Archivio per la categoria 'femminismo'

Donne, potere, politica: appunti

Per questa infuocata fine di un regime (nella testatina: tramonto corrusco su Genova, mi sembra intonato)

Berlusconi è agli sgoccioli. Il che non vuol dire che sparisca senza fare ulteriori danni. Anzi, ne farà ancora di più, se non si riesce ad arginarlo. Tra insulti, lapsus e autoglorificazioni deliranti ha sputtanato l’Italia nel mondo, e se lo dice ormai da solo. E’ un caso psichiatrico. E però continua a farsi le leggi per lui e i suoi amici, esportatori di capitali, governatori mafiosi, cortigiani osannanti che temono di finire di nuovo nel trash da dove sono stati presi…

Grande riunione di donne a Roma alla Casa internazionale delle donne. Resoconto su Repubblica, documento preparatorio sul Manifesto. Ottimo, mi fa molto piacere, peccato non esserci andata., l’ho saputo in ritardo. E poi ero stata alla manifestazione per la libertà d’informazione pochi giorni prima: 14 ore di pullman,  ne valeva la pena, ma le mie ossa ne hanno risentito…

Considerazioni, per quello che mi riesce di capire a distanza. Varie generazioni e linguaggi femministi e di donne. Desiderio di intendersi, ma fatica, fatica. Non si riesce a fare a meno del nominalismo: il post-patrircato o il neo-patriarcato? concetti diversi per diverse visioni politiche, indubbiamente – ma mentre ci siamo sbrindellate per anni per risolvere il problema, la videocrazia avanzava, si istallava, si radicava come un tumore malefico nei gangli della polis.

La crisi del berlusconismo decodificata anche attraverso l’iconizzazione di figure femminili: Veronica Lario, Patrizia D’Addario, Rosy Bindi...Bene, fin qui.  Veronica e Patrizia hanno messo il classico granello di sabbia nell’ingranaggio, e lo hanno fatto deragliare. Rosy ha trovato “le parole per dirlo”. E’ vero che oggi non abbiamo paura, come dice Manuela Fraire, di mescolarci a loro, di parlare di loro in un contesto in cui le loro parole sono sottratte al mero “scandalo”, alla triturazione maschilista. La lettura dell’atto di denuncia di Veronica come “ciò che è cambiato anche nelle donne che agiscono semplicemente una ribellione, senza una piena consapevolezza politica”.  ” La loro parola diventa pubblica non perché parlano pubblicamente – in America le escort del potere parlano da tempo – ma perché c’è un pubblico femminile ormai presente, disturbante. E’ questa lettura femminista che infatti ha sfilato le loro parole dalla rivalsa e dalla vendetta maschile” (cit. dall’intervista a Manuela Fraire, di Daniela Preziosi, sul Manifesto del 9/10/09).

Però vorrei anche avanzare una esigenza: che degli eventi, dei e delle protagoniste e della situazione presente si cercasse di tenere insieme i molti aspetti  ambivalenti.  Che si rifuggisse dalla simbolificazione a oltranza. Sono i simboli che rendono leggibile il presente? forse, ma lo impoveriscono, lo livellano al già noto o all’auspicato e al gratificante, in ultima analisi forniscono delle letture che sono almeno in parte consolatorie…  Anche perchè rendendo simboli queste donne in particolare, si perde la possibilità di capire realmente chi sono, la loro singolarità e forse novità. Se le rendiamo icone del “femminile che fa ostacolo”, rinunciamo a capire come queste due donne concrete abbiano vissuto, agito, scelto e subito nella loro vicenda storica e nei rispettivi contesti. E come loro migliaia di altre donne, una buona parte della piattaforma del consenso berlusconiano.  Può trasformarsi quel consenso? e andare verso cosa? non credo scontato che vada verso una visione femminista. Non è affatto detto, se non si trovano i modi di parlare “a loro, e non solo di loro”.

Estraneità delle donne alla politica (quella dei partiti e istituzioni). Certo, qualcuna  ha tentato di cambiare la politica dei partiti o del partito, e si è spesa generosamente. Negli anni ‘80-primi ‘90. Bisognerebbe analizzare in dettaglio le esperienze, ci servirebbe molto uno sguardo storico sull’insieme di questi tentativi e sulle ipotesi e progetti politici che li reggevano. Del poco che so, mi vengono da citare: le donne nel sindacato FLM, grande esperienza, travolta dalla fine dell’unità sindacale, ma anche e forse più dalla fine del femminismo come movimento sociale di massa. Come ha detto Alessandra Mecozzi: eravamo forti come donne nel sindacato perchè era forte il movimento. La forza del movimento e delle donne nel sindacato non ha dato luogo, a lungo termine, a una grande e coesa leadership di donne in grado di reggere gli urti della politica correntizia, almeno in un sindacato (FIOM). Ma quali conseguenze se ne devono tirare? mancano strumenti approfonditi di comprensione storico-critica, mancano elaborazioni politiche.

Da allora, e da prima di allora, l’”estraneità” delle donne alla politica istituzionale e partitica è stata anche teorizzata come “la” politica delle donne, che fanno altro. Soprattutto si mettono in relazione tra loro e valorizzano queste relazioni, in una politica molecolare dal basso, che prima o poi (come nella teoria delle catastrofi) produce il mutamento Questa sintesi è molto riduttiva, ne sono consapevole,  è la “vulgata”, sapete di cosa si tratta, quello che è passato come politica femminista sui pochi media di sinistra che le hanno datto spazio in questi anni. Naturalmente altre pensavano e facevano altro,  e in grande disaccordo con questa impostazione, ma “non c’era campo”, nonostante la profondità delle riflessioni e delle azioni. Penso, solo per fare un esempio, alle varie componenti del femminismo torinese, da prestissimo impegnate con un progetto di collaborazione tranculturale come Almaterra,  a quelle storiche che, specie negli ultimi anni, hanno tentato di uscire dalla area strettamente disciplinare con riflessioni critiche sia sul femminismo d’epoca che sul presente e soprattutto sui nuovi scenari della globalizzazione. Con un “ruolo di supplenza” in un certo senso – in mancanza di figure femminili nelle istituzioni e nei partiti che facessero almeno da sponda. Purtroppo non è stato sufficiente.

I nostri centri di documentazione, archivi, biblioteche, convegni, letture di libri ottimi e interessanti, e ci metto anche, per le più giovani, occupazioni di università e di centri sociali autogestiti e anche grandi momenti politici come quelli intorno e dentro e dopo al G8 del 2001, e si potrebbe continuare, non sono riusciti a tenere testa alle modificazioni sociali e culturali avanzanti. Siamo finite  in una “nota a piè di pagina” quando ci è andata bene! Il fatto che sia stato un fenomeno mondiale e globale non dovrebbe impedirci di ragionare sui nostri limiti ed errori politici.
Ritardi e incomprensioni sul fatto che maschilismo, omofobia, razzismo e fascismo sono un unico nodo.
L’uso smodato, diventato frase fatta, del temine “libertà femminile”, che è andata a coprire territori più liberisti che libertari.
La dimensione della politica sociale: sparita dall’orizzonte per decenni – abbandonata alle agenzie cattoliche, più che istituzionali.
La dimensione del lavoro precario, del lavoro operaio, la nuova casalinghitudine coatta. La debolezza economica femminile, scotto pagato spesso a scelte di  autonomia, o di autonomia da uomini deludenti. La violenza, tema unificante e mobilitante – ma purtroppo ancora una volta  per denunciare e difendersi.

