della mia vita. Non che quelli successivi siano stati più tranquilli…

Ma è stato il ‘68 che ha raccolto le trasformazioni del decennio e le ha sparate con l’energia di mille soli nel mondo. E’ straordinario che un libro, un piccolo grumo di parole e storie, mi faccia ancora questo effetto – mi susciti una bella sbornia di ricordi ed emozioni. E questo è solo un momento, c’è stato il prima (il ‘67, le occupazioni, il “gruppo dei pari”, mai più nella vita questa aurorale felicità dell’amicizia, delle discussioni, della libertà) e il dopo, ma più complicato,  faticoso, una invenzione continua della vita, del lavoro, dei figli, delle storie d’amore e disamore.

Ma la maturità, quando arriva? Forse quando si scrivono i libri, invece di ri-raccontarsi le storie? Boh, non lo so. Comunque, questo libro a me ha fatto questo effetto. A voi? sappiatemelo dire…ci torneremo sopra, ci sono tante altre cose da raccontare.

Grembiuli neri (in memoria del ‘68)

Il grembiule nero era uno strumento di oppressione sessista. Quando abbiamo capito questo, era il 1966, eravamo un piccolo gruppo di ragazze della 3a C del liceo Doria, ci siamo messe a pensare come avremmo potuto farlo fuori, senza farci steccare e rischiare di non essere ammesse all’esame di maturità. Faccenda di non facile soluzione, perche il preside Italo Malco e i diversi professori e professoresse non offrivano alcuna garanzia di solidarietà (tranne forse Gennaro, prof. di Filosofia…ma francamente non ne sono molto sicura). Un’opinione radicale era quella di scendere in cortile, farne un mucchio e darlo alle fiamme. Già il fatto di scendere in cortile era una ulteriore sfida: infatti i maschi potevano fare la ricreazione in cortile e abbuffarsi di focaccia – per quanto grondante un olio piuttosto sospetto, rimaneva un oggetto di concupiscenza fin dal primo anno di liceo (anzi, dalla IVa ginnasio, si chiamava così). Le femmine no, in classe, digiune, e infagottate dal grembiule nero, anche in maggio, anche quando fuori c’era una bella aria di primavera o negli ultimi giorni di scuola.
Che rabbia, che discriminazione odiosa, che sollecitazione alla rivolta! E infatti, rivolta fu.
Guidate dalla nostra grande leader Elvira B., scendemmo un giorno in cortile. Era appunto maggio, mi pare, con un bel sole e le foglioline verde tenero sui rami degli alberelli stenti (ma tutta questa vicenda ha un po’ i contorni confusi della fiaba che mi sono raccontata più di una volta. Quindi, può essere che le cose non siano andate proprio così!). Via gli odiati grembiuli, e sotto con la focaccia. Niente pira ardente, però, per quella non avemmo abbastanza coraggio…

La reazione dell’establishment scolastico fu ovviamente di stupefazione, di rimbrotto, e di oscure minacce. I maschi non me li ricordo affatto solidali: semmai curiosi e come al soliti sfottenti. Non avevano nessuna coscienza politica! Non sapevano che era iniziata una marcia rivoluzionaria che avrebbe messo sottosopra mezzo mondo, e che continua ancora adesso.
Veramente non lo sapevamo nemmeno noi, eroine di tanto audace gesto. Non mi ricordo se ci furono conseguenze repressive – se si, blande. D’altra parte, erano gli ultimi giorni di scuola dell’ultimo anno, e di lì a poco saremmo andate a far danni altrove…forse questo fu il saggio pensiero del corpo docente.
Credo che il grembiule per quell’anno scolastico non ce lo mettemmo più. Forse anche ragazze di altre classi seguirono l’esempio, anche negli anni successivi (il ‘68 era alle porte). Mi dicono però che già negli anni ‘70 il grembiule nero, purtroppo, era tornato in uso.

Se guardo le foto scolastiche di quegli anni, mi rendo conto di come il grembiule, non diversamente da vari tipi di indumenti obbligatori nati per nascondere, castigare, coprire, censurare il corpo femminile (una versione mitigata di chador) fosse stato adattato dalla nostra fantasia e vanità a un qualche uso trasgressivo. Dalla versione cortissima, che lasciava fuori un palmo di una già cortissima minigonna (Elvira), al collettino alla marinara a righe bianche e blu (Stella), al grembiule nero lucido che seguiva la provocante silhouette di Milena…insomma, in realtà alcune avevano già trasformato il grembiule in uno strumento di seduzione, o almeno, lo avevano ampiamente personalizzato. Parlo per le altre, perchè io…non mi posso certo vantare di simile astuzia femminile. Infatti, delle ragazze in grembiule qui riprodotte, indovinate chi era che doveva coprire una colossale smagliatura nella calza, immortalata purtroppo dal fotografo scolastico? Avete indovinato.

La stessa che, forse in modo premonitore, fu bocciata in terza media in Economia Domestica…anche qui, gigantesca ingiustizia. Le femmine al sabato uscivano all’una, i maschi alle undici. Non mi scorderò mai quelle due ore mortali di noia disumana – con i nostri compagni che ci sbeffeggiavano dalla ringhiera di Mura di Santa Chiara – sono offese che non si cancellano.

Ma poi, ci siamo prese la nostra rivincita.
P.S. Questo post è uscito anche su Supermemorabilia, rubrica del Secolo XIX online

grembiuli neri

Ciao, caro Franco

In queste ore gli amici e amiche di Franco Carlini, i giovani e i “vecchi” come me, siamo tutti frastornati, colpiti dal fulmine della sua scomparsa. Hanno scritto delle parole molto belle i suoi giovani collaboratori, e via via nella rete e nelle testate giornalistiche, le molte a cui collaborava, si inseguono i ricordi, gli articoli che parlano di lui. Il mio è un ricordo piccolo, di tanti anni fa, era il 68, anzi il 67, è il ricordo di ragazzi e ragazze che passavano ore e giorni chiusi in aule occupate della facoltà di Fisica di Genova, immaginando e sperimentando un presente e un futuro diverso. Franco parlava così bene, anche se io capivo poco, da matricola. Era così affascinante, già i capelli pepe e sale, e la lunga sciarpa sempre al collo. Era uno dei leader, ma un leader amico, amichevole.
Negli anni ‘80 e ‘90 è stata la lettura dei suoi libri e di Chip&Salsa che mi ha aiutato a prendere familiarità con il computer e internet, che poi è diventato per me, nel mondo degli archivi, uno strumento di lavoro creativo.
Anni dopo, nel nuovo millennio, Franco entra di nuovo nella mia vita, di scorcio, perchè assume a lavorare alla Totem la mia cara e preziosa figliola Francesca. E lì lei impara un sacco di cose, da lui e dagli altri giovani uomini e donne colleghi di lavoro. Cose che per me sono importanti, ma che è difficile “passarsi” tra madre e figlia, perchè ci vuole un contesto non solo familiare, ma anche culturale, sociale. Forse, mi piace pensarlo, un barlume di quello “spirito del ‘68″, che per me è tutt’uno con la giovinezza, l’entusiasmo, il fare e pensare insieme, il fare bene per il piacere di creare belle cose, la curiosità e la sfida…per questo, credo che io non lo ho ringraziato abbastanza- non ho fatto in tempo. Lo faccio qui. Grazie, caro Franco.


 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30