Ci sono stati, in questi decenni, tante riflessioni, tanti convegni, tante azioni positive … Ma poche azioni  di visibilità sociale, da bucare i media, da incidere sull’immaginario. I territori recintati del femminismo degli ultimi anni sono stati ben segnati da codici di accesso e password, per ricondurre il nuovo che avanzava (altre teorie e pensieri insieme con donne di altri mondi nelle nostre case, nuove generazioni nelle scuole e nei lavori) entro schemi  obsoleti, in relazioni gerarchizzate e verticalizzate, ormai segno identitario di appartenenza “comunitaria”, prima che pratica politica da sottoporre a verificazione costante.

Che in Italia l’informazione e l’immaginario della maggioranza della popolazione sia fatto dalle televisoni  di regime è un realtà accertata da molti  anni. Ma negli anni 60 e 70, i media mainstream erano  compattamente e saldamente in mano alla DC e alla grande industria. Erano meno pervasivi nell’immaginario popolare? Macchè. Anzi, la consapevolezza della forza modellizzante e canalizzante dei “nuovi” media è stata una idea forte del ‘68…

Da "Atelier Populaire. Bibliotèque de mai"

Da "Atelier Populaire. Bibliotèque de mai"

Perciò per un decennio almeno nelle scuole, sui muri delle città e dei paesi, in ogni luogo di lavoro e nei quartieri, nei mercati e fino nelle caserme c’era una continua e martellante informazione “altra”. Una controinformazione capillare. Con tutti i suoi difetti  ed esagerazioni, è stata il prodotto e ha alimentato un movimento sociale e politico che ha potuto raggiungere immaginario e sentimenti, incidere sulle mentalità e costumi. Fattore di trasformazione cruciale, insieme con le pratiche di nuove relazioni tra donne, uomini, e/o in dimensioni di socialità allargata. E non solo, perchè risultati politici istituzionali si sono cercati e raggiunti (con mediazioni e naturalmente distorsioni), come ben si sa. Vedi contraccezione, aborto, diritto di famiglia, divorzio,  manicomi e servizio civile e altro ancora.

Ma non si vince mai una volta per tutte, nemmeno in caso di “presa del palazzo d’inverno”, figuriamoci nelle democrazie capitalistiche in grado di rimodellarsi e ristrutturarsi  globalmente e velocemente. Anzi, come dice Zagrebelsky, proprio le democrazie sono quei regimi che hanno geneticamente la necessità di una continua lotta, una continua vigilanza e conflitto…

Soprattutto se il territorio più opaco alle trasformazioni è  la politica, la prassi di cooptazione e formazione del ceto politico nei partiti, ora di opposizione, ma che hanno governato anche loro per anni.

Le donne sono state escluse e si sono escluse. Le poche cooptate deboli, ma è ovvio, e poi forse anche conniventi, al di là delle qualità individuali che emergono sporadicamente.

Mi pare che per ricominciare a essere incisive sarebbe necessario, e bisognerebbe farlo insieme, le varie generazioni di femministe,  rimettere in discussione vecchie certezze e teorizzazioni (tanto per dirne una, il tema dell’estraneità, di cui dicevo sopra- nonostante l’alto patrocinio di Virginia Woolf…) e così via,  ciascuna per la sua parte con umiltà, e non ci sono donne che di default sono infallibili,  anzi…Sarà la più lucida quella che riuscirà meglio a capire i propri errori, prima che quelli degli altri e delle altre.

Una lunga lotta senz’armi

dal Blog Femminismo al Sud

dal Blog Femminismo al Sud

Uno slogan femminista degli anni ‘70, o il titolo di qualche documento, ora non ricordo: “Donna la liberazione è una lunga lotta senz’armi“. Lunga davvero, e piena di giravolte, passi indietro, stasi e fiammate. Ho rubato l’immagine a Femminismo al sud a un post interessante come al solito. Ma mi serve per far vedere come i movimenti delle donne, anche nella loro diversità generazionale, siano percorsi da una linea, più o meno sottile, a volte invisibile a volte robusta, che li collega a quelli del passato. La memoria è una risorsa. Fa vedere le affinità e le derivazioni, le cesure e le trasformazionie, crea un “senso”, rende percepibile la freccia del tempo, senza la quale non è facile vivere.

1976, Genova, slogan  del Coordinamento femminista genovese sui manifesti pubblicitari, contro la mercificazione e lo sfruttamento sessuale del corpo femminile, i ruoli sessuali, ma anche il carovita (pane 550 L al kg! Jeans: 15.000 L.!). Foto di Anna Ducci.

1976 femminismo a genova
1976, femminismo a Genova

1976, femminismo a Genova

1976, non più oggetti sessuali

contro il carovita

contro il carovita

Beni comuni, blog, rete, donne: l’intervento di Enza Panebianco…

…al convegno di Bologna sui Beni comuni delle donne organizzato dall’Associazione Orlando. Non l’ho sentito perchè era nella prima giornata di convegno, perciò sono molto grata a Enza che l’ha tempestivamente pubblicato sul blog “La rete non è neutra”. Eccovi il link: Virtualizzazione dello spazio pubblico e blog delle donne

Mi sembra molto interessante e potrebbe suscitare dibattito (non so se a Bologna c’è stato). Ma forse non è il momento, siamo tutte o troppo depresse e incazzate (come me – per i soliti motivi, che mi pare che ogni giorno si facciano più gravi)  o distratte dalle vacaze di fine anno…o da chissà cos’altro…

Comunque, se ne riparlerà, spero. Buona fine d’anno!

I “beni comuni delle donne”: un convegno a Bologna

Copio qui dal Serverdonne il programma di un interessante convegno a cui spero di poter partecipare, venerdì 19 e sabato 20 dicembre a Bologna.

I beni comuni delle donne

Da Venerdi 19 Dicembre 2008
A Sabato 20 Dicembre 2008

19 – 20 Dicembre 2008
Aula Magna S. Cristina
Centro Documentazione Donne Città di Bologna
Via del Piombo 5 – Bologna

Programma:

Venerdì 19 dicembre, ore 15,30 – 18,30

Saluti delle autorità
Milli Virgilio
Assessora Politiche delle Differenze Comune di Bologna

Fernanda Minuz
Relazione introduttiva

Spazi pubblici e spazi di accoglienza nelle reti
presiede Giovanna Casciola

Susanna Bianconi
Dire contro la violenza: un percorso dei centri antiviolenza

Fabiola Pala
Associate, non irretite

Vesna Scepanovic
Mondi di donne: le varie forme dell’accogliere

Marzia Vaccari
Gender digital commons: la quarta ghinea

Enza Panebianco
Virtualizzazione dello spazio pubblico e blog delle donne

Dal Focus Group “Giovani femministe a Bologna”
Luoghi comuni? Spazi d’incontro e creazione delle ultime generazioni di femministe

sabato 20 dicembre, ore 9,00 – 18,30

Saluti delle autorità
Mauro Felicori, Direttore Settore Cultura Comune di Bologna
Simona Lembi, Assessora Cultura Provincia di Bologna
Fabio Roversi Monaco, Presidente Fondazione Carisbo

Archivi, Centri e Biblioteche tra le carte e il web
Annamaria Tagliavini, Relazione introduttiva

Elda Guerra, Marzia Vaccari
Biblioteca e Archivio Digitale delle Donne di Bologna

Twie Tjoa (IIAV)
Cultural heritage of women in the multicultural Dutch society

Paola Capitani
La società della conoscenza attraverso il web semantico

Riflessioni conclusive
Rosaria Campioni
Istituto Beni Culturali Regione Emilia-Romagna

Angela Benintende
Biblioteca Digitale Italiana Ministero Beni e Attività Culturali

ore 13,30 Buffet

ore 14,30 – 15,30
Archivi italiani tra passato e futuro
Presiedono Elda Guerra, Annamaria Tagliavini

Stefania De Biase, Lilliwood: la rete Lilith si racconta
Ambretta Rosicarelli, Dove continua il femminismo
Caterina Liotti, Gli archivi del Centro documentazione donna di Modena nella rete locale e nazionale degli Archivi del ‘900
Maria Pia Brancadori, E gli archivi audiovisivi delle donne?

ore 15,30 – 18,30
I beni comuni delle donne tra natura e cultura
Federica Giardini, Per un pensiero della Cosmo-Politica
Gabriella Rossetti, Geografia della Partnership

conclude
Raffaella Lamberti, I beni comuni delle donne tra etica e politica

Conferma la tua partecipazione su Facebook

Segreteria organizzativa
Giovanna Gozzi
Via del Piombo 5, Bologna
Tel. 051 4299404

gozzi@women.it

Un archivio femminista a Genova: le Archinaute

Dopo un anno e più di “vacanza”, ho ripreso a trafficare con le carte del femminismo, la mia grande passione. Il lavoro di riordino e inventariazione del fondo di Alessandra Mecozzi, che ho svolto su incarico dell’Associazione Piera Zumaglino - archivio storico del femminismo a Torino, infatti, si è concluso già da un bel po’. Ne ho dato conto nei post dell’anno scorso. Dalle donne di Torino mi giungono notizie incoraggianti sulla loro attività, hanno in piedi un bel progetto di costruzione di una “Casa degli archivi delle donne”, progetto che ha visto nascere una nuova forma associativa, ArDP- Archivio delle Donne in Piemonte, a cui partecipano tutte o molte realtà dell’associazionismo femminile piemontese, compresa l’Università di Torino con il Cirsde e la Casa delle donne. In questi ultimi due anni è stato effettuato, mediante borse di studio per giovani archiviste, anche un primo censimento dei fondi documentari femminili in Piemonte, di cui la seconda parte è ancora in corso. Inoltre si stanno organizzando riordinamenti e sistemazioni di altri fondi, sempre prodotti dell’attività teorica e politica delle donne nei decenni passati, come quello del gruppo torinese “Donne e scienza”. Su questo progetto, già avviato, ho chiaccherato piacevolissimamente e con grande passione questa estate a Cogne con Elisabetta, una delle storiche autrici e animatrici.

Quindi, è giunta l’ora che mi dia un po’ da fare, per non arrugginirmi del tutto!

Chi vorrà studiare i movimenti femministi degli anni ‘70 a Genova dovrà, prima o poi, passare anche dall’Archivio Archinaute. Questa associazione è recente,ma è erede di un gruppo che è stato attivo negli anni ‘80 e ‘90, fino a circa un anno fa, il Coordinamento donne lavoro cultura, (a cui anche io ho partecipato per un bel pò di tempo), a sua volta nato nel 1983 dall’evoluzione del Coordinamento donne FLM e dalle 150 ore delle donne. Il CDLC ha prodotto oltre alle Archinaute, che conservano l’archivio e la piccola biblioteca-emeroteca, anche altre associazioni di donne, in un processo complicato di scioglimento e “gemmazione”, ben noto nell’ambito dei movimenti femministi e non solo. Insieme ai documenti dell’associazione, sono stati depositati in questo piccolo ma denso archivio anche diversi fondi personali di femministe genovesi. Il CDLC ha avuto negli ultimi due decenni del secolo scorso una attività intensa, sia nella politica delle donne in ambito cittadino, che come organizzatore di un lavoro di riflessione e approfondimento. Inoltre promuoveva una vasta attività “corporea” con corsi di “ginnastica psicofisica” che coinvolgevano centinaia di donne. Era associato alla Rete Lilith, la rete nazionale dei Centri di documentazione e biblioteche delle donne. Avevamo messo in piedi un Centro di documentazione, e abbiamo cominciato, agli inizi dei ‘90, con il lavoro sugli archivi femministi…

Si torna sempre un po’ all’origine. Ma non proprio all’origine – c’è questo scarto di anni e di decenni, che rende ogni ritorno una nuova avventura. C’è di mezzo l’esperienza fatta in altri luoghi, con altre persone; c’è il cambiamento personale, che sa di poter attingere alla memoria, ma senza farci conto – anzi, con una necessaria diffidenza. Infatti, in questa prima ricognizione di documenti che sto attuando, mi sono  imbattuta in qualche foglio di appunti con la mia calligrafia. Quasi sconosciuta. Ben noto processo di misconoscimento. Non mi ha provocato particolare emozione, perchè bazzicando per archivi ho spesso re-incontrato le tracce del tempo passato. Anzi direi che mi suscita una certa benevola curiosità: vediamo cosa diavolo riuscivo a elucubrare, venti o trenta anni fa…

Quindi mi sto accingendo a riordinare questo archivio; la speranza è quella anche di raccogliere altri fondi documentari – ce ne sono tanti, sepolti nei cassetti, in casa delle amiche e compagne degli anni che furono. Si è cominciato anche a usarli, questi documenti e fotografie, ci sono state alcune mostre, qualche anno fa, e una recentissima, ancora in corso, “Ragazze di fabbrica“, nel Ponente genovese, a cui hanno collaborato le donne ex FLM e anche le Archinaute hanno prestato dei materiali.  Una mostra

ragazze di fabbrica 2008

ragazze di fabbrica 2008

e degli eventi, tra i quali un laboratorio teatrale, fatto dalle protagoniste, che metteva in scena il lavoro, le lotte sindacali e femministe nelle fabbriche metalmeccaniche nella grande stagione dei ‘70, e il lavoro oggi – nell’Ilva di Riva, nel quartiere postindustriale. Senza fumi, si; ma anche senza operai, senza solidarietà, senza comunità … molto, molto commovente. Piangevamo tutte, fuori e dentro la scena.

Amo il lavoro d’archivio.

Carfagnate

Sono d’accordo con Sorelle d’Italia nell’inaugurare un tag specifico per identificare i contenuti del carfagna-pensiero, cioè, per i tre lettori non italiani del blog, le idiozie reazionarie della neo-ministra per le Pari Opportunità del governo Italiano di centrodestra. Non dobbiamo lasciargliene passare. Perciò segnalo la bellissima lettera di risposta e puntuale contestazione, opera di Fika Sicula, che spero venga rilanciata su quanti più blog è possibile, e liste di discussione (è stata preceduta da un serio dibattito sulla lista “Sommosse”). E spero anche che arrivi sui principali media cartacei. Ne ricopio l’inizio.

Dal Blog Femminismo a Sud

29.05.08

Lettera alla Ministra Carfagna

Post in Corpi & Omicidi sociali & Fem/Activism at 17:31 :: 點閱次數 ( 168 )

Giorni fa è stato pubblicato un articolo di Natalia Aspesi sulla violenza contro le donne dal titolo: “Quando il nemico è in casa”. La Ministra delle pari opportunità Mara Carfagna ha deciso così di scrivere una lettera al direttore del quotidiano nella quale esprime disaccordo sulle conclusioni della Aspesi, vanta i meriti della famiglia, quasi da’ la colpa alle donne perchè subiscono violenze e perchè non reagiscono ad esse ed elenca, senza tenere conto del disegno di legge contro la violenza di genere licenziato dal consiglio dei ministri del precedente governo, gli impegni che il ministero vorrebbe assumersi. Leggete pure se volete farvi un’idea del “Carfagna pensiero” in materia di violenza alle donne.

La lettera al Direttore della Carfagna mi ha sollecitato a scriverle una risposta che condivido con voi. Buona lettura.

///////////////

Egregia Ministra Carfagna,
ho letto con attenzione la Sua “lettera al direttore” di Repubblica nella quale descriveva le Sue considerazioni sulla questione della violenza alle donne.

Di queste considerazioni non condivido quasi nulla. Il contenuto della lettera mi ha invece indotto a scriverLe per introdurLa ad una differente lettura dei dati statistici sulle violenze contro le donne che certamente Le sono noti.

Una lettura che di sicuro trova d’accordo le 150 mila donne, femministe e lesbiche che hanno partecipato al corteo contro la violenza maschile dello scorso 24 novembre e che comprende una visione di quell’impegno culturale che lei stessa auspica – “per ridare serenità alle donne italiane” – non tendente verso una direzione familista.

La causa delle violenze degli uomini non risiede nella presunta fragilità delle donne e di sicuro non va ricercata nel minore interesse a realizzare “la famiglia, quale cellula primaria della società italiana. (continua)

Luisa Passerini a Genova: Autoritratto di gruppo, 2008

foto Gianni AnsaldiVi voglio fare un regalo, a quelle e quelli che per avventura passano di qui. La trascrizione dell’incontro che venerdì 18 si è tenuto a Genova, sala di Palazzo Tursi, per la presentazione della riedizione, a distanza di venti anni dalla prima, di Autoritratto di gruppo (Giunti Astrea) di Luisa Passerini. In questa nuova edizione l’autrice, che è una delle più importanti storiche a livello internazionale, e che insegna Storia culturale all’Università di Torino, con Emanuel Betta e Enrica Capussotti hanno firmato una postfazione, in cui fanno il punto (anzi, i contrappunti) su tematiche ispirate al quarantennale del ‘68, e alle vicende della memoria, della sua mancata trasmissione, delle memorie plurali e quelle di altri movimenti, della storia da costruire …temi cruciali per la comprensione della situazione attuale.

Come sempre Luisa, con il suo ragionare pacato che tiene insieme la ragione e la passione politica, è riuscita a mandare fasci di luce sulla oscura situazione attuale. Molte amiche presenti, e io tra loro, hanno manifestato la loro gratitudine, il senso di ri-apertura di possibilità di ricordare, pensare, lavorare, in una prospettiva che si riconosce nei valori del ‘68, che il suo libro, allora e oggi, e le sue parole hanno motivato. Ancora una volta, grazie a Luisa. E grazie a Emmanuel Betta, a Enrica Capussotti, a Silvia Neonato e agli altri che hanno organizzato e sono intervenuti all’incontro. Ce ne saranno altri anche in molti luoghi d’Italia, come la serie di appuntamenti genovesi chiamati appunto autoritratto-di-gruppo . Facciamone buon uso.
Luisa Passerini

Un ricordo personale. Venti anni fa avevo una libreria a Genova (l’ho già scritto ). Ho presentato la prima edizione di Autoritratto di gruppo, nel 1989. Di lì è nata la conoscenza e l’amicizia con Luisa – che è continuata in questi venti anni con incontri sporadici ma per me sempre importanti sui vari temi, della memoria, delle fonti e degli archivi delle donne, della storia, della politica. Senza Luisa, la mia vita sarebbe stata diversa, credo. E a me piace così come è stata ed è. Anche per questo le sono grata...

Venerdì 18 Aprile, Genova, Palazzo Tursi, ore 17, 30

Incontro organizzato dal Comune di Genova e dalla Fondazione Palazzo Ducale

(Avvertenza: ho trascritto letteralmente gli interventi di Luisa, in modo più sintetico gli altri. Non me ne vogliate: anche i mega byte di WordPress prima o poi finiscono…)

Silvia Neonato introduce l’incontro, ricordando l’attività della casa editrice Giunti Astrea, che ha pubblicato negli anni 100 titoli di scrittrici internazionali sia nell’ambito della narrativa che memorialistica. Il libro di Luisa Passerini, Autoritratto di gruppo tiene insieme memoria, saggistica e narrativa. Esce nel 1988, colpisce, lascia perplessi…anche Rossana Rossanda si stupisce della chiave personale del libro (in una recensione sull’Espresso). Libro complesso che intreccia il presente dell’autrice, i ricordi nelle memorie e interviste del 68, la sua storia del 68, la percezione esterna, mediatica. Incrocia questo materiale incandescente, con svariati registri di scrittura…La nuova edizione ha una postfazione a tre voci, con due storici altri ex allievi di Luisa, che esprimono i loro punti di vista.

La stessa cosa cheha voluto fare Silvia invitando persone di generazioni diverse, Valeria Ottonelli, Alberto Leiss, Simona Bondanza, perché raccontassero come lo hanno letto. Segnala due temi: la grande presenza delle donne anche nel ‘67, presenza oscurata nelle varie celebrazioni; e una riflessione coraggiosissima sulla violenza nel ‘68, a cui Luisa non sfugge mai, senza banalizzare e ridurre tutto a uno dei filoni del terrorismo…
Nel 1978 vengono uccisi Moro e la sua scorta, ma anche promulgata la legge 194 e la legge 180, che chiude i manicomi…i doppi segni di quello che è stato quel decennio.

Luisa Passerini. Parlerò poco per sentire quello che dicono gli altri. Questo libro ha già parlato molto, direi che è andato per la sua strada, è stato conosciuto e tradotto all’estero, ha vissuto una vita propria. Mi ero quasi dimenticata di questo libro, perché ero tornata a scrivere di saggistica, tranne un intervallo, dieci anni più tardi, per scrivere “La fontana della giovinezza”. Il saggio in fondo al libro non costituisce propriamente un ripensamento anche se è in chiave saggistica. E’ incentrato sul fatto che del ‘68 esiste così poco storicamente, e anche per questo diventa preda dei media, è oggetto di mitizzazione e di denigrazione, abbiamo sentito il presidente francese Sarkozy parlarne molto male prima di essere eletto, anzi raccomandare la sua elezione come modo per distruggere definitivamente la memoria del ‘68. E’ una memoria ancora estremamente calda, ma, dal un punto di vista storico, ho chiamato il ‘68 luogo dell’oblio, perché è poco studiato, proprio da un punto di vista strettamente storico: ci sono archivi, ci sono fonti, e queste fonti non vengono esplorate.

Quello che esiste maggiormente è la memorialistica, che ha tutte le caratteristiche della memoria, non riesce a sottrarsi pienamente a questi due opposti, il rimpianto e il pentimento. Devo dire che sono cominciati a uscire soprattutto all’estero molti testi, e quindi quest’anno usciranno forse anche in Italia, che operano una comparazione. Quello che è mancato moltissimo, ed è veramente il luogo dell’oblio, è il quadro internazionale e globale del ‘68. In questi giorni sto preparando una relazione per un convegno ad Atene sulle conseguenze e le ripercussioni intellettuali del ‘68. Ho cercato di leggere delle cose sui ‘68 anche molto lontani da noi nello spazio, come quello messicano e quello giapponese, è straordinaria la corrispondenza, le stesse parole d’ordine, la stessa accentuazione della soggettività, le stesse forme di lotta, e anche, dopo, in molti casi, le stesse forme di oblio. E’ come se fosse un oggetto troppo difficile da ricordare, in quella forma. Io non so se qualcuno di voi ha visto il film “Across the Universe” di Julie Taymor, che è un modo di raccontare il ‘68 un po’ diverso, usa soprattutto la musica dei Beatles, un misto tra romanzo e realtà che è molto accattivante. So che il film è stato molto criticato, io credo sia un tentativo molto utile perché dobbiamo trovare i modi di interpretare il ‘68.

Credo che appunto questo mio tentativo di farlo fosse un modo di mettere sul primo fronte quello che Fachinelli chiamava la caratteristica del ‘68, cioè il desiderio, le emozioni. E’ un libro molto emozionale, direi, è stato scritto grazie al fatto che era in corso una psicoanalisi, che io facevo a quel tempo. Facendo una analisi i propri sentimenti sono scoperti, a fior di pelle, il rapporto tra conscio e inconscio è molto più vivace, più continuo, i sogni sono più presenti. Tutto questo probabilmente è servito a restituire quella atmosfera di immaginazione al potere.

Credo che in questo quarantennale possiamo misurare tutta la distanza da allora. C’è stata un’altra ondata della storia, adesso stiamo toccando uno dei punti in cui la restaurazione è massima, e d’altronde, così va la storia, se noi non cerchiamo di comprendere tutto questo, ci schiaccia. Effettivamente anche riuscire a misurare appieno la distanza dal ‘68 ad oggi è un modo di capire cosa ci sta succedendo, perché siamo arrivati a questo punto. Evidentemente qui c’entrano i limiti, gli errori del ‘68…anch’io per ‘68 intendo un lungo ‘68, i dieci anni che vanno dal ‘67 al ‘77, per quanto riguarda l’Italia, per altri paesi è diverso, per questo paese è certamente così, e quindi c’è stato un accavallarsi di movimenti di varia natura, studenti, operai, tecnici, le donne e poi i movimenti sul territorio, le case, le carceri, i manicomi, l’esercito.

Tutta questa straordinaria stagione è come se fosse finita in una sconfitta, e la sconfitta è reale sul piano politico: non credo sia una consolazione sufficiente quello che tutti ormai dicono, che il ‘68 è stato vittorioso sul piano culturale, cultura quotidiana, modi di comportarsi, atteggiamenti, idee, rapporti tra le generazioni, rapporti di autorità. Però dire questo di un movimento che pensava che cultura e politica fossero inseparabili è come condannarlo. Resta da esplorare questa sconfitta del ‘68. Anch’io, come molti altri interpreti, non penso che sia definitiva, che il ‘68 sia anche da vedere a lungo termine, che a lungo termine possa ancora dare dei risultati, solo che si ripresenterà in maniera totalmente diversa.

Chi siano gli eredi del ‘68…può anche darsi che alcuni aspetti del movimento neoglobal abbiano ripreso l’eredità del ‘68, pure con scarsa consapevolezza oppure non esplicitandolo, però non abbiamo ancora visto tutti questi frutti. Quello che ci insegna il ‘68, che è stato straordinariamente inaspettato in un certo senso, è che bisogna tenere gli occhi ben aperti perché qualcosa potrebbe arrivare, anche in questo momento che sembra così buio; potrebbe arrivare che sconvolge gli equilibri costituiti, non sono mai costituiti una volta per tutte… Passerei la parola.

Valeria Ottonelli (docente di filosofia politica all’Università di Genova) Temi dell’intervento.
Nata nel ‘68, ha avuto complessi di inferiorità verso quelli che lo avevano vissuto… Sul libro, esprime la sua enorme meraviglia di fronte all’abilità narrativa, i piani narrativi che si intrecciano restituiscono la memoria come memoria collettiva.
Passato indisponibile alla coscienza di chi non lo ha vissuto, rischio di memoria possessiva. Con lo stratagemma narrativo il libro dà l’immediatezza e la perfetta immedesimazione nell’esperienza e nella memoria. Viaggio per la continuità della memoria, recuperare la continuità con il passato prima del ‘68, non i fatti ma la consapevolezza della memoria.

Alberto Leiss (giornalista) temi dell’intervento.
18 anni nel 68. Nella postfazione: ‘68 come luogo oblio, temi della durata, degli eredi. E’ stato un sommovimento profondo e globale, il primo che ha prodotto una rottura globalizzante. Abbiamo un problema a ricordarlo perché la dinamica opera tuttora, importanti leader continuano a combatterlo. Fantasma o qualcosa che continua a operare: rottura che non si è chiusa. Confronto elettorale che non ci ha fatto piacere. Abbiamo paura della reazione. Strano intrecciarsi dalla presenza femminile. Rapporto colle donne nel lungo ‘68: presa di distanza, anzi separazione. Taglio operante, non recuperato. Nel Parlamento eletto non arrivano al 18 %. La nostra democrazia non da conto che il mondo è fatto di due sessi. Libro di Luca Borzani, tratta di storia locale e globale. Lotta tra reazione e rivoluzione, e rivoluzione femminile, è ancora aperta, ma la politica non la legge così, va incontro a consunzione sempre più grave. Partita aperta.

Oriana Cartaregia. Sintesi intervento: ha vissuto gli anni subito dopo il ‘68. Problema della indicibilità. Nel libro di Luisa trova la capacità di dirlo. Parte emotiva che faceva storia per la prima volta

Luisa. [In riferimento a] Valeria e quello che hai detto tu [Oriana]: la memoria possessiva effettivamente c’è stata. Per ciò d’accordo con Roberta Mazzanti, abbiamo chiesto a Emanuel Betta ed Enrica Capussotti di aggiungere le loro notazioni, che hanno chiamato Contrappunti. Entrambi hanno quaranta anni. Già in un articolo precedente, che avevamo scritto a più mani, avevano protestato contro questa memoria di cui noi ci siamo appropriati. Tra l’altro questo riprende un tema di un altro mio allievo (mi fa molto piacere parlare dei miei allievi, credo di aver insegnato loro un modo di essere critici anche nei miei confronti) Peter Bernstein, che aveva per primo coniato questa espressione: memoria possessiva, possessive memory, negli Stati Uniti.

Questo è accaduto veramente, cioè la trasmissione -anche da parte delle femministe- non c’è stata- la ragione di fondo, secondo me, la ragione veramente sostanziale è che era una generazione autocentrata, in cui c’è stato quello che Alberoni chiamava l’innamoramento collettivo, tutti travolti da una forma di erotismo collettivo, per cui tutti gli altri non erano importanti, anche quelli che venivano dopo. Errore fatale, questo, certamente. Combinazione ho letto proprio in treno venendo qui il libro di Valerie Linard, che è la figlia di uno dei grandi protagonisti del ‘68 francese. Lei ha raccolto le interviste a più di venti figli di sessantottini francesi. Tutti dicono – è veramente interessante questo libro: i miei genitori mi hanno dato l’impressione che io non fossi la cosa più importante nella loro vita, perché era la politica, e il rapporto tra loro, e non ci raccontavano niente, neanche ai loro figli. Questa è una cosa sconvolgente, dice assolutamente la verità: questa generazione non ha visto altri interlocutori se non quelli interni. Così anche le donne. Per le donne penso sia stato soprattutto il fatto che era la prima volta che ci consideravamo l’un l’altra soggetti in senso pieno, e quindi eravamo soprattutto ingaggiate l’una con l’altra… credo che questo sia stato un errore, però non penso che si potesse fare diversamente. Ha avuto conseguenze anche tragiche, anche perché poi, quando abbiamo provato a fare questa trasmissione e l’abbiamo fatta in maniera unilaterale, si è dato origine al reducismo; cioè a dire in qualche modo “ma tu non puoi capire”. Questa impressione, che quelli più giovani hanno, che non possono capire l’esperienza, in primo luogo è stata trasmessa da questo discorso, che chi non c’è stato non può capire. Bisogna partire dal punto di vista opposto, che è possibile invece un dialogo e che la gente capisce benissimo, i più giovani, gli studenti capiscono quando insegno cose a questo proposito, se gli insegno nel modo giusto.

La trasmissione non può essere unilaterale, deve essere appunto uno scambio. Aggiungo che Betta e Capussotti introducono dei temi molto importanti, come il fatto che la memoria del ‘68 e quella degli anni ‘70 sono appiattite una sull’altra, in modo che si confonde il ‘68 con il terrorismo, aggiungono il tema del cinema, non soltanto considerano, come ho fatto io, alcuni romanzi ma anche la presenza del ricordo nel cinema, che di nuovo è il ricordo degli anni 70,e poi parlano di una memoria, che loro chiamano “alterglobale”, di questi nuovi movimenti…Giustamente rivendicano la molteplicità delle memorie del ‘68, non è necessario aver vissuto il ‘68 per averne memoria, perché il ‘68 suscita forti passioni anche in chi non l’ha vissuto, anche in chi ne sa veramente poco, o come rifiuto, o come glorificazione.

Ci sono delle cose molto importanti in ciò che ha detto Alberto, sul piano storico, anch’io sono d’accordo sull’assoluta importanza della storia locale. E’ la mancanza di questo che ha fatto sì che ci sia l’oblio del ‘68, senza questo non si fanno le storie: la storia del fascismo, la storia del movimento operaio esistono perché ci sono state tante storie locali. E poi sono completamente d’accordo, anche se è misterioso, questo dire che il ‘68 non è ancora finito, la partita è aperta. E’ misterioso perché non conosciamo il futuro, però abbiamo un importante precedente, cioè il collegamento che hanno fatto gli storici tra il ‘68 e l’89, non soltanto a Praga, dove questo è esemplare, ma in tutta l’Europa dell’Est. Ecco dove nasce una delle cattive interpretazioni del ‘68, Sarkozy ha detto che il ‘68 è all’origine del liberalismo come laisser faire, come lasciare andare, come non porre regole. Quello che è vero è che c’è una linea di continuità nella storia anche se sotterranea, certo non facilmente comprensibile, tra le parole d’ordine del ‘68 e quelle dell’89, le grandi rivoluzioni non cruente dell’Europa. Quindi è già accaduto che c’è stato un prolungamento. Sono stati soprattutto gli storici americani che hanno analizzato questo, perché sono partiti da una prospettiva globale, in cui diventa più evidente.

Dunque se c’è stato l’89 in un certo senso c’è speranza che ci sarà ancora qualche altra data! e che quindi effettivamente la partita non sia chiusa.

Silvia. Memoria possessiva. Non voglio colpevolizzarmi…la trasmissione non può essere unilaterale…se no assume modi autoritari.

Simona Bondanza, nata nel ‘78. Vari temi sollevati dalla lettura del libro. Memoria possessiva, mancanza di una storia unitaria a livello nazionale. I mondi interiori, la pulsione alla violenza, la libertà sessuale, la sofferenza, con strappi e lacerazioni, il vuoto, la solitudine in contraddizione con una vulgata sull’epoca.

Vari interventi del pubblico toccano i temi della sofferenza psichica e delle cliniche psichiatriche, dell’attività culturale e politica che precedette il ‘68. L’attività politica femminile che ha visto la legge 194, nominando le donne. Attualmente sono presenti varie tematiche (art. 51 cost. azioni positive,Udi 50&50)

Luca Borzani: sintesi dell’intervento.
Ho letto la prima edizione, intensità emotiva, fuori da ogni retorica urtava la cultura epoca, molto coraggio.
Periodizzazione. Altri tipi di rimozione. Vero il carattere auto centrato generazionale. Entrati collettivamente, usciti singolarmente. Oblio memoria collettiva, poco trasmettibile, poco razionalizzabile. Difficoltà alla trasmissione anche per cambiamento di cornice sociale, sparizione classe operaia, non operai, ma valori e cultura, modello organizzativo, rappresentanza. Destini giovanili mai più hanno trovato auto identificazione anche narcisistica. Vero lungo ‘68. Motivazioni? Positiva o negativa? Domande…

Rimozione: generazione successiva ‘68, fase libertaria sparita velocemente e sostituita dalla ideologia emmeelle, dalla ossificazione. Nella rimozione quindi valgono due elementi: cambiamento quadro sociale, presenza nel ‘68 e anni ‘70 di una ideologia costrittiva, nonché sconfitta dalla storia. (L’occupazione fu tristissima)

Altri interventi del pubblico. ‘68 come esperienza fondativa. Dolore e rimozione, lutto non elaborato, incapacità di stare ancora insieme e solitudine. Non riusciamo a raccontare una molitudine, mentre ora siamo soli.

Altro intevento: femminismo a Piacenza, ricordi di tanta gioia anche con contraddizioni. Rimane solidarietà e amicizia. Ricordo fantastico e cambiamento della vita in meglio.

Silvia:la sinistra sapeva fare due cose, stare con la gente semplice e studiare. Ora bisogna ricominciare a studiare. La politica non è cambiata, il punto di vista delle donne (il personale è politico) non è ancora entrato in politica. Le donne fanno politica, ma non mi pare che abbiano passione per la politica dei partiti.

Leiss: ricorda sua attività e rapporto con la politica e con il PCI negli anni ‘70.

Luisa: E’ una bellissima occasione per me perché si è ripetuto quello che ha dato origine a questo libro, cioè io ho ascoltato da voi i ricordi. Io lo scrissi in questo libro, che ero riuscita a parlare di me stessa, di trovare il coraggio che spesso mi hanno voluto riconoscere con questa scrittura, perché avevo ascoltato le storie degli altri. Questa sera è stato proprio così, venivano poste domande e le risposte venivano date dai ricordi di altri, è questa coralità delle memorie che da origine esattamente al dibattito che ci serve oggi.

Che cosa ci serve oggi, però, effettivamente. Abbiamo questa sensazione, che manchi qualche cosa, che ad esempio la critica della politica che abbiamo fatto in passato e che viene fatta in parte anche oggi, non raggiunga la politica. Ecco, c’è questo senso che la politica continui come mondo separato e che noi non riusciamo a raggiungerla. In questo senso ha ragione chi dice: ma il taglio non è più lo stesso perché non incidiamo. Io continuo ad essere molto attiva con il Cirsde, Centro di ricerche e studi delle donne di Torino, ma è un’attività prevalentemente culturale, anche se poi andiamo anche alle manifestazioni, ma ci andiamo singolarmente, i gruppi politici sono altri. Questo però, certo mi dispiace, vorrei di nuovo vivere prima di morire una grande stagione, non vorrei morire col governo…però, mi ricordo bene la prima metà degli anni 60, e qui, quello che qualcun altro ha detto, cioè la continuità e la preparazione precedente…in tutti gli anni 60 abbiamo fatto piccoli e piccolissimi gruppi, attività antimperialista, attività di protesta…ecco tutte queste cose, anche adesso le stiamo un po’ facendo…a un certo punto alcuni di noi erano disperati…anch’io sono stata terzomondista, infatti sono andata in Africa. Abbiamo pensato che qui la classe operaia non si sarebbe mai più mossa, e che invece c’erano i movimenti di liberazione…sì, prima del ‘68.

Voglio dire: se noi stiamo vivendo questa fase, è inutile rimpiangere altre fasi, è meglio fare tutto ciò che si può in questa fase. Forse , è anche bene ripensare, però effettivamente, se non sia importante in qualche modo abbandonare il disdegno della politica tradizionale… capisco bene che qualcuno abbia ripreso in mano le cose e abbia detto: beh’ adesso basta, io provo a entrare in un partito, anche se non c’è nessun partito…ci sono alcune poche persone che lo stanno facendo. Non esiste nessun partito in cui mi identifico, ma voglio provare… Oppure, e questo mi sembra il caso più frequente, la politica locale. Nella politica locale si vede che qualche cosa si può fare. Pero, io credo fermamente delle conseguenze e delle ripercussioni politiche a lungo termine del lavoro culturale che stiamo facendo. Di questo ne sono convinta: lavoro culturale anche in senso lato, appunto. gruppi di donne, gruppi di lettura, lavoro di insegnamento. In un certo modo, portare, in tutte le cose che facciamo, e questo ha veramente un sapore dei primi anni sessanta, un’ispirazione, un discorso, anche una memoria appunto.

Questa memoria è una memoria multipla: è molto giusto il discorso sul lutto e sul dolore, forse anche quello che spiega questo momento, che non si è elaborato a sufficienza il lutto, e che l’elaborazione di questo lutto è importante per capire che cosa è stato perso, che cosa è stato sospeso e anche gli errori che sono stati fatti. Delle cose che diceva Luca Borzani, che erano tutte molto interessanti, quella che ha suscitato anche giuste proteste è che fosse tristissima l’attività di gruppi politici ispirati a forme di dogmatismo, o emmeelle o operaiste eccetera. In quel periodo ho vissuto profondamente il rapporto con gli operai, che era una cosa di grandissima scoperta quotidiana, quindi non era triste…ma già allora qualcosa era andato perduto, i limiti, gli errori sono stati tanti, quel dubbio, quel dilemma che aveva il movimento studentesco quando cercava di decidere, nel ‘68 e 69, se andare davanti alle fabbriche o stare nelle istituzioni, lì è l’origine di tante cose. Non si può dire: è stato un errore andare davanti alle fabbriche, però sicuramente è stato abbandonato un terreno, dei terreni…

Però questa riconsiderazione del passato che dobbiamo assolutamente fare nel modo più lucido, più critico possibile, non è nel senso di proiettare questo passato sul futuro.

Dobbiamo veramente tutti aprire gli occhi, o aprirli sulle manifestazioni culturali, il teatro, l’arte. Per esempio, l’arte parla moltissimo oggi di protesta politica, quasi come se prendesse la parola per dire quello che la politica non dice. Proprio a livello europeo,il discorso che fa l’arte, ad esempio la videoart, è molto più avanzato di quello della Europa istituzionale, un’Europa aperta, che non costringe i migranti a essere clandestini e a rischiare la vita nel canale di Sicilia o a Gibilterra. L’arte sta ponendo tutti questi problemi. Quindi non è impensabile che una ricongiunzione avvenga. Adesso è di nuovo tutto separato, è separato di nuovo il pubblico e il privato, anche se in forma diversa…è separata l’arte dalla politica…io non vedo perché non debba accadere di nuovo.

Una tragedia annunciata

Era un bravo medico, Ermanno Rossi, un bravo ginecologo. Le sue pazienti lo amavano e stanno scrivendo ai giornali decine di messaggi di cordoglio, di stima e di riconoscenza. Voleva forse fare carriera, nell’ambito di un grande ospedale pubblico, il Gaslini di Genova. Dove un giorno su due arriva qualche alto Prelato in visita. E, come da anni denunciano i medici che fanno aborti secondo la legge 194, se NON sei obiettore, non riesci a lavorare, figurarsi fare carriera, rimani confinato nel ghetto. Per reggere, ci vuole un’alta motivazione politica, la coscienza di essere indispensabile alle donne che decidono di abortire, non di morire. Forse questo medico non era attrezzato a reggere lo scontro culturale e politico che oggi si sta giocando sulla carne viva delle donne. E, questo suicidio lo dimostra, non solo sulle donne, ma anche su molti altri che sono a vario titolo coinvolti nei drammi degli aborti. Che le campagne ideologiche e politiche che Ratzinger, Ruini, Bertone, Ferrara e consorti lanciano tutti i giorni stanno scavando baratri e creando devastazioni. E questo disgraziato medico (si, un disgraziato, anche se era obiettore, e faceva aborti clandestini, forse, nel suo studio) mi pare diventato anche lui una vittima del clima di integralismo reazionario (ancora più vergognoso, perchè del tutto strumentale a fini elettorali). Una vittima, forse, anche di se stesso, comunque della cultura del perbenismo, della doppia morale, dell’ipocrisia…non tutti sono degli eroi. Non voglio ripetere un luogo comune, ma questa vicenda dell’attacco alla 194 sta diventando una vera trincea, con morti, inquisite/i, delazioni, scandali, drammi…

Rapallo è il teatro della tragedia, forse casualmente, (il ginecologo aveva uno studio anche a Genova) ma forse no: è una città dove da decenni questa cultura è maggioritaria, almeno sul piano politico: tutti democristiani, ora forzaitalioti, in lite anche tra di loro, grandi lottizzatori, grandi speculatori. L’ambiente e il mare, che erano e sono bellissimi, sempre sotto attacco. In un paesino vicino a Rapallo, San Maurizio ai Monti, cornice del Parco di Portofino, dove non puoi teoricamente nemmeno decidere il colore di una finestra, chi ha costruito una casa di riposo dalla spropositata volumetria, migliaia di metri cubi di cemento in cima a un monte – la vedi da tutto il Golfo? Ma un benemerito Ente religioso, ovvio. E chi mai gli avrà dato il permesso edilizio? e quanta ICI pagheranno alla città ? e quante domande…è per il bene della comunità, no? si, della loro.

Visualizzazione ingrandita della mappa

Diciamo che questa tragedia era annunciata – e che speriamo che i grandi moralizzatori si diano una regolata. Che ognuno rispetti la legge (anche i farmacisti che a Bologna si sono fatti beccare a fare “obiezione” alla pillola del giorno dopo, che è, ribadiamo, un anticoncezionale, non un farmaco abortivo! e hanno reagito spropositatamente) e che si intensifichi la prevenzione e l’uso di anticoncezionali sicuri.

E, prima di tutto, che ci lascino in pace!

8 marzo, quest’anno è diverso…mi ricorda quelli di una volta…

1976 marzo. Genova, manifestazione femminista Ma invece è diverso perchè ci sono tante donne nuove in giro per le piazze d’Italia.

Aggiungo qualche link verso situazioni che organizzano “cose” per l’otto marzo.
Merita secondo me una segnalazione (per la buona volontà, come dicevano le maestre di una volta nei confronti di scolari zucconi, ma volenterosi…) la serie di iniziative di alcuni Archivi di stato
E’ vero che molte delle manifestazioni in questione sono mostre documentarie che parlano delle donne nei secoli passati. Ma in qualche caso si arriva anche al ‘900, con figure di donne politicamente impegnate (Archivio della Spezia), o a temi attuali come la prostituzione (Napoli). A Roma, sia l’Archivio Centrale che quello di Roma organizzano iniziative di spessore culturale e politico. Beh, speriamo bene. Che sia un buon segno? Bisogna rilevare che gli archivi che hanno più chances sono quelli in cui si è costituita una sinergia con associazioni di donne che si occupano anche di memoria “di genere”: Firenze, Roma, Mantova, Napoli e qualcun altro (le associazioni sono citate nel sito dei Beniculturali linkato sopra).

Anche Visionpost, uno dei più autorevoli magazine online sulle nuove webtecnologie, commenta cosa succede per l’otto marzo e rilancia siti utili. E più o meno tutti, blog, siti e giornali cartacei passano in rassegna le più svariate iniziative…

Devo dire che quest’anno mi pare di cogliere un’atmosfera diversa. Ci saranno anche gite in pizzeria e nei locali, non voglio certo colpevolizzare quel po’ di voglia di far festa con le amiche.

Ma si svolgeranno decine e decine di manifestazioni, all’insegna della lotta e dell’autodeterminazione delle donne.

Riporto qui ciò che scrivono le donne della Casa Internazionale di Roma, e il loro consorzio di associazioni AFFI, perchè mi pare utile, condivisibile e sensato in un momento in cui la chiarezza è importante, ma anche la capacità di fare rete con tutte le forze disponibili, ciascuna nella specificità del suo percorso storico :

Corteo dell’assemblea romana di lesbiche e femministe contro la violenza maschile
(L’Assemblea, che, lo ricordo, non parteciperà alla manifestazione indetta dai tre sindacati, ma a una manifestazione autogestita in Piazza Navona la sera del 7 marzo, scrive alle amiche del sindacato le sue motivazioni)
“Care amiche, questo 8 marzo sarà un 8 marzo speciale per tutte le donne. Non solo perché questo storico giorno compie 100 anni, cosa di grande importanza e che sta al centro della manifestazione promossa dalle tre organizzazioni sindacali, ma perché la ripresa dell’iniziativa delle donne, di cui la manifestazione del 24 contro la violenza sessista è stato il punto culminante, ridà forza e significato alle parole autonomia e autodeterminazione delle donne e segna un nuovo protagonismo in un contesto di attacchi clericali e ideologici incredibili.

Per questo la Casa internazionale delle Donne ritiene che oggi sia quanto mai importante rimettere al centro della politica contenuti chiari e forti rispetto a scelte che riguardano la vita delle donne ma anche e soprattutto la rivendicazione delle donne di agire in prima persona e di portare nei luoghi (pubblici e privati) il segno della propria autonomia.

L’Autonomia per noi non significa né autoreferenzialità, né contrapposizione a pratiche e iniziative di altre realtà ma coraggio di affermare un punto di vista senza mediazioni a priori, specie se si parla di qualcosa che tocca i corpi oltreché i diritti e la dignità delle donne.

Sono state e sono tante le battaglie e le lotte che hanno visto insieme donne dei movimenti femministi e donne del sindacato. Ci sono state e ci sono pratiche importanti nel mondo del lavoro che sentiamo fare parte della storia di noi tutte. Ci sono oggi questioni e problemi nuovi che toccano in particolare le nuove generazioni di donne colpite più di altre dall’estensione di una dimensione di precarietà che non riguarda solo la sfera del lavoro ma l’intera vita. Ci sono diritti che passano attraverso il riconoscimento pieno delle diversità. Ci sono nuove dimensioni di welfare da costruire a misura di donne in carne e ossa. Quello che a noi interessa sopra ogni cosa è stabilire terreni e ricercare occasioni di confronto con voi e con le altre donne su questi temi, privilegiando percorsi e modalità che passano attraverso la relazione tra donne”.

AFFI. Consorzio Casa Internazionale delle Donne

Se volete, leggete nel sito della Casa Internazionale delle donne la risposta delle donne dei sindacati.

Buon otto marzo a tutte!

Migliaia in corteo per la libertà e l’autodeterminazione

giubbe rosseManifestazione a Genova, come in altre città d’Italia, contro gli attacchi alla legge 194 e in generale per l’autodeterminazione delle donne. Moltissima gente, di varie generi e generazioni in Piazza De Ferrari. Anche molte ragazze, e donne immigrate. Molti anche gli uomini. Bella atmosfera, amiche che si ritrovano dopo un po’ di anni…anche musica a palla, girotondi e balli. Ma non deve trarre in inganno – non era una scampagnata: la gente, almeno quelle migliaia, forse diecimila, che erano li, e che poi hanno animato un grande corteo per le vie del centro, avevano ben chiaro che questa aggressione all’autodeterminazione delle donne è anche un test sulla tenuta e capacità di reazione sociale. Ci sono molte forze che aspirano a instaurare un autoritarismo mediatico e paternalista – non solo il Vaticano e la destra. E ci sono oscillazioni e ambiguità anche nei partiti di sinistra.
Basta, facciamo chiarezza! Non ci useranno per i loro giochetti politici. Non ci useranno per niente!
Diceva una donna: “Mi pare di non essermi mai allontananata da questa piazza, di non avere mai smesso di lottare…”. Vero. Anch’io ho avuto la stessa sensazione. Ma anche la soddisfazione di essere di nuovo in migliaia. Qui ci sono alcune delle foto.
Mi sento di poter dire, dopo la giornata di oggi, che sarà ancora dura, ma “non passeranno!”.

Pagina Successiva »


 

Novembre: 2009
L M M G V S D
« Ott    
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30